Avsnitt
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In questo episodio di FilosofIndia esploreremo il dualismo del Samkhya, che distingue tra purusha (spirito/coscienza) e prakriti (materia/natura). Proveremo ad esaminare la complessità di questa divisione, considerandone le implicazioni per la comprensione della realtà e della liberazione spirituale. Un'analisi critica rivela, infatti, le tensioni e i paradossi che emergono dall’interno di questa filosofia dualistica da sempre considerata il riferimento teorico dello Yoga di Patanjali
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Le parole del Buddha sono state oggetto di un lunghissimo e dettagliatissimo lavoro di ricostruzione da parte della comunità monastica, nei secoli successivi alla morte del maestro. Sebbene oggi pensiamo di essere a conoscenza dell’insegnamento originario, è probabile che il Buddha abbia detto molte più cose di quelle riportate nel canone. È fuor di dubbio che il nucleo dell’insegnamento buddhista ruotasse intorno all’origine e all’estinzione del dolore, e all’idea che l’esperienza debba fungere da guida principale per chiunque voglia raggiungere la consapevolezza della verità. Ciò non ostante, su molte tematiche altrettanto importanti vi sono, nel canone, diverse opinioni e diverse letture. La legge di causa-effetto, la natura dell’individuo, il funzionamento della mente, l’esistenza di un principio metafisico, sono solo alcune di queste. Certamente però, sappiamo che i discorsi del Buddha avvenivano in costante dialogo e contrasto con il pensiero filosofico dei ricercatorispirituali a lui contemporanei, i quali parlavano di assoluto, di coscienza e di essere in termini sostanziali. Per il Buddha, invece, che pensava in termini processuali anziché sostanziali, la categoria filosofica fondamentale era quella di azione morale
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Saknas det avsnitt?
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In questo episodio di FilosofIndia cercheremo di raccontare le fasi principali del dibattito tra due correnti interne alla scuola del vuoto dopo Nagarjuna. Tra il V e il VII secolo dopo cristo, in India, la scuola del vuoto diviene oggetto di svariati commenti da parte di influenti maestri appartenenti a quella stessa scuola. Ben presto si creano due posizioni: la prima sosteneva che la reductio ad absurdum, cioè il prasanga, fosse l’unica strategia logicache Nagarjuna avesse mai adottato; la seconda sosteneva, invece, che la scuola del vuoto avesse bisogno di essere difesa dalle critiche attraverso un metodo logico indipendente e propositivo, lo svatantra. In India tale controversia andrà avanti per molti secoli, e proseguirà successivamente in Tibet, dove giungerà sino ai giorni nostri.
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In India, al termine dell’elaborazione filosofica del periodo classico, la scuola che sosteneva la metafisica monista per eccellenza, il vedanta non duale fondato da Samkara, evolverà verso il teismo, grazie alla sintesi del maestro Ramanuja, vissuto in Tamil Nadu all’inizio dell’XI secolo dopo Cristo e appartenente alla corrente religiosa visnuita degli Sri Vaisnava. Ramanuja cercherà di conciliarel’unità e l’immutabilità dell’assoluto vedantico con la molteplicità e il mutamento del mondo empirico, ma lo farà teorizzando una soluzione non più fondata sul concetto di sovrimposizione illusoria, bensì sul concetto direlazione concreta tra l’Assoluto e il mondo, dove quest’ultimo diviene il vero e proprio “corpo di Dio”.
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In questo episodio di FilosofIndia, parleremo del filosofo buddhista Dharmakirti, vissuto intorno al VII secolo dopo Cristo. Finissimo logico ed epistemologo, egli ha sviluppato un contributo unico alla teoria della meditazione: la concezione della cosiddetta “percezione meditativa”, che ha avuto grande influenza nel buddhismo a lui successivo
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In questo episodio di FilosofIndia presenteremo i tratti essenziali di un dibattito che risale all’XI secolo dopo Cristo, avvenuto tra Udayana, rappresentante della scuola
brahmanica di logica denominata Nyaya, e Jnanashrimitra, rappresentante della corrente buddhista degli epistemologi. Per Udayana e la scuola Nyaya, di impostazione fortemente realista, tutto quello che esiste deve poter essere percepito, non esiste nulla nella mente che non sia passato prima dai sensi. Per Jnanashrimitra e gli epistemologi buddhisti, al contrario, anche gli oggetti immaginari possono essere conosciuti, e questo fa di loro qualcosa di reale, anche se a livello convenzionale. Questa controversia di ordine logico aveva una grande importanza, perché smentire la posizione dell’avversario, come vedremo, avrebbe significato minare le fondamenta di tutto il suo sistema filosofico. -
In questo episodio di FilosofIndia vorremmo raccontare le vicende filosofiche di Vasubandhu, un maestro buddhista del IV secolo dopo Cristo, celebre per aver traghettato il buddhismo verso la svolta idealista. Egli è considerato il fondatore della cosiddetta “scuola della sola rappresentazione mentale”, che diverrà, insieme alla “scuola del vuoto”, la corrente più importante del Grande Veicolo, diffondendosi successivamente in Tibet, Cina e Giappone
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In questo episodio di FilosofIndia proveremo a delineare brevemente una teoria dell’essere e del linguaggio alquanto radicale, sostenuta da Dinnaga e Dharmakirti, fondatori, intorno al V-VI secolo dopo Cristo, della scuola buddhista indiana di epistemologia. Secondo gli epistemologi, non è possibile definire una cosa per via positiva, attraverso le sue qualità, ma soltanto per via negativa, cioè attraverso la differenza tra quella singola cosa e tutte le altre.
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In questo episodio di FilosofIndia esploreremo alcune idee chiave dello Sivaismo del Kashmir, una corrente tantrica sorta in Kashmir tra l’VIII e l’XI secolo dopo Cristo. La sintesi filosofica di elementi esoterici, rituali, di raffinata metafisica monista e di speculazione grammaticale fanno dello Sivaismo del Kashmir una delle vette del pensiero indiano, giunta, non a caso, dopo secoli di dibattiti tra le scuole del periodo classico
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In questo episodio di FilosofIndia parleremo del Vaisesika (“distinzione”, “caratteristica del reale”), una scuola filosofica indiana la cui fondazione viene fatta risalire a un periodo che va dal II al V-VI secolo dopo Cristo, e per la quale è molto difficile individuare un unico autore. Nel corso dei secoli della sua elaborazione, il Vaisesika si è modificato e arricchito di idee audaci, fino a diventare il sistema realista per eccellenza dell’India classica. O forse, sarebbe meglio definirlo iper-realista, perché espande il concetto di realtà ben oltre a quello che si può vedere e toccare.
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In questo episodio di FilosofIndia parleremo della Mimamsa, una delle scuole filosofiche del periodo classico. I Veda sono i testi rivelati alla base della cultura e della religione dell’India antica. Ogni scuola filosofica di ambiente brahmanico del periodo classico ha, in qualche modo, un legame con i Veda, quantomeno a livello di autorità fondativa. C’è una scuola che però ha un legame speciale con la parola vedica. Questa scuola è la Mimamsa, che signfica “riflessione profonda” sulla parola vedica a livello innanzitutto sintattico, e poi anche semantico e filosofico. Essa ha sviluppato nei secoli un’affascinante teoria del significato che dà centralità alle parole, perché sono quest’ultime a possedere il potere, per così dire, di attivare il legame tra linguaggio e mondo ultraterreno
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In questo episodio di FilosofIndia tenteremo di mostrare i tratti essenziali dell’olismo linguistico del grammatico e filosofo Bhartrhari, rappresentante del Vedanta, vissuto in India intorno al V secolo d. C. Bharthari, inserendosi in una tradizione di pensiero antichissima, che risale ai Veda, sostiene una visione del linguaggio in quanto Assoluto. Quest’ultimo è linguaggio, e dunque è il linguaggio ad aver creato il mondo. Per questo l’essenza delle cose è imbevuta di linguaggio
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Il dibattito sulla validità dei nostri strumenti di conoscenza è uno dei grandi temi della filosofia indiana classica, e ogni scuola difende un proprio punto di vista. In questo episodio di FilosofIndia vedremo la teoria della conoscenza del Vedanta, che si fonda sul principio dell’auto-evidenza.
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In questo episodio di FilosofIndia parleremo un po’ del concetto di avidya nel Vedanta, una scuola filosofica sorta in India intorno all’VIII secolo d. C. grazie al genio del maestro Shankara. Il Vedanta ha fissato alcuni dei concetti canonici della filosofia indiana, anche attraverso un serrato dibattito con le altre scuole filosofiche ortodosse e il Buddhismo.
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In questo episodio di FilosofIndia parleremo del maestro buddhista Nagarjuna, il quale, intorno al secondo secolo dopo cristo, fondò un insegnamento basato sul concetto di vacuità in quanto cardine di tutto l’insegnamento buddhista. Nagarjuna fu un finissimo logico, tanto che il suo metodo è ancora oggi materia di dibattito. Egli diede grande importanza alla funzione del linguaggio, e al rapporto tra parole e cose.