Avsnitt
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Nel delitto di Garlasco, Alberto Stasi ha scontato anni di carcere. Ma le nuove indagini hanno fatto emerge una verità che forse non corrisponde a quello che è davvero accaduto quel giorno del 13 agosto 2007. Era davvero lui il colpevole? In questo video ho intervistato l'avvocato penalista Giuseppe Sodano che ha analizzato il caso senza filtri: la solidità dell'ipotesi di corruzione, le anomalie processuali, il ruolo di Andrea Sempio — e la domanda che nessuno vuole fare ad alta voce: quanti sapevano? Grazie alle sue parole, inoltre, capiremo alcuni concetti prettamente giuridici che solo un legale poteva chiarire e approfondiremo anche l'eventualità in cui si arrivasse ad una revisione del processo che ha condannato Alberto Stasi a 16 anni nel 2015.
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L'impronta 33. Un palmo sul muro, a pochi centimetri dal corpo di Chiara Poggi. Per 18 anni quella traccia non ha avuto un nome. Poi, nel 2025, la Procura di Pavia incarica due esperti di chiara fama, Il tenente colonello e dattiloscopista Gianpaolo Iuliano e il criminalista e dattiloscopista Nicola Caprioli, che la attribuiscono al palmo destro di Andrea Sempio con 15 minuzie dattiloscopiche. Ma la difesa attacca: 15 minuzie non bastano. Ne servono almeno 16 o 17. Ma siamo sicuri che per attribuire un'impronta servano davvero così tante minuzie? E soprattutto: come mai per l'attribuzione fatta ad Alberto Stasi per le sue impronte non vigeva la stessa accortezza? In questo video affrontiamo insieme il paradosso che nessuno ha ancora messo sul tavolo, esperimenti che dimostrano la presenza di sangue sull'impronta, e un software normalmente usato dalla NASA che conferma quella stessa conclusione. Siamo davanti alla c.d. "pistola fumante" e finalmente davanti alla verità per il delitto di Chiara Poggi?
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Saknas det avsnitt?
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Il 13 agosto 2007, Alberto Stasi entra nella villetta di via Pascoli 8 a Garlasco e trova il corpo della sua fidanzata Chiara Poggi. Ma quella mattina, sul pavimento insanguinato, le sue scarpe non lasciano traccia. I tappetini della sua Golf sono negativi al luminol. E per la Corte d'Assise d'Appello di Milano, questo basta: Stasi non è entrato. Stasi ha mentito. Stasi è il colpevole. Poi arriva la perizia Testi, afferma che la probabilità che Stasi avesse attraversato quella casa senza calpestare sangue era dello 0,00038 per cento. Praticamente zero. E oggi, alla luce delle nuove indagini, quella certezza processuale mostra crepe che non possono essere ignorate. La suola usata nelle sperimentazioni non era quella di Stasi. Il soggetto che ha simulato la camminata pesava venti chili in più. Il sangue era in gran parte secco al momento del ritrovamento. Le scarpe sono state sequestrate diciannove ore dopo — dopo ore di cammino su asfalto, ghiaia, prato. E su quel pavimento insanguinato, nelle fotografie originali del 2007, c'è una traccia a forma di V che il RIS di Cagliari nel 2025 ha ritenuto degna di accertamenti tecnici. Una traccia compatibile con la suola delle Lacoste di Alberto Stasi. Se quella traccia fosse sua, significherebbe che Stasi è entrato esattamente come ha sempre detto. Il che significa che i tappetini negativi non provano nulla e la catena logica su cui si regge anche la condanna si chiude su se stessa.
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Il 27 dicembre 2025, a Pietracatella, un piccolo paese del Molise, Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara Di Vita muoiono a distanza di poche ore l'una dall'altra. I sintomi sembrano quelli di una comune intossicazione alimentare. Le analisi tossicologiche raccontano una storia completamente diversa: nel loro sangue c'è ricina, uno dei veleni più letali al mondo. Nel sangue degli altri familiari presenti, nessuna traccia. In questo episodio analizzo il caso di Pietracatella dalla prospettiva forense e scientifica: cos'è la ricina, come agisce, perché è così difficile da rilevare — e cosa ci dicono le indagini fino a oggi. Oltre cento testimoni sentiti, sette dispositivi sequestrati, una perizia informatica in corso. Il cerchio è ristretto. Il movente, secondo gli inquirenti, è familiare. Il caso è ancora aperto. Chi seguiva Breaking Bad conosce già questo veleno. Walter White lo sceglieva per una ragione precisa. Quella ragione, purtroppo, è reale.
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Il 13 agosto 2007 Chiara Poggi viene uccisa a Garlasco. Diciotto anni dopo, la Procura di Pavia non si accontenta. Nomina la professoressa Cristina Cattaneo, direttrice del Labanof, Università di Milano, e le chiede di tornare su quel corpo con tecnologie che nel 2007 non esistevano. 185 pagine. Depositate il 23 febbraio 2026. L'ora della morte, le lesioni, le tracce lasciate dall'arma, i segni di difesa sul corpo di Chiara, alcuni mai descritti nell'autopsia originale. Gli oggetti recuperati dal Cavo Bozzani. Le misure antropometriche di Andrea Sempio, indagato nel nuovo procedimento. Un lavoro immenso, senz alcun dubbio. Ma poi, una sola domanda alla quale la consulenza non risponde: il portavaso, che fine ha fatto?
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13 agosto 2007. Chiara Poggi viene trovata morta nella villetta di via Pascoli 8 a Garlasco. Ha 26 anni. È sola in casa. Per quasi vent'anni, la giustizia italiana ha seguito una sola pista: Alberto Stasi, il fidanzato, condannato in via definitiva nel 2015 a 16 anni di reclusione. Ma le indagini non si sono mai davvero fermate. Nel 2016 emerge per la prima volta il nome di Andrea Sempio — amico del fratello di Chiara, residente a Garlasco, a poche centinaia di metri dalla villetta. Un profilo genetico compatibile con il suo viene individuato sotto le unghie della vittima. Il fascicolo viene aperto, poi archiviato. Nel 2023 riprende tutto da capo, con nuove tecnologie e una nuova delega investigativa. Nel 2025 la genetista nominata dal GIP di Pavia conferma: quel profilo biologico è compatibile con la linea paterna della famiglia Sempio. Non con Stasi. Il 21 aprile 2026 il Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Milano deposita alla Procura di Pavia 310 pagine di indagini su Andrea Sempio. Intercettazioni ambientali, tabulati, perizie, diari sequestrati, analisi della scena del crimine. Un documento che rimette in discussione ogni certezza. Il 7 maggio 2026 la Procura chiude le indagini e notifica ad Andrea Sempio il 415 bis. Le aggravanti contestate: crudeltà e motivi abietti. Questo è solo il primo di una serie di approfondimenti sulla #discovery C'è ancora molto da raccontare.
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Andrea Ferretti, fondatore di Garlasco Channel, è oggi una delle voci più informate sul caso che continua a dividere l'opinione pubblica italiana a quasi vent'anni dall'omicidio di Chiara Poggi. In questa intervista lo abbiamo ascoltato a tutto campo: il suo percorso di divulgatore, il lavoro quotidiano di osservazione del caso, le contraddizioni che secondo lui non sono mai state davvero affrontate. E poi un passaggio che resterà sospeso — perché alcune informazioni, ancora coperte da segreto investigativo, non possono essere rivelate. Ma quello che traspare, anche in ciò che non viene detto esplicitamente, è chiaro: qualcosa sta per emergere. Un elemento che, se confermato, potrebbe cambiare profondamente la lettura del caso Garlasco così come lo conosciamo. Quello che potete ascoltare in questo video è la voce di chi, su questo caso, sa molto di più tra i divulgatori e oggi prova a raccontarci, fin dove può, ciò che si muove dietro le quinte.
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Ponza, 9 agosto 2020. In un'intercapedine tra due muri viene trovato il corpo di Gianmarco "Gimmy" Pozzi, 28 anni, campione di kickboxing. La prima versione parla di una caduta. Ma c'è una ferita alla testa profonda senza tracce di sangue, spine conficcate sulla schiena, una busta nascosta tra gli indumenti intimi, un telefono che prima è integro e poi risulta distrutto. Cinque anni dopo, la Procura chiede l'archiviazione. La famiglia si oppone. In questa intervista ne parlo con la criminologa Barbara Fabbroni: un caso in cui ogni silenzio pesa quanto un indizio.
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Giulia Tramontano aveva 29 anni, viveva a Senago con il suo compagno e stava aspettando il suo primo figlio. Lo avrebbe chiamato Thiago. Era il 27 maggio 2023 quando di Giulia si perde ogni traccia. Questa è la sua storia. È anche la storia di Thiago, il bambino che non è mai nato. È la storia di una donna che fino all'ultimo ha cercato di fare la cosa giusta — per sé, per il suo bambino, per la sua vita. Una storia che merita di essere raccontata per intero, senza tagli e senza omissioni.
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Nel 1996 Nada Cella, una ragazza di 24 anni, viene uccisa in uno studio di commercialisti a Chiavari. Il caso rimane irrisolto per decenni, i faldoni si accumulano, le piste si perdono. Una sembra non essere mai stata davvero seguita. Antonella Delfino Pesce è una biologa molecolare e criminologa. Nel 2018, cercando un argomento per la sua tesi di master, si imbatte nel caso di Nada Cella per puro caso. Quello che trova in 12.000 pagine di verbali cambierà tutto: un bottone, un verbale dimenticato, e un nome che nelle indagini ufficiali non era mai entrato davvero.
In questa intervista mi racconta come ha lavorato, cosa ha trovato, e perché ci sono voluti anni prima che qualcuno ascoltasse.
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La consulenza dell'anatomopatologa Cristina Cattaneo sul delitto di Chiara Poggi, depositata il 23 febbraio 2026 alla Procura di Pavia, è ancora secretata. Quello che circola sono indiscrezioni. Indiscrezioni che parlano di una colluttazione, di un nuovo orario della morte, di due possibili armi, di sangue sul divano. Ma c'è qualcosa che non torna. A partire da una domanda che nessuno sta facendo: colazione a che ora? Non tutti gli esperti concordano con la ricostruzione della lotta. Due perizie processuali dicevano il contrario. L'autopsia originaria di Ballardini diceva altro. E la parola "colluttazione" ha implicazioni che vanno ben oltre la dinamica del delitto — implicazioni che riguardano il DNA sotto le unghie di Chiara, ignoto 2, e l'intero quadro accusatorio.
⚖️ Tutti i fatti riportati si basano su fonti giornalistiche pubbliche, atti processuali e documenti consultabili. La perizia Cattaneo è secretata: le informazioni relative al suo contenuto derivano da indiscrezioni riportate dal Tg1 e da altre testate nazionali.
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13 agosto 2007. Garlasco. Un oggetto di ottone giace sul pavimento della villetta della famiglia Poggi, teatro di uno degli omicidi italiani più crudi degli ultimi anni. I carabinieri lo fotografano ma nessuno ci bada molto. I consulenti lo esaminano e attira l'attenzione, ma tutto cade in un nulla di fatto. Per diciotto anni, nessuno fa la domanda giusta. Finché Enrico Manieri, esperto in balistica e criminalistica forense, ne parla ipotizzando questo oggetto come arma per uccidere Chiara Poggi. Poi Gerardo Troncone, ingegnere e docente universitario, lo individuata definitivamente con i metodi e gli strumenti della scienza. In questo video vi racconto uno studio scientifico inedito — firmato dall'ing. Gerardo Troncone, già docente alla Federico II di Napoli — che per la prima volta applica simulazioni fisiche e calcolo probabilistico a un reperto che era sulla scena del crimine il giorno dell'omicidio di Chiara Poggi. I risultati cambiano tutto quello che pensavamo di sapere su quell'oggetto. E forse su molto altro.
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La scena del crimine del delitto di Garlasco è stata analizzata, processata, raccontata infinite volte. Eppure alcune domande fondamentali non hanno mai trovato una risposta chiara. In questo video ho incontrato nuovamente Enrico Manieri, esperto balistico e criminalista che avete già conosciuto in una mia precedente intervista, per ripercorrere insieme la scena del crimine con uno sguardo tecnico e rigoroso — quello che solo un professionista del settore può offrire - soprattutto a causa del fatto che molti aspetti erano rimasti insondati durante il nostro primo incontro. Cosa dicono davvero le prove fisiche? Cosa emerge da un'analisi approfondita? E soprattutto: ci sono elementi che nel corso degli anni non sono stati adeguatamente considerati? Le risposte, come spesso accade nei casi più complessi, aprono nuove domande. E qualcuna potrebbe cambiare il modo in cui hai sempre visto questa storia. 🎙️ Con la partecipazione di Enrico Manieri, esperto balistico e criminalista ed esperto di cybersecurity
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22 giugno 1983. Roma. Una ragazza di quindici anni esce di casa con una cartella di spartiti. Non torna più. Quarantadue anni di indagini archiviate. Piste chiuse nel momento in cui diventavano pericolose. Testimoni che parlano e poi spariscono nel silenzio. Una tomba aperta in una basilica che non avrebbe dovuto contenere quel corpo. Un tunnel murato sotto una villa venduta a un miliardo di lire quando ne valeva ventisette. Un giudice — l'unico nella storia della Repubblica — scomparso nel nulla nel 1994 perché sapeva troppo. E poi c'è un documento. Datato 1983. Firmato. Protocollato. Rimasto nell'ombra per oltre quarant'anni. Contiene un'informazione che cambia tutto. Non la trovate nei telegiornali. Non l'ha detta nessuno ad alta voce. Fino ad oggi.
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243 errori in una confessione. Una donna che chiede ai magistrati se quello che sta dicendo è giusto. Un appartamento in cui qualcuno era entrato ore prima della strage. Le confessioni di Olindo e Rosa sono state il pilastro della condanna.
Ma reggono davvero a uno sguardo attento?
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Chi ha ucciso Liliana Resinovich in una fredda notte d'inverno? Dopo che la perizia Cattaneo ha smontato pezzo per pezzo la prima verità consegnata a tutti noi con la prima analisi autoptica che voleva Liliana essersi tolta la vita in un gesto tragico e inspiegabile per chi la conosceva bene, oggi l'unica domanda che rimane sospesa potrebbe essere proprio questa. Chi è stato? E perché lo ha fatto? Proviamo a rispondere a questa e ad altre incognite con la dott.ssa Barbara Fabbroni, criminologa e psicoterapeuta.
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Tre bambini. Tre famiglie distrutte. Decenni di indagini senza risposte. Denise Pipitone scompare a 4 anni davanti casa. Le tracce portano a un gruppo di nomadi a Milano. Poi il nulla. Angela Celentano sparisce sul Monte Faito durante una gita con la sua famiglia. Quaranta testimoni. Nessuno vede nulla. Mauro Romano viene portato via dalle strade di Racale. La famiglia oggi dice di sapere la verità. Ma non verrebbe creduta. Omertà. Depistaggi. Silenzi che pesano come pietre. Chi sa, tace. Ma questi bambini, come tanti altri, meritano giustizia e c'è chi ancora li sta cercando.
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Dal marzo 2025, il delitto di Garlasco è esploso entrando prepotentemente nelle nostre case attraverso tutti i mezzi di comunicazione. Dai programmi televisivi ai social media, il caso è diventato mediatico oltre ogni immaginazione e qualunque piccola notizia si possa carpire dagli organi inquirenti viene immediatamente divorata dai media. Che cosa ci sta insegnando questa esplosione su questo atroce caso di cronaca italiano? Perché tutti noi continuiamo ad interrogarci su quanto accaduto quel 13 agosto di 18 anni fa? Ci stiamo forse identificando nella vicenda di Garlasco perché percepiamo che, probabilmente, siamo difronte ad un errore giudiziario? Ne parliamo oggi con la psicologa clinica e criminologa Antonella Elena Rossi.
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