Avsnitt
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Negli Stati Uniti, il 25 maggio del 1977, usciva in appena 32 sale il primo capitolo della saga di Guerre Stellari, “Star Wars: Episode IV – A New Hope”. Nonostante lo scetticismo iniziale e i problemi che accompagnarono la fase produttiva, la pellicola diventa rapidamente un fenomeno culturale capace di attirare un vasto pubblico grazie ai suoi innovativi effetti speciali, alla trama e ai personaggi memorabili.
A tutto ciò si aggiungono il passaparola e le recensioni entusiaste che contribuiscono al successo globale del film, all’origine di una delle saghe cinematografiche più iconiche della storia del cinema. Ribellandosi alle logiche produttive dell’epoca, con Star Wars, il regista, produttore e sceneggiatore George Lucas disegna un universo narrativo complesso e avvincente, che catturerà l’immaginazione di milioni di fan in tutto il mondo. E la sua visione pionieristica cambierà per sempre anche l’industria cinematografica.
Ancora oggi Guerre Stellari – o Star Wars che dir si voglia – resta uno dei più rilevanti esempi di mitopoiesi dell’età contemporanea. Influenzato dalle teorie dello storico delle religioni Joseph Campbell, in particolare dalla sua opera “L’eroe dai mille volti”, quella immaginata da Lucas è una storia concepita come un mito, capace d’integrare temi classici, concetti filosofici, archetipi universali ed elementi della contemporaneità, restituendoci un modello dell’esperienza umana in cui il processo d’immedesimazione nelle vicende dell’eroe è immediato.
Ospiti di Charlot, per raccontarci di George Lucas e del suo genio creativo, il regista, animatore e docente di linguaggi cinematografici Giorgio Ghisolfi, autore di Star Wars. L’epoca Lucas. I segreti della più grande saga postmoderna (Mimesis, 2017) e I mondi di Star Wars. Mistica Jedi e sociologia della forza dentro e fuori la Cortina di Ferro (Mimesis, 2019); il regista, documentarista, docente e critico cinematografico Federico Greco, autore del saggio Star Wars. La poetica di George Lucas. Le avventure di un ragazzaccio con ambizioni eroiche (La Nave di Teseo, 2021) e, infine, l’esperto e grande appassionato di Star Wars Filippo Rossi, autore di Tutte le Guerre Stellari. La metafisica della Forza nella saga di Star Wars (Runa Editrice, 2020). -
Saknas det avsnitt?
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Si intitolava Utopia e inaugurava nel 2022 il Lugano Dance Project e il sogno di rendere Lugano un centro internazionale di danza contemporanea. Un sogno che nel frattempo si è consolidato insieme alla programmazione nella stagione del LAC di spettacoli importanti ma anche innovativi, capaci di avvicinare il pubblico a quanto di meglio la danza contemporanea offre.
Insomma l’humus appare oggi coltivato al meglio e arrivato alla seconda edizione il Lugano Dance Project è un festival a tutto tondo che prevede cinque nuove produzioni realizzate in collaborazione con teatri importanti, performance site-specific in luoghi inaspettati che portano la danza al di fuori dei teatri, e poi tavole rotonde, workshop, incontri, proiezioni e tanto altro.
Ma perché il LAC ha voluto così fortemente questo progetto, ancorandolo al territorio e mettendolo allo stesso tempo in dialogo con artisti e operatori da tutto il mondo? Ne parliamo con il direttore generale e il direttore artistico del centro culturale luganese, Michel Gagnon e Carmelo Rifici. Parleremo poi del programma con il consulente artistico per la danza del LAC Lorenzo Conti alla luce del tema scelto: la relazione tra corpo e architettura. E infine due protagonisti del festival il coreografo Michele Di Stefano e l’architetto e designer Riccardo Blumer ci racconteranno nella pratica dialogo e interazione tra movimenti dei danzatori (e non solo) e spazio architettonico. -
A fine 2023 ha debuttato allo Spazio Rossellini di Roma “Svelarsi”, l’ultimo progetto teatrale della pluripremiata attrice Silvia Gallerano. Sul palco, otto attrici, fra cui la stessa Gallerano, otto corpi di donne nude, che si raccontano e si confessano, fra senso di inadeguatezza, umiliazioni subite, maternità, canoni di bellezza imposti, identità femminile. In platea… un pubblico di sole donne (o chi si sente tale). Gli spettatori maschi non sono ammessi.
Una provocazione che suscita dibattito e che ci invita a interrogarci su quale sia il senso, nel 2024, di un’arte performativa esclusivamente femminile. Una proposta separatista, che enfatizza le differenze fra maschi e femmine, rischia di risultare escludente e autoreferenziale? È superata dalla più recenti istanze queer? Oppure, con la sua provocazione, riaccende un dialogo artistico e politico ancora necessario, rivelando contraddizioni e disparità che ancora sussistono nel mondo dello spettacolo e nella società?
Ne parliamo con le attrici e registe teatrali Silvia Gallerano e Monica Ceccardi, animatrice dal 2020 di un laboratorio d’indagine sul femminile per donne presso il Teatro Pan di Lugano, e con Ilenia Caleo, performer e ricercatrice presso l’Università di Venezia, esperta di arte femminista queer. -
Le Giornate o Incontro del teatro Svizzero sono nate nel 2014 su iniziativa dell’unione dei teatri svizzeri con il sostegno dell’Ufficio federale della cultura, e in questi dieci anni si sono svolte in alternanza nelle diverse regioni linguistiche. Nel 2024 tornano per la seconda volta nella Svizzera italiana (la prima era stata nel 2017) ospitate da LAC e Teatro foce a Lugano e dal Teatro Sociale a Bellinzona.
Loro scopo e obiettivo è da un lato offrire al pubblico dei luoghi in cui fa tappa una panoramica di quanto di meglio produce la scena teatrale svizzera delle diverse regioni, dall’altro promuovere e favorire il dialogo e il confronto tra i professionisti delle arti performative che provengono dai diversi contesti linguistici e culturali.
L’edizione “ticinese” - a cui è dedicata questa intera puntata di Charlot - prova a riflettere sul futuro del teatro con una selezione di sei spettacoli e con un ricco programma collaterale di incontri e discussioni che puntano a mettere a fuoco sfide e problematiche della disciplina. Proprio su quegli interrogativi si china anche il nostro magazine dedicato alle arti sceniche ospitando la direttrice artistica delle Giornate Julie Pauker, le registe e drammaturghe Francesca Garolla e Anahi Traversi, la responsabile della comunicazione dell’Accademia Dimitri Susanna Lotz e una giovane neodiplomata dell’Accademia, Luna Scolari. -
“Il blasfemo è il momento del tremito. Si trema quando si tocca qualcosa che è sacro; forse è già distrutto, distorto, deformato e comunque rimane sacro. Il blasfemo è un modo per ristabilire i legami perduti, per ristabilire qualcosa che è vivo [...] Non c’è blasfemo se non c’è relazione vivente col sacro”
Così si esprimeva, sul concetto di blasfemia e sulla sua relazione con il teatro e il sacro, Jerzy Grotowski, regista che ha influenzato profondamente il teatro contemporaneo, con il suo approccio innovativo alla performance. Del resto, nel corso della sua storia, il teatro si evoluto e trasformato rimanendo sempre in dialogo con quel senso di necessità e di connessione con il sacro che, nella Grecia antica, caratterizzava i riti originari.Ma il sacro ha ispirato anche molte altre forme d’arte nel corso dei secoli. Per esempio, è accaduto con la musica, il cinema e la danza, capaci di offrire, ognuno a modo suo, uno spazio unico per riflettere sul concetto del sacro e sulle narrazioni mitiche che lo accompagnano. La buona novella di Fabrizio De André è certamente un esempio significativo di come il sacro possa essere interpretato attraverso la canzone, mentre nel cinema c’è solo l’imbarazzo della scelta, andando da film come The Tree of Life di Terrence Malick o Il settimo sigillo di Ingmar Bergman a The Truman Show di Peter Weir, tutte opere che s’interrogano sul significato del divino e dei suoi simboli, e sulla loro presenza nelle nostre vite.
Ospiti di Charlot – per esplorare la dimensione del sacro nella canzone, al cinema, a teatro e nella danza classica orientale – il giornalista Paolo Ghezzi autore di Laudate hominem. Il Vangelo secondo De André (Ancora, 2024); Ermelinda M. Campani, direttrice del centro studi della Stanford University a Firenze e autrice del saggio Cinema e sacro. Divinità, magia e mistero sul grande schermo (Gremese, 2013); Roberto Cuppone, attore, regista e drammaturgo, nonché professore associato di Antropologia teatrale all’università di Genova, ed Ester Fuoco, studiosa di teatro e ricercatrice in discipline dello spettacolo allo IULM di Milano, entrambi curatori del saggio Blasphemia. Il teatro e il sacro (CELID, 2019) e, infine, la giornalista ed esperta di danza Francesca Rosso autrice di La danza nel cinema di Bollywood (Aracne, 2016). -
«Il gioco è una funzione che contiene senso; anzi, è lo strumento privilegiato nella costruzione di senso» lo sosteneva lo storico e linguista Johan Huizinga nel suo saggio Homo Ludens uscito nel 1938.
Un saggio in cui Huizinga argomenta come la stessa civiltà umana si sviluppi e sorga da un’esperienza ludica e che tutte quelle attività che attribuiamo alla sfera della serietà, come l’arte, la scienza, la religione, fino alla guerra, prendano forma a partire dal gioco. Un discorso che vale anche per la cultura che ha nelle sue fasi originarie il carattere di un gioco.
A quelle fasi torna in una certa misura l’ultima creazione del collettivo teatrale Trickster-p The Game che ha debuttato qualche settimana fa al Lac di Lugano e che ora inizia la sua tournée nelle città della Svizzera interna. Del rapporto tra gioco e teatro, ma anche delle affinità e delle ibridazioni tra cinema, serie tv e la più moderna delle declinazioni ludiche, i video games, parla questa settimana Charlot con un nutrito gruppo di ospiti dalla regista Cristina Galbiati, anima e fondatrice del Trickster-p, al game designer che ne ha affiancato il lavoro per the Game Pietro Polsinelli, fino ai prof. Emanuela Scarpellini e Matteo Bittanti che hanno dedicato numerosi saggi al ruolo dei videogiochi nella società contemporanea. -
Più di ogni altro scrittore, ce n’è uno che ha fornito al cinema drammi, poesie e canzoni. Centinaia di attori, scrittori e registi hanno lavorato in film ispirati dalla sua magnifica eredità. Con queste parole, l’attore e regista Kenneth Branagh, presentava l’omaggio filmato di Hollywood a William Shakespeare, durante la notte degli Oscar del 1997.
È stata l’epifania di un processo di appropriazione culturale, da parte dell’industria cinematografica, che si è sviluppato lungo tutto il primo secolo di cinema. Del resto, il drammaturgo e poeta inglese, nato a Stratford-upon-Avon nel 1564, è la figura più titolata nell’intera storia degli Academy Awards, con ben 86 candidature che hanno portato a 30 Oscar per 26 film considerati shakespeariani a vario titolo.
Un successo il cui segreto si cela probabilmente nella profondità dei temi affrontati dalle opere di Shakespeare. Amore, vendetta, ambizione. Potere. Ma forse, ancor di più, nei personaggi che, da Romeo e Giulietta ad Amleto, da Otello a Lady Macbeth, possiedono una complessità psicologica e un’umanità uniche e al contempo universali. E Hollywood, in più di un’occasione, ha tratto vantaggio proprio dalla forza e dalla profondità di questi personaggi.
Fra gli altri, ospiti di Charlot – per indagare le ragioni del successo cinematografico di Shakespeare e del suo stretto rapporto con la settima arte – Arturo Cattaneo, professore ordinario di Letteratura Inglese all’Università Cattolica di Milano e autore, insieme a Gianluca Fumagalli, del saggio Shakespeare in Hollywood (Einaudi, 2024); lo sceneggiatore Mario Ruggeri, autore del libro Shakespeare sceneggiatore. La tecnica di scrittura di cinque grandi tragedie (Vita e Pensiero, 2016) e, infine, la scrittrice, critica letteraria, traduttrice, e profonda conoscitrice dell’opera del Bardo, Nadia Fusini. -
Le case e gli appartamenti raccontano moltissimo di chi li abita. A un occhio attento osservare il luogo in cui una persona vive fornisce un’infinità di informazioni sul carattere, i gusti, l’umore e i sentimenti di chi si muove in quello spazio. È insomma in qualche caso un ulteriore personaggio di un film e comunque un elemento essenziale nello svilupparsi della narrazione.
Da pareti di cartapesta a vere e proprie architetture anche le scenografie teatrali, di prosa o di lirica poco importa, sono sul palco, oltre che di illustrare, capaci di raccontare relazioni tra i personaggi e atmosfere.
Ne parliamo a Charlot questa settimana con l’artista visuale Ila Beka che nei suoi film esplora come le persone vivono, percepiscono si muovono e si relazionano con lo spazio architettonico, con il semiologo Ruggero Eugeni che ha indagato nei suoi saggi l’effetto dei media e del cinema sugli spettatori e con la scenografa Margherita Palli, autrice di vere e proprie macchine teatrali abitative. -
Ci sono luoghi che conosciamo pur non essendoci mai stati. È una delle magie del cinema. New York, Parigi, Roma, Venezia e tante altre città fanno parte dell’immaginario cinematografico. Non solo sfondo, ma vere e proprie protagoniste delle storie raccontate sul grande schermo, capaci d’influenzare atmosfera, trama e personaggi.
Attraverso le loro strade, quartieri e architetture, le città diventano specchi delle società e delle identità rappresentate nei film. Al contempo, il cinema contribuisce a plasmare l’immaginario collettivo di questi luoghi, influenzando la nostra percezione, la nostra memoria urbana. Un legame fra cinema e città che è all’origine di un ciclo virtuoso d’ispirazione, riflessione e rappresentazione che arricchisce entrambi i mondi.
Inoltre, da sempre, il cinema ha una straordinaria influenza sulla promozione dei luoghi. Le location utilizzate nei film diventano attrazioni turistiche. Non a caso, soprattutto negli ultimi decenni, attraverso l’istituzione di film commission, diverse città e regioni – anche nella Svizzera italiana – hanno cercato di attirare le produzioni cinematografiche per promuovere il turismo e l’economia locale.
Fra gli altri, ospiti di Charlot, il giornalista, saggista e critico cinematografico Oscar Iarussi autore del saggio Andare per i luoghi del cinema (Il Mulino, 2017); il giornalista e responsabile sviluppo e innovazione RSI Lorenzo Buccella autore del libro Locarno on/Locarno off. Storia e storie del Film Festival (Edizioni Casagrande, 2022); lo scrittore e sceneggiatore Mario Mucciarelli autore della raccolta di racconti Lumière Lumière. La vera storia dell’invenzione del cinema e altre amenità (Sagoma, 2024) e infine Lisa Barzaghi e Lola Rossier figure cardine, dal punto di vista operativo, della Ticino Film Commission. -
Il Dramaturg è una figura comune nel teatro di lingua tedesca. Di solito uno scrittore – o comunque qualcuno che ha dimestichezza con la scrittura – che a partire dal Settecento lavora stabilmente in una compagnia o in un teatro alla rielaborazione o alla creazione dei testi da rappresentare. Nel tempo il D ha poi assunto anche il compito di proporre nuovi testi, suoi o di autori contemporanei.
Una figura che almeno fino alla fine del Novecento non è esistita nel teatro in lingua italiana. Non perché naturalmente non ci sia stata lettura e interpretazione dei testi. Giorgio Strehler o Luca Ronconi ad esempio sono famosi per l’attenzione che sapevano porre nella lettura del testo che andavano ad allestire. Ma appunto erano registi, anzi maestri di quel teatro di regia che ha caratterizzato le scene italiane.
Da qualche anno però questa figura affianca i registi che lavorano in italiano e ne abbiamo avuti esempi recenti anche sulle scene della svizzera italiana. A Charlot ne parliamo con figure diverse – dall’attore, al regista, dall’autore alla teorica del teatro, chiedendoci come il Dramaturg all’italiana sta mutando la scena contemporanea.
Con noi per parlarne Marzio Gandola, Michele Altamura e Gabriele Paolocà della compagnia VicoQuartoMazzini, Marco Foschi con Piersandra di Matteo.
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Sono molte le tessere che compongono il mosaico del mito americano. Per esempio, nel corso della storia degli Stati Uniti, il mito della “frontiera” e del West hanno contribuito a plasmare la percezione di un’America come terra delle grandi opportunità e dalle possibilità illimitate.
C’è poi l’american dream. Il sogno americano. Ovvero l’idea che tutti possono ambire al successo. Ogni cittadino, indipendentemente dalle sue origini, può migliorare la propria condizione sociale e personale grazie alla dedizione unita al duro lavoro. Un sogno alimentato dall’ideale di libertà individuale e dall’aspirazione all’indipendenza.
Non a caso, la Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, l’atto di nascita degli Stati Uniti d’America, sottolinea proprio questi due principi fondamentali. E il concetto di libertà personale è da sempre un elemento chiave nella costruzione dell’identità nazionale. Ma com’è stato raccontato e rimodellato dal cinema, dalla televisione e dal musical, il mito americano?
Ospiti di Charlot, per riflettere su quale sia stata l’evoluzione del racconto del mito americano, i critici Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri, autori del volume Spettri di Clint. L’America del mito nell’opera di Eastwood (Baldini e Castoldi, 2023); Luca Barra, esperto di media e televisione, autore del volume La sitcom. Genere, evoluzione, prospettive (Carocci, 2020) e il musicologo Luca Cerchiari, docente di Storia della musica pop e jazz allo IULM di Milano, autore del libro Storia del musical. Teatro e cinema da Offenbach alla musica pop (Bompiani, 2022).Prima emissione 21 gennaio 2024
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