Avsnitt

  • Una piccola città sulle rive del Tevere diventa padrona del Mediterraneo. Poi crolla sotto il peso della sua stessa grandezza.

    In questo episodio conclusivo ripercorriamo l'intera parabola della Repubblica: le guerre puniche, i Gracchi, Mario e Silla, Cesare e il Rubicone, fino ad Azio. E capiamo perché il crollo era inevitabile — e perché Ottaviano fu l'unico a trovare una via d'uscita.

    La prima stagione finisce qui. La seconda ci porterà nell'età imperiale: le grandi dinastie, la Pax Romana, gli uomini e le donne che hanno plasmato la civiltà occidentale.

    L'attesa ne varrà la pena.

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  • Roma è dilaniata dalle guerre civili. Giulio Cesare giace morto, pugnalato da senatori che si proclamano liberatori. I generali si combattono per il potere, le legioni marciano su Roma, la Repubblica agonizza dopo un secolo di sangue. Sembra la fine.

    Ma tra i pretendenti c'è un ragazzo che nessuno prende sul serio. Ha diciotto anni, una salute fragile, nessuna esperienza militare. Eppure eredita il nome più potente di Roma e un impero in fiamme.

    Ottaviano capisce una verità semplice: per sopravvivere in un mondo di generali, devi pensare dieci mosse avanti. Conquista il popolo con generosità, i veterani con oro, il Senato con astuzia. Trasforma nemici in alleati, costruisce flotte con il suo migliore amico Agrippa, e poi fa l'impensabile: batte Marco Antonio ad Azio usando propaganda più che spade. Trasforma la vendetta in pace, la dittatura in Principato.

    Ma il vero colpo di genio viene dopo. Ottaviano diventa Augusto e inventa un impero mascherato da repubblica, conquista Roma senza indossare la corona, e regala al mondo la Pax Romana.

    Ma la sua vittoria nasconde un'ombra. Roma premia chi porta gloria, ma punisce chi minaccia il potere. Augusto scopre che fondare un impero non basta a proteggere chi ami dall'invidia e dalla tragedia.

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  • Gennaio 49 a.C. Gaio Giulio Cesare si ferma sulla riva del Rubicone. Dietro di lui la Gallia conquistata, un esercito devoto, dieci anni di gloria. Davanti l'Italia, Roma, il Senato che gli ordina di sciogliere le legioni. Tornare da privato significa processo e rovina. Esita, poi pronuncia: "Alea iacta est" – il dado è tratto. Con la XIII legione attraversa il fiume. Roma non sarà più la stessa.

    In otto anni ha conquistato la Gallia intera: battaglie impossibili vinte con genio tattico, il doppio assedio di Alesia che ancora oggi stupisce gli strateghi, ponti costruiti sul Reno in dieci giorni. Scrive il De Bello Gallico mentre combatte, trasformando la guerra in letteratura e sé stesso in leggenda vivente. Ma il prezzo è altissimo: un milione di morti secondo le fonti antiche, tribù annientate, un impero costruito sul sangue.

    Sconfigge Pompeo a Farsalo, seduce Cleopatra ad Alessandria, torna a Roma padrone assoluto. Dittatore perpetuo, riforma il calendario che usiamo ancora oggi, estende la cittadinanza, progetta il futuro. Ma vuole troppo: onori divini, statue tra gli dèi, il potere senza limiti. Il 15 marzo 44 a.C., ventitré pugnalate lo abbattono nella Curia di Pompeo. Muore ai piedi della statua del rivale che aveva distrutto.

    Fu genio o tiranno? Salvatore o demolitore della Repubblica? Cesare dimostra che un uomo solo può cambiare il mondo – ma a quale costo? I congiurati credevano di restaurare la libertà uccidendolo. Invece hanno aperto la strada all'Impero. Il suo nome diventerà titolo per imperatori: Kaiser, Zar. L'eredità di Cesare non è morta con lui. È appena iniziata.

  • Roma vive i suoi ultimi decenni di Repubblica. Dopo le proscrizioni di Silla, dopo le riforme di Mario, la città è stanca. Gli eserciti rispondono ai generali più che allo Stato. Il denaro compra voti. La violenza entra nel foro.

    In questo mondo dominato dalle spade compare un uomo che crede nel potere delle parole. Marco Tullio Cicerone è un provinciale senza antenati nobili, un avvocato che conquista Roma con i discorsi. Diventa console, smaschera congiure, combatte la corruzione. Ma ogni sua vittoria porta con sé un prezzo nascosto.

    Quando prova a fermare i padroni di Roma con le orazioni, scopre che la voce più forte del foro può essere zittita da chi comanda le legioni. La sua testa finirà esposta proprio dove per anni aveva parlato al popolo.

    Cicerone è l'ultima voce della Repubblica. La sua storia ci pone una domanda che attraversa i secoli: quanto può davvero la parola pubblica in tempi di crisi? E cosa succede quando chi difende le leggi deve piegarle per salvare le istituzioni?

    La Repubblica non morirà per mano dei suoi nemici, ma nel silenzio dei suoi difensori.

  • Roma è dilaniata dalla guerra sociale. Alleati di secoli si ribellano, città bruciano, famiglie si dividono. Quando il console Lucio Cornelio Silla si vede strappare il comando contro Mitridate da un voto assembleare, compie l'impensabile: marcia su Roma con sei legioni armate. Per la prima volta un esercito romano entra nella città. Il tabù è spezzato.

    Dopo aver vinto in Oriente, Silla torna e sconfigge i marianisti a Porta Collina. Diventa dittatore con poteri illimitati. Riforma il Senato, riorganizza le magistrature, sistema la giustizia. Ma il suo regime porta il terrore: le proscrizioni riempiono il Foro di teste mozzate, migliaia di cittadini massacrati per vendette e avidità. Roma vive nella paura.

    Poi fa qualcosa di ancora più incredibile: rinuncia al potere assoluto e si ritira. Muore poco dopo, convinto di aver salvato la Repubblica restaurando il Senato.

    Ma la verità è più oscura. Silla ha dimostrato che un generale con un esercito può piegare ogni istituzione. Ha aperto la strada che porterà Pompeo e Cesare a distruggere ciò che credeva di aver salvato. La Repubblica non morirà per mano dei nemici, ma dei suoi figli.

  • I piccoli proprietari romani tornano dalle guerre rovinati, e l'esercito tradizionale basato sul censo rischia di restringersi proprio mentre i nemici premono ai confini. Nel 105 a.C. Cimbri e Teutoni annientano ottantamila legionari ad Arausio. È il disastro più grave dai tempi di Canne. Roma trema.​

    Ma c'è un uomo che viene da Arpino, senza grandi antenati, senza nome illustre. Gaio Mario è un homo novus che ha imparato a combattere sul campo, non nei salotti aristocratici. Per salvare Roma compie l'impensabile: apre l'esercito ai poveri, trasforma nullatenenti in professionisti, addestra i "muli di Mario" fino a renderli imbattibili. Poi li guida contro le orde barbariche e le annienta ad Aquae Sextiae e ai Campi Raudii.

    Ma la sua riforma nasconde un veleno mortale. I soldati ora dipendono dal comandante, non dallo Stato. Mario diventa il più grande generale di Roma, console sette volte.

    Eppure finirà i suoi giorni come esule braccato nelle paludi, poi come vendicatore sanguinario che riempie il foro di cadaveri. La Repubblica premia i salvatori, ma teme chi diventa troppo potente. E Mario ha creato l'arma che la distruggerà.

  • Due fratelli, una città in crisi.
    Un’aristocrazia che si arricchisce con i latifondi e gli schiavi, contadini cacciati dalle campagne, una plebe urbana sempre più povera. Roma domina il Mediterraneo, ma rischia di avere sempre meno cittadini e sempre più sudditi.

    In questo episodio seguiamo Tiberio e Gaio Gracco, giovani nobili cresciuti all’ombra di Scipione l’Africano, che decidono di usare le leggi come arma. Limitano l’appropriazione dell’ager publicus, vogliono restituire la terra ai contadini, rendono lo Stato responsabile del grano e provano ad allargare i diritti oltre l’élite senatoriale.

    Ma cosa succede quando due aristocratici si mettono contro la loro stessa classe? Quanto è disposto a spingersi il Senato pur di difendere i propri privilegi? Le riforme dei Gracchi cambieranno per sempre la politica romana. Il prezzo da pagare, però, sarà altissimo.

  • Roma è ricchissima, più potente che mai. Oro, schiavi e opere d’arte arrivano a fiumi dall’Oriente e dalle province conquistate. Le ville dei nobili diventano palazzi di marmo, nei banchetti si parla greco, il mos maiorum sembra una favola per vecchi contadini.

    In mezzo a questo turbine un uomo decide che basta così. Marco Porcio Catone viene dai campi, ha marciato contro Annibale da semplice fante, conosce la fame e la paura. Da console e poi da censore, taglia il lusso, umilia i corrotti, caccia senatori potenti, tassa i gioielli e investe in acquedotti e fognature. Scrive in un latino ruvido perché lo capiscano i contadini, ma gestisce le sue tenute come un moderno imprenditore.

    È un eroe o un ipocrita? Difende davvero Roma o prova solo a congelarla nel passato? E perché un uomo così ossessionato dalle virtù antiche finisce per ripetere, come un mantra, “Cartagine deve essere distrutta”? In questo episodio scopriremo Catone il Censore, l’ultimo guardiano della vecchia Roma, nel momento in cui la Repubblica cambia per sempre.

  • Roma è sull'orlo del baratro. Annibale domina l'Italia da quindici anni, incendiando città e annientando eserciti. Cinquantamila legionari cadono a Canne in un solo giorno. Il Senato discute se arrendersi. Sembra la fine.

    Ma tra i sopravvissuti c'è un ragazzo che ha già visto troppo. A diciotto anni ha caricato da solo contro la cavalleria nemica per salvare suo padre. Ora studia ogni mossa di Annibale, legge i filosofi greci, analizza le campagne di Alessandro Magno. Capisce una verità semplice: per battere un genio, devi diventare come lui.

    Publio Cornelio Scipione conquista la Spagna studiando le maree, trasforma nemici in alleati con gesti di clemenza senza precedenti, e poi fa l'impensabile: attraversa il Mediterraneo e porta la guerra a Cartagine. Costringe Annibale a tornare in patria dopo anni di assenza. A Zama, nella battaglia che decide il destino del mondo antico, usa contro di lui le stesse tattiche che avevano distrutto Roma a Canne.

    Ma la sua vittoria nasconde un'ombra. Roma premia i suoi eroi con trionfi, ma teme chi diventa troppo grande. Scipione scopre che salvare la Repubblica non basta a proteggersi dall'invidia del potere.

  • Roma, 458 a.C. La città è assediata da nemici su ogni fronte e uno dei suoi eserciti rischia la distruzione completa. In una situazione disperata, il Senato compie una scelta inaspettata: nominare dittatore un anziano patrizio ridotto in povertà, che vive coltivando un piccolo campo oltre il Tevere.​

    Lucio Quinzio Cincinnato rappresenta uno dei miti fondativi della Repubblica romana: l'uomo che lascia l'aratro per salvare la patria, risolve la crisi con genio militare e poi, invece di restare al potere, torna ai suoi campi dopo soli sedici giorni. Un gesto che sembra impossibile in un'epoca di guerre continue e ambizioni smodate.​

    Ma quanto di questa storia è vero? Le fonti antiche – Livio e Dionigi di Alicarnasso – scrivono quattrocento anni dopo i fatti. Probabilmente Cincinnato è esistito davvero, ma la scena perfetta dell'aratro e della rinuncia immediata al potere sono i dettagli che una repubblica inventa per insegnare ai cittadini cosa significa essere romani.​

    In questo episodio scopriamo la vita di Cincinnato, il dramma personale che lo riduce in povertà, la battaglia che lo rende leggendario e il gesto che lo trasforma in simbolo eterno. Una storia che attraversa i secoli fino a George Washington e che ancora oggi ci interroga sul significato del potere e del servizio allo Stato.

  • Chi era davvero Lucio Giunio Bruto, il leggendario fondatore della Repubblica romana? In questo episodio di "Protagonisti di Roma" vi portiamo tra mito e realtà sulle tracce dell’uomo che incarna l’essenza della virtù repubblicana. Bruto, costretto a fingersi sciocco per sopravvivere sotto la tirannia di Tarquinio il Superbo, si trasforma nel geniale artefice della rivoluzione che caccia i re da Roma. La morte di Lucrezia, la vendetta, la nascita della Repubblica: attraverso colpi di scena, drammi familiari e scelte crudeli, ripercorriamo le origini del sistema politico che ha cambiato la storia dell’Occidente.

    Dalla finta idiozia ai gesti simbolici all’oracolo di Delfi, dalla lotta pubblica all’estremo sacrificio di far giustiziare i propri figli traditori, Bruto incarna il dilemma tra ragione di Stato e legami personali. Un viaggio emozionante nel cuore di Roma antica, tra verità storica e mito civico, alla scoperta del significato di libertà e responsabilità. Con un finale che getterà le basi per le future sfide della giovane Repubblica.

  • Roma nasce e si trasforma nell’incontro-scontro tra ambizione e dovere, crisi e rinascite, ideali e potere. Iniziamo un viaggio alla scoperta di come Roma, sospesa tra ambizione e dovere, costruì uno dei sistemi politici più straordinari della storia. Dal mito delle origini alle istituzioni, dalla lotta tra Senato e popolo alle grandi figure e ai conflitti che hanno segnato quasi cinquecento anni di storia, esploreremo la nascita, l’affermazione e la crisi della Repubblica. Un racconto fatto di virtù, libertà e fragilità, per comprendere come una civiltà possa nascere, innovarsi e, talvolta, lasciarsi logorare dai propri ideali. La Repubblica vi attende!