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Trump ha annunciato un’intesa preliminare con l’Iran poche ore prima del suo compleanno, presentandola come un successo storico e personale. L’accordo, confermato da Teheran il giorno successivo, prevede la sospensione delle ostilità dirette e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Tuttavia non si tratta di un trattato di pace, ma di un memorandum d’intesa che rinvia le questioni più delicate. Il tema cruciale del programma nucleare iraniano resta infatti aperto e sarà oggetto di ulteriori negoziati nei prossimi sessanta giorni. Solo allora si potrà capire se l’intesa rappresenterà una vera svolta diplomatica o soltanto una vittoria narrativa per entrambe le parti. Ma perché? Ne parlo con Mario Del Pero.
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In pochi mesi Roberto Vannacci è passato dall'essere una figura controversa a uno dei protagonisti più discussi della politica italiana. Dopo il successo editoriale e il risultato ottenuto alle elezioni europee, il generale ha consolidato la propria presenza nel dibattito pubblico, conquistando consenso soprattutto tra gli elettori che chiedono una destra più identitaria e meno incline ai compromessi. Anche le sue recenti apparizioni televisive hanno confermato la capacità di imporre temi e argomenti all'agenda politica nazionale. Una crescita che non riguarda soltanto la sua popolarità personale, ma che rischia di influenzare gli equilibri dell'intero centrodestra. Vannacci è un problema serio per Giorgia Meloni. Ma perché? Ne parlo con Alfonso Raimo.
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Saknas det avsnitt?
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Dopo quasi quattro mesi di guerra, il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran potrebbe essere arrivato a un punto di svolta. Quello che inizialmente sembrava un intervento destinato a provocare il rapido crollo della Repubblica Islamica si è trasformato in un confronto molto più complesso, nel quale Teheran ha dimostrato una capacità di resistenza inattesa. Decisivo è stato il ruolo dello Stretto di Hormuz, la principale leva strategica iraniana, capace di mettere sotto pressione l'economia globale e di allarmare Europa e Stati Uniti. Di fronte al rischio di una nuova crisi energetica e di una ripresa dell'inflazione, l'obiettivo del cambio di regime sembra aver lasciato spazio alla ricerca di una soluzione negoziata. Ora, per la prima volta dopo mesi, Washington e Teheran sembrano davvero vicine a un accordo. Ma perché? Ne parlo con Maurizio Molinari.
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L’Italia sta affrontando uno degli inverni demografici più profondi del mondo sviluppato: nel 2025 le nascite sono state circa 355.000 contro oltre 650.000 decessi, con un saldo naturale negativo vicino alle 300.000 persone. Meno nascite significano meno lavoratori, meno contribuenti e maggiori difficoltà nel sostenere sanità e pensioni, mentre l’aumento dell’aspettativa di vita rende ancora più delicato l’equilibrio del sistema. Il fenomeno riguarda quasi tutto l’Occidente, dove i tassi di fecondità restano sotto il livello di sostituzione, anche se alcuni Paesi continuano a crescere grazie all’immigrazione. Tra questi c’è la Svizzera, che pur avendo una natalità molto bassa continua ad aumentare la propria popolazione. Eppure, mentre gran parte del mondo teme il declino demografico, gli svizzeri sono chiamati a votare una proposta per limitare la crescita della popolazione. Ma perché? Ne parlo con Elettra Bernacchini.
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Dalla fine della Seconda guerra mondiale alla divisione della penisola coreana, la Corea del Nord ha seguito un percorso radicalmente diverso da quello del Sud, fondato sull'autarchia, sul culto della leadership e sul controllo statale dell'economia. Tra carestie, isolamento internazionale, tensioni nucleari e tentativi falliti di riavvicinamento con Seul, il Paese è rimasto per decenni uno degli Stati più chiusi e controversi del pianeta. Eppure, secondo un recente articolo del Wall Street Journal, oggi la Corea del Nord starebbe vivendo una trasformazione economica sorprendente. Un'affermazione che può sembrare provocatoria, ma che trova riscontro in alcuni dati e cambiamenti osservabili. Ma perché? Ne parlo con Simone Di Gregorio.
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Donald Trump prende pubblicamente le distanze da Benjamin Netanyahu e ribadisce che la strategia americana in Medio Oriente viene decisa a Washington, non a Gerusalemme. Mentre gli Stati Uniti puntano a preservare i negoziati con l’Iran e a chiudere il conflitto, Israele continua a considerare la pressione militare lo strumento principale per fermare Teheran. Dietro le dichiarazioni dei due leader emergono priorità politiche e strategiche sempre più divergenti. Trump cerca un risultato diplomatico da spendere sul fronte interno, Netanyahu punta invece sulla sicurezza e sulla prosecuzione della guerra. Un rapporto che per anni è apparso granitico mostra oggi crepe sempre più evidenti. Ma perché? Ne parlo con Mario Del Pero.
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L'intelligenza artificiale viene presentata come una rivoluzione inevitabile, destinata a trasformare il nostro modo di lavorare e vivere. Eppure, negli Stati Uniti e in Europa cresce la resistenza: si protestano i data center, si contestano le aziende che sviluppano l'AI e perfino nei campus universitari chi ne parla viene accolto da fischi. Da una parte i colossi tecnologici la descrivono come il futuro, dall'altra una parte crescente dell'opinione pubblica teme che stia avanzando troppo in fretta e senza adeguati controlli. Un paradosso che sta emergendo proprio mentre l'AI entra sempre più nelle nostre vite. Ma perché? Ne parlo con Marta Ciccolari Micaldi.
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Donald Trump aveva annunciato un accordo tra Israele e Hezbollah per fermare gli attacchi reciproci, ma la notizia è stata subito smentita da Netanyahu. Nei giorni successivi, nonostante alcuni segnali positivi e le aperture del governo libanese, la tregua non si è concretizzata. Secondo una proposta discussa, il gruppo sciita avrebbe interrotto gli attacchi contro il nord di Israele in cambio della fine delle operazioni israeliane nel sud del Libano. A spegnere le speranze è stato però il suo leader, Naim Qassem, che ha definito inutili i negoziati in corso. Ma perché? Ne parlo con Nadia Boffa.
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Putin, intervenendo al Forum Economico di San Pietroburgo, ha ribadito la disponibilità a trovare un compromesso per porre fine alla guerra in Ucraina, pur confermando che il Donbass resta un punto irrinunciabile per Mosca. Il presidente russo ha inoltre indicato l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder come possibile mediatore tra Russia e Occidente. Una proposta che suscita però dubbi sulla sua imparzialità, alla luce dei suoi legami con il gruppo energetico russo Gazprom. Nel frattempo, sul campo, l’Ucraina continua a subire una crescente pressione militare e un’intensificazione degli attacchi russi. In questo scenario, Zelensky ha rilanciato la possibilità di un incontro diretto con Putin. Ma perché? Ne parlo con Maurizio Molinari.
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La grazia concessa a Nicole Minetti dal Presidente della Repubblica ha riacceso il dibattito attorno all’ex consigliera lombarda e alle motivazioni che hanno portato al provvedimento. Il Fatto Quotidiano aveva messo in dubbio la correttezza dell’iter, sostenendo che il Quirinale fosse stato indotto in errore e che mancassero i presupposti per la concessione della grazia. Al centro della vicenda, la necessità di assistere un bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani e affetto da una grave patologia. Le accuse del quotidiano hanno coinvolto anche il Ministero della Giustizia e la Procura Generale di Milano, chiamati a svolgere l’istruttoria prevista dalla legge. Oggi, però, i chiarimenti arrivati sembrano smentire quella ricostruzione. Ma perché? Ne parlo con Federica Olivo.
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Quattro braccianti migranti sono morti bruciati vivi in un minivan ad Amendolara, in Calabria. Le prime indagini collegano il delitto a una disputa sul trasporto dei lavoratori, uno degli ingranaggi del sistema del caporalato. Un fenomeno che continua a sfruttare migliaia di persone attraverso salari da fame, lavoro nero e assenza di tutele. Nonostante decenni di denunce, leggi e promesse politiche, il caporalato resta profondamente radicato nell'agricoltura italiana. Ma perché? Ne parlo con Edoardo Buffoni.
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Sembrava che il cessate il fuoco tra Israele e Libano potesse aprire la strada a un accordo più ampio tra Stati Uniti, Iran e Israele, ma la tregua è rapidamente naufragata. Gli attacchi americani contro obiettivi iraniani e la conseguente risposta di Teheran hanno riportato la regione sull'orlo di una nuova escalation, mentre resta irrisolta la questione dell'uranio arricchito iraniano. Anche lo stretto di Hormuz continua a operare a capacità ridotta, con pesanti conseguenze economiche e strategiche. Nel frattempo Israele ha ripreso l'offensiva in Libano, avanzando fino al castello di Beaufort e minacciando nuovi bombardamenti a Beirut. Ma perché? Ne parlo con Giuseppe Dentice.
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La Commissione Europea ha rivisto al ribasso le stime di crescita per quasi tutte le economie del continente, anche a causa dello shock energetico legato alla guerra in Iran. Germania e Francia rallentano, mentre la Spagna continua invece a crescere a ritmi sostenuti, confermandosi tra le economie più dinamiche d’Europa. L’Italia, però, è il Paese che preoccupa di più: la crescita prevista per quest’anno scende allo 0,5%, ben sotto le stime precedenti. Un dato che riporta il nostro Paese in fondo alla classifica europea. Mentre gli altri rallentano, l’Italia sembra fermarsi del tutto. Ma perché? Ne parlo con Raffaele Ricciardi.
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Mentre il mondo guarda alla guerra in Iran, gli Stati Uniti stanno aumentando la pressione su Cuba. Washington ha incriminato l’ex presidente cubano Raúl Castro per l’abbattimento di due aerei civili nel 1996, un’accusa che L’Avana respinge parlando di “menzogne e distorsioni”. Intanto l’amministrazione Trump, sostenuta dal segretario di Stato Marco Rubio, considera Cuba uno storico avversario e un alleato strategico di Cina, Russia e Iran. Dietro l’incriminazione c’è quindi molto più di una questione giudiziaria: è un messaggio politico e geopolitico rivolto al regime cubano, già indebolito da una gravissima crisi economica interna. Dopo Venezuela e Iran, l’attenzione americana sembra ora spostarsi apertamente su Cuba. Ma perché? Ne parlo con Mario Del Pero.
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Itamar Ben-Gvir è uno dei volti più estremi della politica israeliana: provocazioni, simboli violenti e dichiarazioni razziste hanno accompagnato tutta la sua ascesa pubblica. Ma la sua figura non nasce nel vuoto, bensì dentro un clima politico occidentale sempre più radicalizzato, dove odio e linguaggi aggressivi sono stati progressivamente normalizzati. Israele stesso, un tempo dominato da forze moderate e laburiste, ha visto spostarsi in avanti il confine di ciò che è considerato accettabile. Ben-Gvir finisce così per incarnare una trasformazione più ampia che attraversa Europa, Stati Uniti e destra identitaria contemporanea. E Netanyahu, oggi, non può fare a meno di lui. Ma perché? Ne parlo con Giuseppe Dentice.
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Xi Jinping e Donald Trump hanno mostrato segnali di distensione tra Cina e Stati Uniti dopo mesi di tensioni commerciali e scontri sui dazi. Trump ha parlato di importanti accordi economici con Pechino, anche se al momento mancano conferme ufficiali dettagliate. Dietro il clima cordiale del vertice, però, restano aperti dossier strategici cruciali: dal ruolo della Cina nella crisi tra Iran e Occidente fino alla guerra in Ucraina. Ed è proprio in questo contesto che si inserisce la nuova visita di Vladimir Putin in Cina, arrivata subito dopo l’incontro tra Xi e Trump. Ma perché? Ne parlo con Gianluca Pastori.
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Donald Trump sostiene che siano in corso “negoziazioni serie” tra Stati Uniti e Iran, dopo aver autorizzato — e poi fermato all’ultimo momento — un nuovo attacco contro Teheran. Intanto lo Stretto di Hormuz resta di fatto bloccato, mentre sul programma nucleare iraniano non esiste ancora alcun accordo: Washington chiede lo stop alle attività atomiche e il trasferimento all’estero dell’uranio arricchito, ma Teheran continua a opporsi. Tra dichiarazioni contraddittorie, tensioni militari e timori economici, il vero punto centrale resta il passo indietro della Casa Bianca. Trump aveva deciso di colpire l’Iran, ma alla fine si è fermato. Ma perché? Ne parlo con Nadia Boffa.
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Negli ultimi anni le borse hanno continuato a crescere anche di fronte a crisi enormi: dalla pandemia alla guerra in Ucraina, fino alle tensioni in Medio Oriente. Perfino eventi che sembravano destinati a far crollare i mercati hanno avuto effetti di breve durata. Anche dopo i dazi annunciati da Trump, le piazze finanziarie si sono rapidamente riprese. Oggi però la situazione appare ancora più paradossale: inflazione, crisi energetica e instabilità globale fanno temere mesi difficili per l’economia mondiale. Eppure le borse continuano a segnare nuovi record. Ma perché? Ne parlo con Raffaele Ricciardi.
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Solo pochi mesi fa Keir Starmer aveva riportato i laburisti al governo con una vittoria storica, chiudendo quattordici anni di dominio conservatore nel Regno Unito. Per molti elettori progressisti sembrava l’inizio di una nuova stagione politica e un argine al populismo di Nigel Farage. Col tempo, però, l’entusiasmo si è trasformato in delusione: alcune scelte politiche e dichiarazioni controverse hanno incrinato il rapporto con parte della sua base elettorale. Oggi i sondaggi mostrano un forte calo di consenso, mentre crescono tensioni e critiche anche dentro il Partito Laburista. Il Regno Unito rischia così una nuova fase di instabilità politica. Ma perché? Ne parlo con Antonello Guerrera.
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Tre giorni di tregua, una pace che sembrava vicina e nuovi negoziati all’orizzonte. Poi, però, la guerra ha ripreso a parlare con le bombe. Mentre Donald Trump incontrava Xi Jinping a Pechino, la Russia ha lanciato uno dei più violenti attacchi dall’inizio del conflitto, colpendo Kiev con centinaia di droni e missili. Un bombardamento devastante, ma anche un messaggio politico arrivato nel momento più delicato. Ma perché? Ne parlo con Gianluca Pastori.
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