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TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8572
I TRE MOTIVI PER CUI I SACERDOTI LASCIANO IL MINISTERO
di Giuseppe Forlai
Da sempre i preti abbandonano il ministero, i coniugi si separano, le monache lasciano la clausura, i frati il convento. I motivi sono i più diversi, le cause profonde che portano a determinate scelte spesso insondabili. Sembra assurdo dirlo, ma tant'è: non tutti sanno precisamente perché cambiano vita; più che altro "sentono" che qualcosa si è rotto dentro, mettendo tutto in discussione. Quando un prete abbandona non bisogna scandalizzarsi, piuttosto chiedersi con molta umiltà e sapienza: «Perché io rimango?». Si narra che dei monaci egiziani incontrarono lungo il sentiero un anziano abbà rannicchiato con la testa tra le mani che versava lacrime abbondanti. Domandarono: «Padre, perché piangi? Cosa ti è mai successo?». Egli rispose: «Ho visto pocanzi un monaco cadere in un grande peccato». Stupefatti i giovani esclamarono: «E dunque, perché questa spropositata disperazione?». E l'anziano: «Oggi lui, domani io». Attenzione a puntare il dito. Senza fare le pulci a chi lascia, è utile condurre una disamina delle varie storie di vita, almeno nel tentativo di rimanere lucidi e farsi un esame di coscienza. Giudicare no, vigilare sì. Le cause degli abbandoni si rimpallano da anni, e le più "quotate" sono conosciute. C'è chi parla di crisi del celibato, di una formazione seminaristica lontana dalla realtà (questa motivazione va sempre molto di moda, soprattutto in chi non ha mai fatto il formatore); c'è poi chi denuncia la solitudine del prete o il logoramento pastorale, oppure la scarsa cura di taluni vescovi verso sacerdoti. In questi ultimi anni è poi aumentato il fenomeno dei preti adulti che lasciano, e l'abbandono non sembra più essere appannaggio dei giovani o della famigerata crisi del settimo anno. Si lascia il ministero anche a sessant'anni (come d'altra parte si divorzia perfino in età matura). Comunque i dati sociologici esistono e non vale la pena riproporli. Chi scrive fa l'eremita, non l'esperto, quindi non azzardo analisi. Posso però condividere alcune costanti che ho registrato accompagnando i consacrati.
ALCUNE COSTANTI
La prima cosa che mi colpisce è come nei preti in crisi l'emozione del momento abbia la forza di cancellare un'intera biografia: esperienze, scelte, valori, convinzioni di fede vengono quasi azzerate da un fallimento, un innamoramento, una delusione. Come se l'identità personale non si distendesse più sul corso del tempo vissuto, ma si contraesse improvvisamente, appiattendosi sul disagio dell'oggi; non esiste più nulla al di fuori del sentirsi male, e il rinchiudersi interamente nel disagio - cassando la memoria - sembra essere l'unica maniera per sentirsi liberi. Avviene come se di un romanzo di mille pagine ne restassero solo dieci, e da queste si pretendesse di conoscere tutta la trama.
La seconda cosa che mi colpisce - e che segue sovente la scomparsa della biografia personale - è che nelle storie di abbandono il senso della comunità e la responsabilità verso il prossimo decadono rapidamente. I volti delle persone che hanno accompagnato il cammino sbiadiscono, le persone affidate, il popolo di Dio - che sembrava prima la ragione precipua di ogni dedizione - improvvisamente non hanno più alcun posto nella coscienza di sé. Dopo anni di discernimento comunitario fatto per diventare prete, coinvolgendo superiori, formatori, parroci di pastorale e popolo di Dio, per scegliere di lasciare non serve più nessuno... se non lo psicologo, che finalmente «mi fa sentire me stesso». Questo, devo dire, mi ha fatto sempre molto pensare.
La terza cosa che constato è la discriminante del fattore fede. Ossia il prete che entra in una crisi destabilizzante con una lettura provvidenziale della sua storia, vive il tempo della prova non come una messa in discussione di tutto, ma come un'occasione. Posso essere interiormente lacerato e per lungo tempo, ma a seconda del fatto che io abbia o meno un'esperienza viva di Cristo e dei sacramenti la crisi sboccherà in esiti sensibilmente diversi. La maggior parte dei preti che ho conosciuto e che per motivi personali hanno lasciato il ministero, si sono anche allontanati del tutto o in parte dal credo della Chiesa, a favore di una religiosità cucita addosso in maniera individualistica. In questo caso si comprende come le crisi vocazionali - specie nei giovani preti che hanno ricevuto da ragazzi una formazione cristiana meramente aggregativa sentimentale - possano essere interpretate come crisi di fede.
Le cause remote degli abbandoni non tocca a me stabilirle, ma gli stessi preti che incontro ogni tanto ne elencano qualcuna, che riporto di seguito.
TRE CAUSE RICORRENTI
1) La fatica a essere onesti
Essere sinceri ed essere autentici sono due cose molto diverse. I formatori non sempre sanno operare tale distinzione nei seminaristi: un candidato che tutto racconta non significa che sia autentico. Si è sinceri quando si manifesta ciò che si sente, si è autentici quando si rivela ciò che si è e si desidera davvero. Non è la stessa cosa. Si può essere gravemente narcisisti e contemporaneamente sinceri, solo per fare un esempio.
2) Il mito dell'infaticabilità senza equilibrio
Il bravo prete/seminarista - si pensa - è quello che si dà tanto da fare. Anche qui si rischia di confondere il vero lavoro con la dispersione. Un prete che corre dalla mattina alla sera senza rispettare i suoi limiti fisici e spirituali, non è uno che lavora, bensì più semplicemente un uomo disordinato. E questo affannarsi (che è una forma di accidia) è un ottimo alibi per occultare i "draghi": vuoti da non sentire, intemperanze nel celibato da occultare, legami morbosi da non ammettere.
3) La fragilità del cammino di fede
Crescere nell'amore del Signore è ciò che di meno scontato si possa registrare nella vita presbiterale. Perdere la fede è un attimo che può scoccare senza avvedersene. Il prete può non accorgersi di rimanere fermo nella sequela: il contatto quotidiano e frequente con "le cose di Dio" può dare l'illusione di essere intimo con il Signore. Errore fatale. Non basta essere stati ordinati per diventare dei credenti. Il grande domenicano francese Henri-Dominique Lacordaire (+ 1861) diceva che se un prete ha la donna, beve, è attaccato ai soldi e non sa perché è prete, prima o poi si perde; se un prete ha la donna, beve, è attaccato al denaro, ma sa perché e per chi è prete, allora tutto cambia, tutto è recuperabile. «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68). -
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8532
UN ANNO CON LEONE XIV: UN PAPA PRUDENTE DAVANTI A DIVISIONI GRAVISSIME
di Roberto de Mattei
Un anno fa, il lunedì 8 maggio del 2025, si apriva il pontificato di Leone XIV, Robert Francis Prevost, 267° pontefice della Chiesa cattolica, primo Papa statunitense, primo appartenente all'Ordine di Sant'Agostino.
«La pace sia con tutti voi... Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante» sono state le prime parole del nuovo Pontefice, pronunciate dalla loggia della Basilica di San Pietro. Fin dall'esordio, Leone XIV ha voluto incentrare il suo ministero sulla pace e sull'unità, dentro e fuori la Chiesa. Per questo, ha invitato a "costruire ponti, con il dialogo, con l'incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace". Un Papa "costruttore di ponti", un Papa "Pellegrino di pace e di unità", come egli stesso si è definito nell'omelia della Messa nell'aeroporto di Bamenda, in Camerun, lo scorso 17 aprile. Un obiettivo certamente alto e nobile quello della pace, soprattutto se essa è costruita sulla pietra angolare che è Cristo, Capo della Chiesa e Salvatore del mondo, ma la situazione della Chiesa e del mondo oggi non è purtroppo favorevole ai costruttori di ponti e ai pellegrini di pace.
Fare il bilancio di un anno pontificato, tenendo presente questa realtà non è semplice, perché il complesso di parole, di atti, di documenti del Pontefice non indica ancora l'unità di una direzione, permettendoci di prevedere le priorità e le prospettive pastorali che orienteranno la Chiesa. Fino oggi le scelte del Pontefice sono state caute e misurate, mentre gravi e profondi sono i problemi che si avvicinano e che egli ha di fronte in un incerto futuro.
Il più grave in assoluto di questi problemi è il caso tedesco. Il 21 aprile scorso, il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco, già consigliere di Papa Francesco nel governo della Chiesa, ha raccomandato ai servizi pastorali della sua diocesi l'uso di un manuale intitolato "La benedizione dà forza all'amore", che propone diverse "formule" per benedire le coppie dello stesso sesso e i divorziati risposati. Il testo è stato approvato dalla Conferenza del 4 aprile 2025, che riunisce la Conferenza episcopale tedesca e il Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK).
LA BENEDIZIONE DELLE COPPIE GAY
Interrogato su questo episodio durante il volo di ritorno dalla sua visita africana, giovedì 23 aprile, Leone XIV ha voluto chiarire la sua posizione con queste parole: «La Santa Sede ha chiaramente fatto sapere che non siamo d'accordo con la benedizione formalizzata delle coppie, in questo caso le coppie omosessuali, come chiedete, o le coppie in situazione irregolare, al di là di quanto è stato specificamente autorizzato da Papa Francesco dicendo che tutte le persone ricevono benedizioni. Tutti sono invitati a seguire Gesù, e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita. Andare oltre questo, oggi penso che il tema possa causare più divisione che unità, e che dovremmo cercare modi per costruire la nostra unità su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna».
Il Papa discorda dunque dal Cammino Sinodale tedesco e prende indirettamente le distanze dalla dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede, Fiducia Supplicans, pubblicata il 18 dicembre 2023 e approvata da Papa Francesco, che consente la benedizione pastorale, anche se non rituale, per le coppie in situazioni "irregolari" e per quelle dello stesso sesso. Però Papa Leone sa che i vescovi tedeschi continueranno a richiamarsi a quel documento, almeno fino a quando non ne uscirà uno della stessa, o di maggior autorità ma di segno diverso.
La posizione dei vescovi tedeschi, d'altra parte, è chiara e, a suo modo, coerente. La Conferenza episcopale fin dal gennaio del 2020 si è messa alla testa di un "cammino sinodale", che ha l'obiettivo di estendere alla Chiesa universale le decisioni "vincolanti" del suo "sinodo permanente", tra le quali, l'ordinazione ministeriale delle donne e l'inclusione degli omosessuali nella Chiesa, aprendo loro tutti i sacramenti, anche il matrimonio.
La Santa Sede è intervenuta più di una volta per mettere in guardia i vescovi tedeschi, fin da quando monsignor Filippo Iannone, che nel 2025 Leone XIV ha messo a capo del dicastero per i vescovi, scrisse al loro presidente, il cardinale Marx, per avvisare che questi temi dirompenti "non riguardano la Chiesa in Germania ma la Chiesa universale e, con poche eccezioni, non possono essere oggetto di deliberazioni o decisioni di una Chiesa particolare". Ma lo stesso cardinale Marx, in un'intervista rilasciata al settimanale Stern il 30 marzo 2022, aveva dichiarato che: "Il catechismo non è scolpito nella pietra. Si può anche dubitare di ciò che dice". E, di fatto, lo ha ribadito il 21 aprile scorso.
Leone XIV si trova dunque di fronte ad una grave lacerazione, che sulla scia dell'esempio tedesco, potrebbe estendersi ad altri episcopati, ponendolo in una posizione di quasi minoranza all'interno della Chiesa.
LE CONSACRAZIONI EPISCOPALI SENZA MANDATO PONTIFICIO
Ma un altro problema è all'orizzonte: le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio che la Fraternità San Pio X ha annunciato per il 1 luglio 2026. Sembra che la Santa Sede stia preparando un decreto di scomunica, analogo a quello promulgato dalla Congregazione per i Vescovi il 1 luglio 1988. Ma al di là del giudizio sulle consacrazioni e sulle censure che ad esse seguiranno, non si può non constatare che ci troveremo di fronte a una frattura ecclesiale, che anch'essa vanifica, o quanto meno allontana, la auspicata mèta della pace e dell'unità nella Chiesa. Dopo la scomunica del 1988, Benedetto XVI aveva per così dire gettato un ponte al mondo tradizionalista promulgando nel 2007 il Motu Proprio Summorum Pontificum e revocando nel 2009 le scomuniche comminate alla Fraternità San Pio X. Successivamente, papa Francesco ha concesso ai sacerdoti della Fraternità la facoltà di confessare validamente e ha stabilito modalità per il riconoscimento dei matrimoni celebrati nei loro priorati. D'altra parte, se nel 1988 si poteva immaginare una progressiva scomparsa della Fraternità San Pio X, dopo la morte del suo fondatore, la realtà di oggi è che essa conta più di 700 sacerdoti, oltre 200 seminaristi, più di un centinaio di priorati e centinaia di centri di Messa in oltre 60 Paesi, con centinaia di migliaia di fedeli in tutto il mondo. Quanto dovrebbe accadere nel mese di luglio non sarà la costruzione di un ponte, ma la creazione di un nuovo fossato tra questo mondo e la Santa Sede.
Sullo sfondo della politica internazionale, poi, alla guerra russo-ucraina, si è aggiunta quella che vede gli Stati Uniti ed Israele contrapposti all'Iran in Medio Oriente. Il Papa ha condannato questa come tutte le altre guerre, ma la pace è ancora lontana e con lo scontro tra Donald Trump e Leone XIV si è recentemente aperto un contrasto, che è forse il più grave nella storia delle relazioni tra Santa Sede e Stati Uniti nell'ultimo secolo.
Di tutto questo il Papa non ha diretta responsabilità, ma visto sotto l'angolatura della pace e dell'unità considerati come beni assoluti, il bilancio del suo primo anno di pontificato appare preoccupante. Se si ricorda però che la pace e l'unità non sono valori assoluti, ma si fondano su Verità e Giustizia, anche gli scontri e le divisioni possono essere salutari, aiutando a ritrovare la strada, che nel caos si è smarrita. E questa la migliore preghiera e il sincero augurio che si può fare per Leone XIV: che egli ci conduca alla vera pace di Cristo, nel Regno di Cristo, affrontando tutte le difficoltà, le sofferenze, e le lotte, che questo cammino può comportare. -
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TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8503
LOURDES E FATIMA CONTRO IL CATTOLICESIMO ANNACQUATO
La Madonna non è apparsa per distribuire consolazioni facili, ma per chiedere penitenza, preghiera e conversione ai peccatori
di Roberto de Mattei
Il nome di Lourdes, assieme a quello di Fatima, evoca una delle più grandi apparizioni mariane della storia.
In questo comune francese, ai piedi dei Pirenei, tra l'11 febbraio e il 16 luglio 1858, nella grotta di Massabielle, la Madonna apparve diciotto volte a una contadina di quattordici anni, Bernadette Soubirous. Il carattere miracoloso dell'evento fu riconosciuto da Pio IX e da tutti i Papi suoi successori, alcuni dei quali visitarono Lourdes. Bernadette fu canonizzata dalla Chiesa e sul luogo delle apparizioni furono costruite tre basiliche, che formano un unico santuario, il terzo al mondo per il numero dei pellegrini, dopo la basilica di San Pietro e quella di Guadalupe.
Il nome di Lourdes è legato innanzitutto all'Immacolata Concezione, perché la Beata Vergine Maria vi confermò il dogma che Pio IX aveva solennemente definito, quattro anni prima, l'8 dicembre 1854. Il 25 marzo 1858, Bernadette così si rivolse alla misteriosa signora che ormai da tempo le appariva: "Signora, volete avere la bontà di dirmi chi siete?". Per tre volte Bernadette rinnovò la domanda finché, come ella stessa racconta, la Madonna allargò le braccia verso terra, alzò gli occhi verso il cielo e nel medesimo tempo, elevando le mani e congiungendole all'altezza del petto, disse: "Io sono l'Immacolata Concezione". "Sembra - commenterà un secolo dopo Pio XII - che la stessa Beata Vergine Maria abbia voluto, in maniera prodigiosa, quasi confermare, tra il plauso di tutta la Chiesa, la sentenza pronunziata dal Vicario del suo divin Figlio in terra" (Enciclica Fulgens Corona dell'8 settembre 1953).
Le parole di Lourdes: "Io sono l'Immacolata Concezione". confermano anche la preghiera che la stessa Beata Vergine volle incisa sulla Medaglia Miracolosa, rivelata a santa Caterina Labouré a Rue du Bac, il 27 novembre 1830 e che, da allora è stata ripetuta milioni di volte da generazioni di cattolici: "O Maria concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi". Gli uomini sono concepiti nel peccato e, per salvarsi, devono ricorrere all'intercessione della Beata Vergine Maria, piena di grazia e priva di ogni ombra di peccato.
PENTITEVI
Ma accanto a queste parole "Io sono l'Immacolata Concezione", vi è un'altra parola che viene pronunciata con forza dalla Madonna a Lourdes durante l'apparizione a santa Bernadetta del 24 febbraio 1858. Pio XII così lo ricorda: "La Vergine immacolata, mai sfiorata dal peccato, si manifesta a una fanciulla innocente, in una società, che non ha affatto coscienza dei mali che la divorano, che copre le sue miserie e le sue ingiustizie con apparenze di prosperità, di splendore e di spensieratezza. In materna comprensione, ella volge uno sguardo su questo mondo riscattato dal sangue del Figlio suo, dove, purtroppo, il peccato ogni giorno accumula tante stragi, ed ella, per tre volte, lancia il suo vibrante richiamo: «Penitenza, penitenza, penitenza!». Chiede inoltre atti significativi: «Andate a baciare la terra in penitenza per i peccatori». E agli atti occorre aggiungere la preghiera: Pregherete Dio per i peccatori». Come al tempo di Giovanni Battista, come all'inizio del ministero di Gesù, lo stesso invito, forte e perentorio, indica agli uomini la via del ritorno a Dio: «Pentitevi» (Mt 3, 2; 4,17). Chi oserebbe dire che questo appello alla conversione del cuore abbia perduto nei giorni nostri qualche cosa della sua efficacia?". (Enciclica Le pélérinage de del 2 luglio 1957, nel centenario delle apparizioni)
La penitenza, come spiega Pio XII, è innanzitutto un appello alla conversione del cuore, un pentimento profondo, una riconciliazione dell'uomo con Dio. E' solo in questa prospettiva che possiamo comprendere il significato dei miracoli che caratterizzano Lourdes, fino dalle sue origini, rendendola un punto di riferimento mondiale per i malati e i sofferenti. Per evitare ogni forma di sensazionalismo, la Chiesa volle fin dall'inizio un rigoroso discernimento di queste guarigioni. Nel 1905, san Pio X istituì ufficialmente il Bureau des constatations médicales, l'Ufficio delle constatazioni mediche del santuario, dov, medici di diversa formazione e convinzione religiosa esaminano con criteri scientifici le guarigioni dichiarate.
CHI RIFIUTA IL PENTIMENTO E LA PENITENZA
Secondo Alessandro De Franciscis, presidente del Bureau dal 2009, negli archivi del santuario sono conservate le documentazioni di circa 7.500 guarigioni considerate inspiegabili dal punto di vista medico. Di queste, solo 72 sono state riconosciute ufficialmente dalla Chiesa come miracoli, a conferma di un discernimento estremamente prudente. Il 16 aprile 2025, il santuario ha accolto la proclamazione dell'ultimo miracolo ufficiale di Lourdes: la guarigione, avvenuta nel 2009, di Antonia Raco, affetta da Sclerosi Laterale Primaria.
Tuttavia, ridurre Lourdes a un semplice "luogo di miracoli" sarebbe fuorviante: le guarigioni fisiche, pur straordinarie, sono inserite in un orizzonte più ampio, dove il vero centro è la conversione del cuore. Quando Gesù dice al paralitico: "Ti sono rimessi i tuoi peccati" (Mc 2,5), e poi lo guarisce nel corpo, manifesta che la guarigione fisica è segno di un'autorità più alta. "Cristo - spiega san Tommaso d'Aquino - compì miracoli corporali per mostrare che aveva il potere di compiere miracoli spirituali, che sono più grandi" (Summa Theologiae, III, q. 44, a. 2). Chi è in grado di guarire i corpi, può guarire l'anima, restituendo alla vita ciò che sembra inesorabilmente destinato alla morte. Per essere guariti dobbiamo però accogliere le grazie di pentimento e di conversione che Gesù ci offre.
L'appello alla penitenza e alla conversione di Lourdes non è diverso da quello di Fatima, dove, secondo il "Terzo Segreto", i tre pastorelli videro "al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l'Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza!". Tre volte, come a Lourdes sono ripetute queste parole, non dalla Madonna però, ma da un Angelo che impugna una spada di fuoco.
Chi rifiuta il pentimento e la penitenza, attira su di sé non la misericordia, ma la giustizia di Dio. A rue du Bac, a Lourdes, a Fatima, il messaggio del Cielo non cambia: è una pressante richiesta agli uomini affinché ritornino a Dio, prima di provare le terribili conseguenze dell'allontanamento da Lui. Quando e come avverrà la risposta della terra alle richieste misericordiose del Cielo? -
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8509
PAPA LEONE A MONACO, UN SUCCESSO IN BARBA ALLE POLEMICHE
di Nico Spuntoni
Continua a far discutere la decisione di Leone XIV di fare il suo primo viaggio europeo fuori dall'Italia a Monaco. Le polemiche di stampo qualunquista ci hanno fatto ripiombare a quelle degli anni del pontificato di Benedetto XVI. Impossibile raccogliere tutti i commenti critici ma quello dell'ex direttore di Repubblica Carlo Verdelli è paradigmatico: «Primo viaggio da Papa di Francesco: a Lampedusa, tra i barconi. Viaggio più recente di Papa Leone: a Montecarlo, tra altri barconi». Bisognerà farci l'abitudine perché questo confronto con "quando c'era lui" diventerà probabilmente il leitmotiv con cui i non cattolici (e i cattolici di un certo tipo) guarderanno e racconteranno il pontificato di Prevost.
Il blitz del Papa nel piccolo principato è stato, invece, un successo e un giusto riconoscimento al sovrano che lo scorso novembre ha scelto di non firmare il disegno di legge che ampliava le possibilità di ricorrere all'interruzione di gravidanza. Una decisione presa «alla luce del ruolo che la religione cattolica occupa nel nostro Paese, garantendo comunque un sostegno sicuro e più umano». E che Leone XIV ha dimostrato di apprezzare nel corso dell'udienza concessa al principe monegasco il 17 gennaio durante la quale, come riportato nel comunicato, si era parlato della «difesa e della promozione della dignità della persona umana». Un tema che, non a caso, Prevost ha voluto affrontare anche nei suoi interventi durante la visita di sabato scorso a Monaco.
Affacciato al Palazzo dei Principi vicino ad Alberto e alla principessa Charlène (in bianco, come da privilegio concesso alle sovrane cattoliche), Leone ha detto alla folla sottostante che «la fede cattolica, che siete tra i pochi Paesi del mondo ad avere come religione di Stato, ci pone davanti alla sovranità di Gesù, che impegna i cristiani a diventare nel mondo un regno di fratelli e sorelle, una presenza che non schiaccia ma solleva, che non separa ma collega, pronta a proteggere sempre con amore ogni vita umana, in qualunque momento e condizione, affinché nessuno sia mai escluso dalla mensa della fraternità». Parole che già da sole giustificherebbero la scelta ricaduta sul principato e mal digerita da una parte consistente dell'opinione pubblica.
Prevost ha insistito sulla sacralità della vita anche negli altri appuntamenti della visita. «Stiamo davvero difendendo l'essere umano? Stiamo proteggendo la dignità della persona nella custodia della vita in tutte le sue fasi?», ha invitato a domandarsi rivolgendosi alla comunità cattolica incontrata nella Cattedrale dell'Immacolata Concezione. Ed ha invitato a far sì che «la vita di ogni uomo e donna venga difesa dal suo concepimento alla fine naturale».
Durante la Messa davanti a quindicimila persone nello stadio Louis II Leone ha spiegato che l'amore di Dio equivale all'«amore per la vita nascente e indigente, da accogliere e curare sempre; amore per la vita giovane e anziana, da incoraggiare nelle prove di ogni età; amore per la vita sana e malata, a volte sola, sempre bisognosa di essere accompagnata con cura». E saranno fischiate le orecchie ai parlamentari francesi che non troppo lontano stanno discutendo in queste settimane il disegno di legge sul suicidio assistito. Forse è anche per questo che il Papa ha scelto di muoversi in elicottero, evitando di mettere piede su suolo francese ed atterrare a Nizza.
Nell'incontro con la comunità cattolica il Papa ha invitato anche ad offrire «nuove mappe di orientamento capaci di arginare quelle spinte del secolarismo che rischiano di ridurre l'uomo all'individualismo e di fondare la vita sociale sulla produzione della ricchezza». Un monito inevitabile in uno dei Paesi più ricchi del mondo così come i passaggi sull'attualità, con la richiesta di una ricchezza «al servizio del diritto e della giustizia, specie in un momento storico in cui l'ostentazione della forza e la logica della prevaricazione danneggiano il mondo e compromettono la pace». Nei pochi km del principato c'è stato un bagno di folla per il passaggio in automobile del Papa con un piccolo fuori programma di una contestazione di attiviste Peta contro la corrida.
Tornato a Roma per la Domenica delle Palme, Leone XIV ha iniziato la sua prima Settimana Santa ufficializzando nomine pesanti in Curia: via il poco amato sostituto monsignor Edgar Peña Parra che viene "retrocesso" a nunzio in Italia e San Marino. A via Po prenderà il posto di monsignor Petar Rajič, nuovo prefetto della Casa Pontificia. In Segreteria di Stato al posto di Peña Parra arriva invece il "curiale" monsignor Paolo Rudelli, fino ad oggi nunzio apostolico in Colombia.
Nota di BastaBugie: Stefano Fontana nell'articolo seguente dal titolo "Cattolicesimo religione di Stato, l'eccezione positiva di Monaco" parla della lode rivolta da Papa Leone XIV al principato di Monaco per il cattolicesimo quale religione di Stato. Un caso ormai raro, un colpo al dogma moderno della laicità statale. Purché il cattolicesimo sia vissuto realmente come religione pubblica, come ricordato dal pontefice ai cattolici del principato.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 31 marzo 2026:
Il viaggio di Leone XIV nel Principato di Monaco di sabato scorso 28 marzo aveva un duplice elemento di interesse, come infatti la stampa ha subito segnalato: il Principato è uno dei pochi Stati cattolici rimasti, in esso il cattolicesimo è religione di Stato, eppoi recentemente il Principe si è rifiutato di firmare una legge, approvata nel maggio scorso dal Consiglio Nazionale, che avrebbe consentito di praticare l'aborto fino alla dodicesima settimana di gravidanza, adducendo come motivo proprio il fatto di essere un sovrano cattolico. I due motivi sono tra loro collegati, ma è chiaro che a suscitare la maggiore curiosità è il primo. Oggi, infatti, l'idea che sia ammissibile uno Stato cattolico è considerata una bestemmia dalla laicità ideologica imperante. Per questo si può dire che la visita abbia avuto anche un significato di provocazione rispetto ad uno dei dogmi maggiormente accreditati dalla politica occidentale. Nel suo saluto alla popolazione durante la visita di cortesia al Principe di Monaco, Leone XIV ha fatto diretto riferimento all'argomento dello Stato cattolico in un passaggio di grande interesse: «La fede cattolica, che siete tra i pochi Paesi del mondo ad avere come religione di Stato, ci pone davanti alla sovranità di Gesù».
Con queste parole l'idea della religione di Stato viene positivamente accettata, e questo è di per sé una buona novità. Il Papa non accenna alla "legittima autonomia" dello Stato, espressione dietro la quale si cela spesso l'accettazione della laicità moderna. Non parla di una laicità "aperta" alle religioni, espressone che di solito conduce all'indifferentismo religioso e alla equiparazione politica tra le varie religioni. Apprezzando la religione di Stato egli conferma che il cattolicesimo nel Principato di Monaco è collocato su un piano primario ed unico e, implicitamente, sostiene che si tratti di una cosa giusta, conforme alle pretese della stessa religione cattolica. Leone XIV ha implicitamente riconosciuto un rapporto privilegiato dello Stato, e non solo della persona del Principe o della sua famiglia, con un'unica religione. Di considerevole importanza, poi, il riferimento alla sovranità di Cristo come fondamento della religione di Stato, con tutto quanto questo concetto della regalità ha significato e significa tuttora, al netto dei recenti ripensamenti teologici. La sovranità di Cristo esige la religione di Stato. Il che tende a fare della situazione del Principato non una residuale eccezione ma una regola. Da qui, forse, l'insistenza del Papa sulle cose piccole - come piccolo è il Principato di Monaco - che possono svolgere un compito grande nel disegno provvidenziale di Dio.
Questa sovranità di Cristo, ha continuato il papa, «impegna i cristiani a diventare nel mondo un regno di fratelli e sorelle, una presenza che non schiaccia ma solleva, che non separa ma collega, pronta a proteggere sempre con amore ogni vita umana, in qualunque momento e condizione, affinché nessuno sia mai escluso dalla mensa della fraternità». Questo sviluppo del discorso può essere inteso come la luce che dalla religione vera proviene per animare l'intera società, in una fratellanza che, se non fondata sulla religione, rischia sempre di venire meno. Siamo tutti fratelli sul piano naturale, ma senza la sovranità di Cristo, questa fratellanza solo naturale si perde.
A questa funzione direttamente sociale della religione ha fatto riferimento anche il principe Alberto II: «il quadro attuale rispetta ciò che siamo in considerazione del ruolo che la religione cattolica occupa nel nostro Paese, garantendo nel contempo un accompagnamento sicuro e più umano».
Sarebbe superficiale non tenere presenti queste novità emerse dalla visita papale al principato di Monaco. Il riconoscimento del ruolo pubblico e politico (istituzionale, perfino) della religione cattolica è una contro-rivoluzione rispetto alla religione della irreligiosità che domina le politiche dei Paesi occidentali, specialmente europei, e invita a ripensare alla radice il frusto concetto di laicità. Sarebbe però anche ingenuo ritenere che dai discorsi del Papa a Monaco sia emerso un appello ad un ritorno ad un regime di cristianità. Il Principato, come riconosciuto dallo stesso Leone, è un microcosmo, una società molto secolarizzata, laica negli stili di vita e -
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GLI EQUIVOCI PIU' INGANNEVOLI SULLA RELIGIONE
di Don Stefano Bimbi
Poniamoci una domanda importante per la nostra vita: cos'è la religione? Non dal punto di vista etimologico, teologico o sociologico. Ci chiediamo semplicemente: cosa vuol dire essere religiosi?
Non lo si può certo chiedere a un ateo, uno dei tanti "padri spirituali" che sui media ci subissano di consigli e "verità" parziali. Sarebbe come chiedere a un cieco come sono i colori o a un sordo com'è la musica. Ma purtroppo, a volte, anche tra i cristiani, perfino tra quelli praticanti, ci possono essere delle visioni riduttive della religione. Considerando sotto un solo aspetto la religione vera, cioè il cristianesimo, questo diventa una caricatura di se stesso. Facciamo tre esempi.
1) LA RELIGIONE RIDOTTA AI SOLI ATTI DI CULTO
Il primo esempio è la religione ridotta a semplici atti di culto: aver detto le preghiere, fatto il segno di croce e la genuflessione, recitato il Rosario, ecc. La religione ridotta agli atti di culto, che evidentemente ci devono pur essere, ma non sono l'unica cosa. Non basta andare a Messa per essere poi a posto con Dio per tutta la settimana. Quando vado a portare la comunione alle persone inferme per prima cosa le confesso (cosa che non possono fare i ministri straordinari della comunione). Ebbene durante la confessione mi capita spesso di sentir dire: "non sono più una buona cristiana". Allora chiedo: "perché signora non si sente di essere una buona cristiana?". "Perché non vengo più alla Messa!" è l'immancabile risposta. Allora provo a dire che lei non può venire alla Messa essendo bloccata a letto. Cerco di spiegare che nel suo caso il precetto non obbliga, che offrire le preghiere nella sua situazione e soprattutto le sofferenze sono altrettanto, se non ancora di più, gradite al Signore rispetto a quando riusciva a venire a Messa. Niente, non riesco mai a convincerle. Evidentemente sentirsi manchevole non potendo fare gli atti di culto a cui era abituata vuol dire aver ridotto la religione al solo compimento di quegli atti.
Stesso errore lo compie chi, ad esempio, dice: "Non mi aspettavo che quella signora ricorresse alla fecondazione artificiale: eppure viene sempre a Messa, la vedo dire il Rosario, indossa perfino il crocifisso al collo". Anche in questo caso si considera la persona come religiosa per aver semplicemente praticato gli atti esterni di culto. Quando una condotta di vita contraddice gravemente l'insegnamento morale della Chiesa non ci si deve stupire che quella stessa persona ci sembrasse religiosa, ma che avevamo giudicato quella persona come religiosa per il solo compimento degli atti esterni di culto. Ridurre la religione solo a questo ci fa dimenticare che la religione è molto di più. Perché se consistesse solo in atti di culto, una volta che ci si annoia di tali pratiche, non si vede il motivo per continuare a farle ed anzi si cercherà di fuggire da tutto ciò. Accade ad esempio che in vacanza ci si "dimentichi" di andare a Messa. Oppure che un giovane che ha appena ha fatto la cresima non si veda più in parrocchia. Come dargli torto se è passato il concetto che la religione è solo un atto di culto?
2) LA RELIGIONE RIDOTTA A OBBLIGHI E DIVIETI
Come è chiaro nel punto precedente che gli atti di culto esterni ci debbano essere, altrettanto chiaro è che rispettare i Comandamenti è doveroso, ma di nuovo ridurre la religione solo a questo, fa sì che si pensi che la religione sia solo fare o non fare determinate cose. Questo errore si vede ad esempio in chi chiede al sacerdote se una certa cosa è peccato mortale o veniale. La questione è interessante ed è importante saper distinguere, almeno per sapere se si può fare la comunione oppure no. Del resto il Concilio di Trento invita i parroci a far presente ai fedeli che accostarsi all'eucaristia rimette i peccati veniali. Ma a volte si ha l'impressione che le persone siano interessate alla distinzione per poter poi dire: "Vabbè, se è solo peccato veniale lo posso fare, tanto non vado all'inferno per quello". A parte il fatto che reiterare i peccati veniali predispone al peccato mortale, è proprio il concetto di fondo che è sbagliato. Non si può ridurre la vita cristiana al non compiere i peccati mortali. Questo è il primo gradino di un cammino spirituale, ma non ci si può fermare lì. Non basta dire "Non faccio niente di male", ma occorre chiedersi se si è fatto tutto il bene possibile.
L'idea che la religione sia limitata a quello che è obbligatorio e poi per il resto si è a posto è molto limitativa. È considerare la religione come pagare le tasse, ci si attiene al minimo obbligatorio e lo si fa pure malvolentieri. Nessun commercialista si sente dire da un cliente di lasciare allo Stato cento euro in più di quello che deve per legge. Non si pagano le tasse per amore dello Stato, ma perché si è costretti.
Un altro esempio di religione ridotta a obblighi e divieti è la domanda che fanno spesso i giovani cristiani fin dove possano spingersi in campo sessuale durante il fidanzamento. La risposta che mi sembra migliore è che possono fare ciò che farebbero davanti ai loro genitori. Ovviamente questa non è la risposta che volevano. Allora si allontanano dalla confessione, limitandola ad appena prima di accostarsi alla comunione. Così pensano di aver adempiuto agli obblighi: "Faccio i peccati che voglio, ma tanto poi mi confesso". Un po' come pagare la multa per eccesso di velocità e poter così continuare a guidare l'auto.
Insomma anche ridurre la religione a divieti ed obblighi porta la conseguenza che appena posso evado da essi, come sogniamo di fare con le tasse.
3) LA RELIGIONE RIDOTTA A FARE DEL BENE
Un'ultima visione riduttiva della religione, molto diffusa, è che questa sia soltanto fare del bene. L'importante è voler bene agli altri, rispettare tutti, non far male a nessuno. Chi pensa questo quando passo per la benedizione delle case si giustifica dicendo: "Non mi vede alla Messa, però faccio tanto del bene, ad esempio ho accudito mia mamma fino alla morte". Ovviamente rispondo che ha fatto bene, del resto è bello prendersi cura della mamma. Lei ci cambiava il pannolino da piccoli, adesso si invertono i ruoli. Ma pensare di essere a posto con Dio perché si è fatto del bene è aver ridotto la religione solo a questo.
Un altro esempio è quello delle signore che frequentano la chiesa, ma il cui marito pur dicendosi cristiano, non è praticante. Un po' come se uno dicesse di essere un paracadutista, ma senza essere praticante, cioè senza mai buttarsi da un aereo. Un non-senso. Le signore in questione dicono che è vero che il marito non viene alla Messa, però è un brav'uomo, generoso e buono. Anche in questo caso si riduce la religione al compiere degli atti buoni. Fatti questi si è a posto. E pazienza, si fa per dire, se uno non viene mai a Messa violando così il precetto domenicale, non si confessa mai nonostante la Chiesa dica di confessarsi almeno una volta l'anno, è rimasto alle conoscenze del catechismo imparato da piccolo senza approfondire i temi legati alla Fede, non si sforza di abbandonare i vizi nei quali è immerso, ecc. Ma se l'unica cosa che conta è "fare del bene", allora faccio sempre del bene, almeno secondo me, e penserò sempre di essere a posto. Però così ho ridotto la religione ai miei parametri, non mi sono elevato a Dio.
CONCLUSIONE: COS'È LA RELIGIONE?
Purtroppo le tre riduzioni che abbiamo considerato portano a pensare di essere religiosi, anche se non lo si è. Cos'è allora la religione? Lo ha spiegato Gesù nel Vangelo indicando a modello - rispetto ai ricchi che davano del superfluo come offerta al tempio - la vedova che non dà del superfluo, ma del necessario (Mc 12,41-44). Aveva due spiccioli e li dà tutti e due. Poteva darne uno solo e tenersi l'altro. Invece la vedova, che già era nella miseria, dona tutto quello che aveva per vivere. Cos'è dunque la religione? È quell'atto di donazione totale della vedova e dunque è una questione di amore. E chi è che può dare tutto a Dio? Può dare tutto a Dio solo chi si è sentito amare da Lui così tanto da riconoscere che il nostro è solo un restituirgli quello che ci ha dato. Se Dio ci ama così tanto da mandare suo Figlio in croce, evidentemente anche noi lo dobbiamo riamare.
Quindi in conclusione non ci si può ricordare di Dio solo quando le cose vanno male e quando invece va tutto bene ce ne dimentichiamo. Oppure, al contrario, lo lodiamo quando tutto va bene, ma poi quando qualcosa va male imputiamo a Lui di averci abbandonato o punito e allora ci allontaniamo dalla religione. Non è giusto fare così. Non si può tener conto di Dio quando siamo piccoli e andiamo al catechismo per poi abbandonarlo quando iniziamo a vivere la nostra vita nel mondo. Oppure ce ne ricordiamo quando ormai siamo anziani e avendo poche cose da fare si può andare alla Messa, magari tutti i giorni.
Non si può dare a Dio gli spiccioli, il superfluo. A Dio bisogna dare tutta la nostra vita: le gioie e i dolori, la malattia e la salute, le cose belle e quelle brutte. Tutto dobbiamo riferire a Dio, ringraziarlo per ogni cosa: perché c'è il sole e perché c'è la pioggia, perché ho da mangiare e perché oggi invece non ho da mangiare, per quando sto bene e per quando invece sono a letto infermo. La vita, ma anche la morte, tutto deve rendere gloria a Dio.
La scoperta dell'amore di Dio cambia radicalmente la vita. Non si tratta di compiere pratiche esterne, di rispettare regole o di fare beneficenza: si tratta di amare Dio con tutto il cuore, tutta l'anima, tutta la mente e tutta la forza. -
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8504
LA PREGHIERA CRISTIANA NON E' UNA TECNICA, MA L'INCONTRO CON DIO
di Francesco Cavina
Sembra utile spendere alcune parole per presentare la specificità della preghiera cristiana. Non è possibile parlare della preghiera cristiana se non alla luce dell'incarnazione del Figlio di Dio, il quale ha voluto assumere la natura umana per dare all'uomo la possibilità di entrare nel mondo di Dio. Per Cristo, con Cristo ed in Cristo noi diventiamo creature nuove, figli adottivi di Dio, e siamo introdotti nell'intimità della Santissima Trinità. La vita cristiana, pertanto, si risolve nella comunione con le tre Persone divine: Padre, Figlio e Spirito Santo. La Chiesa, i sacramenti, la preghiera e l'esercizio della carità fraterna, che da essi sgorga, hanno lo scopo di educare "trinitariamente" la nostra anima; ci abituano a relazionarci con Dio nostro Padre; permettono a Cristo di prendere possesso della nostra esistenza; consentono allo Spirito di istruirci interiormente e di guidarci alla Verità. Nel cristianesimo, dunque, tutto viene dall'Alto. Anche la preghiera. Non a caso il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, parlando della preghiera in generale, afferma che «essa è sempre dono di Dio» (§534). Con questo dono Dio «nel suo immenso amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (Dei Verbum, §2).
Gesù parlando della preghiera ha posto l'insistenza sulla «necessità di pregare sempre, senza stancarci» (Lc 18,1; cfr. 1Tess 5,17). Non ha detto nulla in merito alla perfezione della preghiera. Conoscendo la fragilità umana, Egli sa che la nostra preghiera è disturbata da pensieri, preoccupazioni, affanni. Il Catechismo della Chiesa cattolica riconosce che «la difficoltà abituale della nostra preghiera è la distrazione» (§2729). Il Signore, dunque, non pretende da noi risultati perfetti, ma chiede la perseveranza, chiede cioè di non arrenderci, coltivando il desiderio di offrire a Lui il nostro tempo ed il nostro cuore perché lo purifichi.
San Luigi Maria Grignon de Monfort insegna che le distrazioni - sta parlando della preghiera del Rosario - si combattono «continuando il tuo Rosario, quantunque senza alcun gusto e consolazione sensibile: è un combattimento terribile ma salutare all'anima fedele». Santa Teresa di Lisieux ci invita a sfruttare le distrazioni e confessa: «Anch'io ne ho molte, ma appena me ne accorgo prego per le persone il cui pensiero sta distraendo la mia attenzione, e in questo modo loro traggono beneficio dalla mia distrazione».
In conclusione, è bene ricordare che se la preghiera richiede attenzione, essa non va confusa con una tecnica di concentrazione mentale. La pretesa di conseguire un raccoglimento assoluto - dove sono assenti ogni forma di dispersione e distrazione - rappresenta un errore che può portare allo scoraggiamento, produrre inquietudine e abbandono della preghiera. Tale errore è oggi sempre più presente vista la diffusione di alcune pratiche, spesso provenienti dalla cultura asiatica, che non sono spiritualmente neutre. Dobbiamo, dunque, essere consapevoli della specificità della fede cristiana e della sua differenza rispetto a proposte che sono particolarmente insidiose. La vera risposta al problema delle distrazioni nella preghiera non risiede, infatti, in una maggiore concentrazione della mente, ma nel riconoscere la presenza di Dio, che nel suo infinito amore entra in dialogo con me per dirmi qualcosa che giorno dopo giorno cambierà la mia vita. Il Signore ci chiede di "rimanere" con Lui e di ricondurre a Lui, dopo ogni distrazione, il nostro spirito. Con questo combattimento, come insegna il Catechismo, noi dichiariamo la nostra scelta di amare il Signore e di donare a Lui il nostro cuore. -
LA MORTE DI VITTORIO MESSORI, IL PIU' GRANDE APOLOGETA DEI NOSTRI TEMPI
Con milioni di libri venduti in tutte le lingue, ha fatto crescere nella fede generazioni di cattolici
di Riccardo Cascioli
Fra pochi giorni avrebbe compiuto 85 anni, e invece ieri sera alle 21.10, al tramonto del Venerdì santo, il cuore di Vittorio Messori ha cessato di battere. Impossibile racchiudere in poche parole cosa abbia rappresentato Messori per la cultura cattolica, non solo italiana. Non per niente nella sua casa di Desenzano sul Garda le immagini delle copertine dei suoi libri, tradotti in decine di lingue, coprono diverse pareti.
Da quando pubblicò nel 1976 Ipotesi su Gesù, frutto di 12 anni di lavoro di indagine seguito alla sua fulminea conversione al cattolicesimo, Messori è diventato un punto di riferimento mondiale per la rinascita dell'apologetica: non una difesa d'ufficio della Chiesa, ma approfondimento serio e documentato delle ragioni della fede. Basterebbe leggere uno solo dei suoi libri per comprendere la serietà e l'amore alla Verità che lo muoveva. Non a caso il suo lavoro di ricerca personale ha riportato - e fatto crescere - alla fede tante persone.
Posso dire anche che senza di lui non ci sarebbe oggi la Bussola: non solo perché il suo stile è stato di esempio e stimolo per noi giornalisti cattolici della generazione successiva, ma perché ho potuto godere per diversi anni della sua amicizia fin dai tempi del mensile Il Timone, diretto da Gianpaolo Barra, di cui è stato il padre nobile. E da lì ha fortemente incoraggiato l'avventura della Bussola, offrendo anche per i primi anni la sua collaborazione, strappando del tempo prezioso ai suoi ultimi lavori concentrati soprattutto sulla figura di Maria e a quello che percepiva come il lavoro più importante del suo ultimo tratto di vita terrena: prepararsi alla morte, all'incontro con quel Cristo che tanto l'aveva affascinato.
In questo rientra certamente il grande impegno profuso per costruire la cappella della Madonna dell'Ulivo in mezzo agli ulivi che circondano l'abbazia benedettina di Maguzzano, che domina il Lago di Garda, oggi retta dai Poveri Servi della Divina Provvidenza, la comunità sacerdotale fondata da san Giovanni Calabria.
Nell'abbazia Messori aveva anche una stanza che era il suo ufficio personale dove ogni giorno si recava a lavorare e pregare. La Madonna dell'Ulivo è una chiesetta all'aperto, con dei muri che ricordano le architetture di Antoni Gaudì, costruita pezzo a pezzo mettendo insieme secondo un disegno che aveva bene in testa, oggetti sacri, antichi e moderni, che si fondono in un'opera armoniosa che esprime tutto l'amore a Cristo e alla Madonna di chi l'ha realizzata. Era una visita obbligata ogni volta che si andava a trovarlo ed era di un fascino irresistibile sentirlo spiegare ogni dettaglio di questa costruzione e l'origine e il motivo degli ultimi pezzi aggiunti.
Il mio rimpianto più grande è forse quello di non avere fatto in tempo a realizzare un video in cui Vittorio stesso spiegasse la chiesetta della Madonna dell'Ulivo, perché tutti potessero condividere il significato profondo di questa opera. Lo avrebbe voluto tanto anche sua moglie Rosanna Brichetti, ma purtroppo l'insorgere di problemi di salute e poi i problemi legati all'era del Covid, hanno reso impossibile il progetto. Evidentemente Dio aveva disposto altrimenti.
Resta però il fatto che se i suoi libri sono testimonianza della ragionevolezza della fede, seguendo la sua ricerca intellettuale, la chiesetta della Madonna dell'Ulivo rappresenta il culmine della sua esperienza spirituale, l'espressione carnale di un amore profondo: è il suo testamento vivente.
Ho nominato sua moglie Rosanna, non a caso. Tra pochi giorni, quel 16 aprile che è anche la data del compleanno di Vittorio nonché il giorno della nascita al cielo di Bernadette Soubirous, la veggente di Lourdes tanto amata da Messori, ricorrono i quattro anni dalla sua morte. È stato l'altro grande amore di Vittorio Messori, un matrimonio frutto di una storia unica, vagliata attraverso un cammino di sofferenza, ed esso stesso una testimonianza di fede. Proprio Rosanna lo ha voluto raccontare in un libro uscito nel 2018, Una fede in due – La mia vita con Vittorio. Ma era incontrandoli insieme, nella semplicità di una chiacchierata, che si percepiva quanto quel legame profondo in Dio fosse l'origine della libertà che vivevano e trasmettevano.
Indimenticabili quei pranzi fatti insieme – ovviamente dopo la visita a Maguzzano – loro due e io con mia moglie, sulle sponde del lago di Garda, in cui si parlava con semplicità della vita della Chiesa, del nostro lavoro e delle piccole e grandi cose della nostra vita quotidiana. Ciò che rendeva desiderabili e godibili questi momenti non era tanto ciò che si poteva imparare intellettualmente ma l'atmosfera che si viveva, che rendeva comprensibile l'esortazione di San Paolo ai Corinzi: «Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio».A futura memoria bisogna anche aggiungere che è proprio intorno a quei tavoli che è nata una collaborazione di Rosanna alla Bussola dedicata alla Madonna (articoli poi raccolti nel libro della Bussola De Maria numquam satis), e anche l'ispirazione per la Bussola mensile.
Sarebbe fin troppo scontato dire che la scomparsa di Vittorio Messori, dopo quella di sua moglie Rosanna Brichetti, lascia un grande vuoto nella cultura cattolica. In realtà la sua morte ci richiama al compito di proseguire, ognuno al suo posto, il lavoro da lui svolto nella scoperta appassionata giorno dopo giorno delle ragioni della fede. -
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8483
LEFEBVRIANI: VESCOVI FAI-DA-TE, IL RISCHIO DI CREARE UNA CHIESA PARALLELA
di Louis-Marie de Blignières
Da qualche tempo, alcuni teologi sostengono che il divieto di conferire l'episcopato senza mandato pontificio sarebbe una legge puramente ecclesiastica e, in quanto tale, suscettibile di modifiche o eccezioni. In questo c'è una parte di verità. Ma bisogna evitare di confondere la costituzione stessa della Chiesa con le norme giuridiche che la esprimono e la proteggono. La prima è immutabile, le seconde possono evolversi. La costituzione divina della Chiesa prevede, secondo la volontà di Cristo che ha inviato gli apostoli, che l'episcopato di coloro che succedono agli apostoli non sia un semplice insieme di prelati dotati di determinati poteri, ma un vero e proprio Corpo.
Il Concilio di Trento afferma esplicitamente che l'ordine gerarchico dei vescovi è di diritto divino: «Il santo sinodo dichiara che [...] appartengono a questo ordine gerarchico in primo luogo i vescovi, successori degli apostoli, e che essi sono stabiliti (come afferma lo stesso apostolo) dallo Spirito Santo a "pascere la Chiesa di Dio" (At 20,28) [...]. Se qualcuno dirà che [...] quelli che, senza essere stati regolarmente ordinati e inviati dall'autorità ecclesiastica e canonica, ma provenendo da altri, sono legittimi ministri della parola e dei sacramenti, sia anatema» (Concilio di Trento, sess. XXII, Sul sacramento dell'ordine, Denz. 1768 e 1777).
Papa Pio IX si è fatto portavoce dei Padri della Chiesa e del magistero di molti dei suoi predecessori nell'insegnare questo aspetto particolare della comunione gerarchica: la necessità dell'attuale comunione dei vescovi con la sede apostolica di Roma. «Gli stessi primi elementi della dottrina cattolica insegnano che non può essere considerato vescovo legittimo, nessuno che non sia congiunto per comunione di fede e di carità con la Pietra sopra cui è edificata la Chiesa di Cristo, e non sia legato strettamente al supremo Pastore, a cui sono date da pascolare tutte le pecore di Cristo, e non sia unito a colui che difende e garantisce la fraternità che è nel mondo. E in verità "a Pietro parlò il Signore: ad uno solo, per fondare l'unità dall'uno"» (Enciclica Etsi multa luctuosa, 21 novembre 1873. Corsivo dell'autore).
Il fatto che Pio IX parli di adesione e di legame indica chiaramente che un vescovo legittimo non può accontentarsi di una semplice fedeltà verbale («Ti riconosco come papa»), ma deve essere in un vero rapporto gerarchico con il papa. Il riferimento alle parole di Cristo mostra che è di diritto divino che i nuovi vescovi siano consacrati ed esercitino le loro funzioni nella comunione gerarchica del corpo dei vescovi, articolato attorno al Sommo Pontefice. Ciò è manifestato dal fatto che il nuovo vescovo è consacrato da altri vescovi. C'è un'eccezione: nel caso della consacrazione di un vescovo da parte del Sommo Pontefice, questi può legittimamente consacrare senza vescovi co-consacranti. Ciò sottolinea il ruolo particolare del papa all'interno del corpo dei vescovi.
Nell'antichità cristiana, la scelta del popolo di una diocesi era ratificata dalla gerarchia locale, spesso il metropolita e i vescovi co-provinciali. La preoccupazione per la comunione si traduceva nell'invio di lettere al papa di Roma e agli altri patriarchi. Questo processo (diverso a seconda dei luoghi e delle epoche) era la formulazione canonica dell'esigenza di diritto divino della comunione gerarchica nell'episcopato. In ogni caso, nessuna consacrazione avveniva contro la volontà del papa. Si tratta del resto di una conseguenza logica di quanto afferma san Paolo nella sua epistola ai Romani: «come lo annunzieranno, senza essere prima inviati?» (Rm 10,15). È chiaro infatti che un vescovo consacrato contro la volontà del capo del corpo episcopale non è «inviato» (Cf. Concilio di Trento, ut supra).
INSEGNAMENTO DEI TEOLOGI CLASSICI RECENTI
«Per diritto divino - scrive l'abbé Berto, teologo (peritus) di mons. Lefebvre durante il Concilio Vaticano II -, i vescovi, anche se dispersi, sono un corpo costituito nella Chiesa» (V.-A. Berto, Pour la Sainte Église Romaine, Éd. du Cèdre, 1976, p. 243. Cf. can. 108 §3 del CIC 1917).
I membri di questo corpo ricevono ed esercitano i loro poteri nella comunione gerarchica. Questo concetto di comunione gerarchica è considerato fondamentale per il corpo episcopale da un autore classico come dom Adrien Gréa nella sua opera fondamentale L'Église et sa divine constitution. È stato insegnato dal magistero durante il Concilio Vaticano II (Lumen gentium, nn. 21 et 22, et Nota explicativa prævia, n. 2). Don Dulac, teologo e canonista, che fu tra i primi difensori della liturgia tradizionale, scrive, commentando il n. 21 di Lumen gentium: «Questa trasmissione, continuando l'autentica "successione apostolica", sancisce la legittimità sia della consacrazione che delle funzioni. È garantita ufficialmente dalla "comunione gerarchica" di cui parla la Nota explicativa. Al di fuori di queste concatenazioni sacramentali e giuridiche, esiste solo ciò che san Cipriano e san Leone chiamano "pseudoepiscopato"» (Raymond Dulac, La Collégialité épiscopale au IIe Concile du Vatican, Éd. du Cèdre /DMM, 1979, p. 34, n. 26).
La dottrina cattolica, sempre più esplicita, afferma che il successore di Pietro è il capo del corpo dei vescovi. Ecco perché, presso i latini, il diritto divino della comunione gerarchica è stato da tempo tradotto nella necessità canonica del mandato apostolico. Tra gli orientali, fin dall'antichità più remota, il consenso collegiale e l'aspetto gerarchico dell'ordine episcopale sono presenti e manifestati nella liturgia della consacrazione episcopale. Nell'attuale disciplina orientale, questa comunione gerarchica si traduce nell'elezione dei vescovi da parte del sinodo della loro Chiesa e nella concessione della "comunione ecclesiastica" da parte del papa ai nuovi patriarchi.
LA DIFFERENZA RISPETTO AL CASO DEI SEMPLICI SACERDOTI
Trasmettere ed esercitare l'episcopato pone un problema particolare, che non esiste per la trasmissione del presbiterato (sacerdozio dei semplici sacerdoti). L'episcopato comporta di per sé i poteri di ordine, giurisdizione e magistero, mentre il presbiterato comporta di per sé solo il potere di ordine, ed è per delega che il sacerdote può esercitare i poteri di giurisdizione e magistero. Il vescovo è un «principe» della Chiesa. «Il vescovo - scrive san Tommaso - ha un ordine in rapporto al Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa, sulla quale riceve un incarico principale e quasi regale» (S. Tommaso d'Aquino, De perfectione vitæ spiritualis, 24, 4).
L'episcopato è gerarchico per natura. Ciò che lo differenzia dal semplice sacerdozio è la sua ordinazione al Corpo mistico. Come scrive un commentatore di San Tommaso: «Il vescovo ha un ordine relativo al Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa; relativamente al Corpo fisico di Cristo, il vescovo non ha un ordine superiore al sacerdote» (Billuart, Cursus theologiæ, de sacramento ordinis, c. X, d. IV, a. 2, ad 4).
In virtù della sua ordinazione essenziale al Corpo mistico, l'episcopato è l'elemento fondamentale su cui è costruita la gerarchia della Chiesa. In esso si uniscono le due diverse ragioni secondo cui viene ordinata l'unica gerarchia della Chiesa: l'ordine e la giurisdizione. L'unità di questi due aspetti si trova nell'episcopato che, per istituzione divina, occupa contemporaneamente un posto nella gerarchia dell'ordine e nella gerarchia della giurisdizione.
Di conseguenza, con una consacrazione al di fuori della comunione gerarchica, viene messa in discussione l'unità gerarchica della Chiesa cattolica. Creare un vescovo significa creare una gerarchia. Se questo vescovo non è consacrato con il consenso del papa - fondamento della gerarchia cattolica -, viene creata un'altra gerarchia.
Secondo la volontà di Cristo, l'episcopato è destinato a pascere una parte del gregge e ha il potere di perpetuarsi, consacrando nuovi vescovi a loro volta capaci di consacrare. Ecco perché, secondo la formula di Pio XII (Enciclica Ad Apostolorum Principis, 29 giugno 1958), una consacrazione episcopale al di fuori della comunione gerarchica costituisce di per sé un «gravissimo attentato alla stessa unità della Chiesa». Una volta acquisito questo potere di perpetuarsi, un gruppo dissidente ha i mezzi per continuare in un separatismo di cui nessuno vedrà la fine, e non ha più motivo di cercare l'unità. Nella storia, la maggior parte di questi gruppi dissidenti ha infatti cercato di ottenere l'episcopato per garantire la propria autonomia.
Così, nel XVIII secolo, le ordinazioni episcopali conferite senza alcun legame con Roma da un vescovo francese, monsignor Dominique Marie Varlet, furono all'origine dello scisma di Utrecht. Nel XIX secolo, i vescovi provenienti da questo scisma consacrarono i vetero-cattolici che rifiutavano il Concilio Vaticano I. L'«Unione di Utrecht» riunisce oggi centinaia di migliaia di fedeli in Europa. Di fatto, le consacrazioni "autonome" consolidano la separazione perché, una volta dotato di vescovi, il gruppo può formare una piccola Chiesa parallela dotata di tutti i sacramenti.
Un controesempio eloquente è quello dei cattolici che rifiutarono il concordato del 1801 tra Napoleone Bonaparte e la Santa Sede. La "Petite Église" anticoncordataria continuò a esistere per alcuni decenni in Francia. Il suo ultimo capo, monsignor de Thémines, ex vescovo di Blois, rifiutò sempre di consacrare vescovi e persino di ordinare sacer -
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IL LIBRO DI RAVAGNANI: LIBERTA' A PREZZO DI UN'INFEDELTA' di Andrea Zambrano
Abbiamo letto il libro di (don) Alberto Ravagnani La Scelta. Andiamo al cuore della faccenda: è la prova che Dio esiste. Esiste, perché se è riuscito ad avvicinare alla conversione decine di giovani, servendosi di un prete sicuramente innamorato di Cristo, ma privo di strumenti spirituali, intellettuali e teologici di "base", allora vuol dire davvero che supplet Ecclesia, cioè la Chiesa supplisce anche di fronte all'eventuale claudicanza del pastore. Si sa, la Chiesa è andata avanti anche grazie a sacerdoti inadeguati, ma inseriti dentro la cornice giusta. «Fate quello che dicono e non fate quello che fanno». È un format rodato.
Per il resto, sulla vicenda umana di Ravagnani e di quello che dice nel libro, anticipato allo sfinimento nei podcast, nelle interviste, nei reels e nei post sui social con un afflato di egocentrismo neanche tanto nascosto, bisogna avere rispetto, ma non serve dire molto di più, se non la sensazione di essere di fronte al déjà-vu di una crisi ecclesiale titanica, ma inavvertita dalle gerarchie ecclesiastiche. Lasciare il sacerdozio è un dramma, però reversibile, ma nelle pagine che scorrono manca decisamente il senso di questo dramma che ignora anche la responsabilità di un consacrato. Possibile che sia una scelta come un'altra, intercambiabile a seconda delle circostanze? Frutto di un cammino troppo veloce per uno che è sacerdote da appena 7 anni? Di sicuro nel libro non affiora.
Il ragazzo scrive a flusso di coscienza, con realismo, non ci aspettavamo Honoré de Balzac, ma qualcosa di più del diario di sfogo ordinato dallo psicologo, francamente sì. Spiritualmente impalpabile, teologicamente confuso, umanamente povero, frutto, più che di discernimento, di molte sedute da uno psicologo. Lo si capisce da questa insistenza dominante del bravo bambino che fu Ravagnani, e poi bravo seminarista, bravo prete, in una sequenza di prese di coscienza psicologiche dove lo schema è quello del poveretto che deve sempre rispondere alle aspettative degli altri. E per questo non è libero. Che fuffa. Dov'è la virilità? Il valore? Dov'è la virtù che si coltiva abbandonando l'io bambino delle recriminazioni sul mondo che non cambia, sulla vita che non è come la vorrei io e sul fatto che è sempre colpa degli altri?
INCAPACE DI UMILTÀ
Incapace di umiltà, prende a schiaffi la liturgia con le banalità dei primi ribelli anni '60. Una paccottiglia trita e ritrita sulla Chiesa che deve cambiare. Cieco di fronte all'evidenza che la fede si risveglia oggi, e soprattutto nei giovani, laddove la liturgia è vissuta come duro lavoro e stupore di sacro. Il formalismo stantio che lui le rimprovera è in realtà il formalismo figlio di questi anni di creatività liturgica a cui evidentemente anche lui aspira. Niente di nuovo e niente di più scontato e infruttifero.
Non poteva mancare il pippotto in salsa gay friendly, di lui che a Parigi scopre che la Chiesa sbaglia sull'omosessualità, pratica o in tendenza che sia. E lo fa in un tête-à-tête con un gay conosciuto in un bistrot. Polacco, tra l'altro, il quale dice di essere scappato dalla patria perché perseguitato. Evidentemente il primo polacco gay perseguitato dai tempi di nazismo e comunismo. Ma siamo seri?
Un piagnisteo continuo di lui che era un bravo bambino e di lui che ha fatto tante cose, con i social, con i giovani e la Chiesa che non lo capisce. E che Fraternità è stata osteggiata. Ma figlio mio: San Francesco è stato osteggiato, San Pio, San Josemaria Escrivà sono stati osteggiati. Cosa ti aspettavi? Che i frutti scendessero dall'albero dei reels così senza fatica? Non lo fanno neanche i fichi selvatici in agosto. Pensavi di farcela tu?
E poi lui che cede di fronte alla sessualità e non può e quindi dà la colpa alla Chiesa, che non cambia la morale sessuale. E allora "dagli alla Chiesa" da Galileo fino ad oggi, con la Chiesa nella parte della cattiva che ha sbagliato tutto. Conoscenze storiche da bar, luoghi comuni e cliché triti e ritriti secondo lo schema dell'"io so io e la Chiesa nun capisce un..." insomma avete capito.
VOGLIA DI LIBERTÀ ASSOLUTA
E che vuole essere libero, ma questo abito non glielo permette. Che noia. Una lagna egocentrica, che sembra piuttosto nascondere fallimenti, giustificare peccati, aprirsi ad una libertà intesa non come adesione alla Verità.
Ammette, Ravagnani, di non avere avuto amici veri, tra i confratelli che non lo capivano, e qui sta forse il cuore della vicenda perché si dovrebbe aprire il doloroso capitolo dei preti che se non sono sostenuti da una comunità di consacrati, che custodiscano dubbi e fatiche, si va poco lontano. E il più delle volte si sbanda. Così come stupisce nel racconto che il vescovo non sia mai nominato, come se non si fosse mai interessato a lui. I superiori sempre visti come arcigni, incapaci di capirlo. Possibile?
E poi l'inno alla "somatolatria", al suo corpo palestrato, pompato a suon di crunch per farci credere che per evangelizzare siano utili anche gli integratori contro una Chiesa che ha sempre condannato il corpo e perciò deve cambiare.
Un disprezzo verso la veste da prete che si è accorto di portare - dice - per coprire un ruolo e che non corrisponde più con la sua persona finalmente libera. Un'offesa a quei santi che per rimanere fedeli a quella veste perché rivestimento visibile di Cristo si sono fatti ammazzare. Come Rolando Rivi, il cui libro gli avevo regalato quando lo ospitai in casa mia e che credo non abbia mai letto. Ci speravo, perché avrebbe avuto un esempio davanti agli occhi di martirio. In fondo viene da chiedersi se più che un problema di vocazione, non sia un problema di fede. E come si possa alimentare se persino la preghiera è vista come qualcosa di fastidioso, noioso, ripetitivo.
E i giovani? I tanto strombazzati giovani che lui ha seguito, che ha avvicinato alla fede? A loro non sono riservate risposte, eppure sono loro oggi che, seguendo le sue gesta alle prese con le interviste sulla Stampa, Repubblica, sui grandi media che ora lo coccolano e domani lo scaricheranno, si interrogano con sconcerto: ma allora a che cosa è servito? E che senso ha rimanere fedeli ad una scelta se poi questa fedeltà viene infranta come il vetro di un IPhone?
Un consiglio e un augurio, sarà anche paternalistico, ma fa lo stesso: guarda a Pietro, che tradì, non pubblicò libri sulla sua infedeltà, ma si mise testa china al servizio di quella chiamata. Tuffandosi nella misericordia di Dio e dando la sua vita. -
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L'ADDIO DI DON ALBERTO RAVAGNANI E IL PROBLEMA DELLA CREDIBLITA' di Andrea Zambrano
Per provare ad andare oltre il freddo comunicato della diocesi di Milano di sabato che annuncia la sospensione del ministero presbiterale di don Alberto Ravagnani e per superare la superficiale montagna di commenti social di queste ore del "io l'avevo detto che finiva così", bisognerebbe anzitutto partire dal fatto che un prete che lascia la tonaca è prima di tutto una "tragedia" ecclesiale la cui portata va ben oltre la scelta personale del sacerdote milanese.
Una "tragedia" che investe il corpo della Chiesa oggi, lasciando una ferita profonda oggi, di cui difficilmente sentiamo parlare la Cei come urgenza da affrontare, come emergenza per cui interrogarsi. Un prete che lascia non è solo un soldato che abbandona il campo di battaglia, ma lo specchio di questa società nella quale tutto è provvisorio e relativista, dove le scelte, per usare la parola chiave di "don Rava" che dà il titolo al suo libro, non sono mai per sempre, ma intercambiabili a seconda delle circostanze e soggette ai capovolgimenti personali spacciati per il "bene per me".
Non sappiamo se e quanto questa decisione, che il vescovo di Milano Mario Delpini ha voluto comunicare, anticipando così l'annuncio di don Ravagnani che avrebbe creato forse ancora più confusione e protagonismo, sia stata condivisa e meditata con i superiori o se invece sia solo il frutto di un cammino che ha via via trasformato questo sacerdote capace di coinvolgere i giovani nella proposta cristiana in un personaggio e non più in una guida in grado di portarli alla fede, che indicava solo Gesù come maestro e non se stesso.
Però sappiamo che il fenomeno "don Rava" è stato un fenomeno social che ha portato inizialmente dei frutti alla vigna del Signore. Lo testimoniano le molte conversioni alla fede, gli innumerevoli riavvicinamenti alla pratica cristiana di migliaia di giovani che tramite i social, hanno rimesso piede in una chiesa partecipando ad adorazioni eucaristiche e avvicinandosi alla confessione. Se l'albero si vede dai frutti, è vero dunque che c'è stato un periodo, nei primi anni della sua esplosione, quelli immediatamente post covid, in cui quell'albero ha prodotto frutti buoni: al solo sentire il nome don Ravagnani anche le chiese di provincia si riempivano e la sua presenza in città si spargeva con la velocità del tam tam spontaneo e gioioso di chi andava a vedere qualcuno che parlava della Chiesa in modo nuovo, ma dicendo le cose di sempre.
LE LUSINGHE DEL MONDO
Temi come la castità, ad esempio, la scelta vocazionale, la morale sessuale, la verità o la regalità di Cristo, venivano annunciati partendo da Gesù e dalla Chiesa e non cercando di districarsi tra le concessioni del mondo o conciliando l'impossibile. Erano uno "specchietto" che poi si traduceva nell'incontro in una proposta sacramentale, tangibile, vera. La proposta cristiana declinata con il linguaggio accattivante e di facile presa dei reels e dei post. E questo ha portato del bene.
Così come ha portato del bene l'esperienza del sacerdote milanese di creare con i giovani una fraternità di vita e di annuncio, partendo dalla protezione della Madonna di Loreto, ha fatto vedere con speranza il fenomeno Ravagnani, lasciando ad un prudente "vediamo come va a finire" le irritualità di certi atteggiamenti e eccessi che il mondo degli adulti non capiva, ma affidava alla sapiente mano della Chiesa. Se son rose...
Poi però qualcosa si è rotto. O meglio, qualcosa probabilmente ha iniziato ad acquisire maggior peso rispetto alla missione. Da tramite per Cristo, Ravagnani si è trasformato sempre più in un personaggio, i social da mezzo sono diventati una trappola mortale nella quale propagandare il proprio ego, il bisogno narcisistico dell'io. Il suo aspetto è cambiato, persino il suo look, curato, alla moda, si è evoluto andando a significare ben oltre il classico detto del monaco e del suo abito. Si è soliti individuare nell'ingresso in palestra di don Rava e nella famosa pubblicità agli integratori l'inizio del suo declino, ma don Alberto aveva cominciato un po' prima a cedere alla lusinga del suo personaggio come veicolo di commercializzazione di prodotti, anche se in casa cattolica.
La verità è che non sono stati quei mondi a cambiarlo, ma lui è cambiato o meglio è entrato in crisi iniziando a usare i social per scopi che si sono fatti via via più commerciali e promozionali della sua persona: i viaggi all'estero per non si sa bene che cosa, il bisogno di comunicare il sé, il togliersi il colletto da prete, il cominciare a concedere diritto di cittadinanza alle lusinghe del mondo, lo scarrocciare in favor di intervista proprio sulle spine della sessualità e della libertà hanno ben presto allontanato don Ravagani non tanto dalla sua missione - quella in un modo o nell'altro si riesce sempre a giustificare con qualche parola ben piazzata - ma dai suoi ragazzi.
Sono stati i giovani che ha avvicinato in questi anni, infatti, i primi ad aver preso le distanze non appena si sono resi conto che il personaggio aveva preso il controllo sulla persona. Il "don Rava" si è fatto via via più irrintracciabile, da guida disponibile al telefono o pronto ad entrare nelle case di chi lo ospitava è diventato un guru protetto dallo schermo della fama.
NON SOLTANTO FOLLOWERS
E infatti anche l'esperienza di Fraternità è entrata in crisi e molti se ne sono andati, fortunatamente la gran parte ben al riparo tra le braccia della Chiesa in tutte le sue declinazioni e carismi. Altri, invece, sono rimasti ed è a loro che ora la Chiesa deve guardare perché non si perdano e non inizino il pernicioso percorso di chi si affida al cieco che guida altri ciechi anche se proprio ieri il direttivo di Fraternità ha annunciato che il cammino va avanti, con o senza di lui. Perché ora la loro guida ha rinunciato al bene più prezioso, quel sacerdozio che è martirio e dono, ma anche responsabilità nei confronti delle anime che ti sono affidate. Tutto il resto sono chiacchiere che lasciano il tempo che trovano e non producono più frutti, ma solo sterili rivendicazioni.
E la Chiesa, come autorità, ha iniziato seppur in ritardo a chiederne conto al giovane sacerdote 32enne perché ha capito che quegli stessi giovani potevano diventare un comodo paravento, ma col rischio di perdersi anche loro. Nello scontro tra autorità e carisma, lo insegna la storia della Chiesa, bisogna sempre vedere dove sta il bene delle anime e non sempre a vincere il braccio di ferro è il carisma innovativo.
Perché i giovani sono così: non sono soltanto dei followers, ma hanno bisogno prima di tutto di vedere che la proposta cristiana deve essere credibile prima che per me, per chi me la propone.
E probabilmente la mancanza di credibilità di chi utilizzava ormai il suo essere uomo di Dio per portare sé stesso e poco più, è stato il principale detonatore. Oggi i ragazzi che ieri si scambiavano nelle chat con sgomento e rassegnazione il comunicato della diocesi che annunciava l'abbandono del suo ministero presbiterale, non erano più followers di un influencer cattolico, ma giovani consapevoli che la scelta della fede, così come quella vocazionale, è una scelta per sempre e non un mutevole accomodamento.
I giovani, lo ricordava san Giovanni Paolo II Papa vogliono scelte per sempre, il loro cuore partecipa al fine dell'eternità con una proposta credibile e vera, non cerca scorciatoie né compromessi perché sanno meglio di noi che il mondo, di compromessi gliene sa offrire molti di più e ben più accattivanti. -
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SANT'AGOSTINO E LEONE XIV SMASCHERANO L'INGANNO DELLA POLITICA SENZA DIO
di Roberto de Mattei
Mi è capitato spesso di riferirmi a sant'Agostino e in particolare al suo capolavoro La Città di Dio. All'inizio di questo 2026, ho scritto che il De civitate Dei di sant'Agostino ci offre una chiave interpretativa della storia, che ci consente di andare oltre la lettura puramente contingente degli eventi politici ed economici e ci rimanda a un conflitto più profondo, tra opposte visioni dell'uomo e del mondo.
Sono stato colpito dunque dal discorso che il Papa ha fatto il 9 gennaio di quest'anno ai membri del Corpo diplomatico. Un discorso che è incentrato proprio sulla Città di Dio di sant'Agostino e di cui vorrei citare i passi salienti, con le stesse parole di Leone XIV.
DISCORSO AI MEMBRI DEL CORPO DIPLOMATICO
"Ispirato dai tragici eventi del sacco di Roma del 410 d.C., - dice il Papa - Sant'Agostino scrive una delle opere più poderose della sua produzione teologica, filosofica e letteraria: il De Civitate Dei, La Città di Dio. Come ha osservato Benedetto XVI si tratta di un'« opera imponente e decisiva per lo sviluppo del pensiero politico occidentale e per la teologia cristiana della storia », (Benedetto XVI, Catechesi 20 febbraio 2008).(...) Certamente i nostri tempi sono molto distanti da quegli avvenimenti. Non si tratta solo di una lontananza temporale, ma anche di una sensibilità culturale diversa e di uno sviluppo di categorie del pensiero. Tuttavia, non si può tralasciare il fatto che proprio la nostra sensibilità culturale ha tratto linfa da quell'opera, che, come tutti i classici, parla agli uomini di ogni tempo.
Agostino legge gli avvenimenti e la realtà storica secondo il modello delle due città: la città di Dio, che è eterna ed è caratterizzata dall'amore incondizionato di Dio (amor Dei)", e "la città terrena, incentrata sull'amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e gloria mondani che portano alla distruzione. Non si tratta tuttavia di una lettura della storia che intende contrapporre l'aldilà all'aldiquà, la Chiesa allo Stato, né di una dialettica circa il ruolo della religione nella società civile.
Nella prospettiva agostiniana, le due città coesistono fino alla fine dei tempi e posseggono sia una dimensione esteriore che una interiore, poiché non si misurano solo sugli atteggiamenti esterni con cui esse vengono costruite nella storia, ma anche sull'atteggiamento interiore di ogni essere umano dinanzi ai fatti della vita e agli accadimenti storici. In tale prospettiva, ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia. In modo particolare, Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria. Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l'etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile. (...) Sebbene il contesto in cui ci troviamo a vivere oggi sia diverso da quello del V secolo, alcune analogie rimangono assai attuali. Come allora siamo in un'epoca di profondi movimenti migratori; come allora siamo in un tempo di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali; come allora siamo, secondo la nota espressione di Papa Francesco, non in un'epoca di cambiamento ma in un cambiamento d'epoca.
Se Sant'Agostino evidenzia la coesistenza della città celeste e di quella terrena fino alla fine dei secoli, il nostro tempo sembra piuttosto incline a negare "diritto di cittadinanza" alla città di Dio. Sembra esistere solo la città terrena racchiusa esclusivamente all'interno dei suoi confini. Ricercare solo beni immanenti mina quella "tranquillità dell'ordine", (S. Agostino, De Civ. Dei, XIX, 13), che per Agostino costituisce l'essenza stessa della pace, la quale interessa tanto la società e le nazioni quanto lo stesso animo umano, ed è essenziale per qualunque convivenza civile. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l'amor di sé fino all'indifferenza per Dio che governa la città terrena (Ibid., XIV, 28). Tuttavia, come nota Agostino, è grande l'insensatezza dell'orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da se stessi » ( Ibid., XIX, 4. 4.). L'orgoglio offusca la realtà stessa e l'empatia verso il prossimo. Non a caso all'origine di ogni conflitto vi è sempre una radice di orgoglio".
L'INSEGNAMENTO DI SANT'AGOSTINO
Qual è dunque l'insegnamento di sant'Agostino riproposto da Leone XIV? È l'insegnamento sempre attuale della Città di Dio: la consapevolezza che la storia dell'umanità è attraversata da una radicale alternativa, da due visioni del mondo e della storia inconciliabili tra loro. Da una parte vi è la visione trascendente, che riconosce Dio come principio e fine di ogni realtà e orienta a Lui non solo la vita personale, ma anche quella sociale, culturale e politica, a livello nazionale e internazionale. Dall'altra vi è la visione immanente, che rinchiude l'uomo nell'orizzonte del finito, escludendo Dio dalla storia e riducendo ogni criterio di verità, di giustizia e di bene alla misura dell'uomo stesso. La prima visione è fondata sull'umiltà, di chi non confida nelle proprie forze, ma tutto attende da Dio. La seconda visione, al contrario, nasce dall'orgoglio: dall'auto-adorazione dell'uomo che pensa e agisce come se Dio non esistesse e pretende di costruire la società prescindendo da Lui.
Tra queste visioni del mondo, tra queste due città, non c'è compromesso possibile. Sant'Agostino ci insegna che nelle epoche più drammatiche della storia, come fu il V secolo e come lo è il nostro, è doveroso abbandonare la neutralità e schierarsi, perché la vita dell'uomo e quella della Chiesa è lotta di ogni giorno e in ogni campo, ma a condizione di cogliere l'aspetto soprannaturale di questa lotta, di comprenderne il carattere religioso e metafisico. Combattere dunque, ma con lo sguardo rivolto alla Città di Dio e non a quella degli uomini; combattere, in una parola, per l'avvento del Regno di Cristo, in Cielo e in terra: un Regno che non è un miraggio, ma è l'unica meta reale e ideale per la quale valga veramente la pena vivere e, se necessario, morire.
Nota di BastaBugie: Nico Spuntoni nell'articolo seguente dal titolo "Il Papa al corpo diplomatico denuncia le derive orwelliane" racconta cosa ha detto Leone XIV agli ambasciatori nel tradizionale incontro di inizio anno.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 10 gennaio 2026:
«La città di Dio» e la visione di sant'Agostino sul mondo del V secolo sono il punto di partenza di Leone XIV per la sua panoramica sulla situazione internazionale nel tradizionale discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Un discorso pronunciato in inglese con un breve passaggio in italiano.
Il Papa tira fuori temi e parole a cui è allergico il politicamente corretto. Chiesa e Stato non sono in antitesi e la corretta lettura dell'idea agostiniana di città di Dio e città terrena lo dimostrano. Il santo d'Ippona propone nella sua celebre opera degli allarmi che, secondo Prevost, sono ancora validi per la vita politica: le «false rappresentazioni della storia», «l'eccessivo nazionalismo» e la «distorsione dell'ideale dello statista». Il Papa lamenta la «debolezza del multilateralismo» ed è un punto di vista coerente con la tradizionale politica estera della Santa Sede. «A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti - ha osservato Leone - si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati». Ciò succede in un contesto in cui «la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando» dal momento che «è stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui».Questa parte "diplomatica" è stata però seguita da una riflessione probabilmente meno gradita a molti governi e organismi internazionali. Prevost, infatti, se l'è presa con le Nazioni Unite che non solo devono sforzarsi di rispecchiare «la situazione del mondo odierno e non quello del dopoguerra» ma le sprona a far sì che questi sforzi siano più orientati ed efficienti nel «perseguire non ideologie ma politiche volte all'unità della famiglia dei popoli». Ideologia è una parola ripetuta spesso nel testo pronunciato ieri come quando il Papa ha contestato all'Occidente la riduzione degli «spazi per l'autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».
Leone XIV ha sollevato il problema della libertà di coscienza minacciata. A proposito di ciò, il Papa ha difeso l'obiezione di coscienza che «consente all'individuo di rifiutare obblighi di natura legale o professionale che risultino in contrasto con princìpi morali, etici o religiosi profondamente radicati nella sua sfera personale». Il Papa ha citato i casi del «rifiuto del servizio militare in nome della non violenza» e del «diniego di pratiche come l'aborto o l'eutanasia per medici e operatori sanitari». Contro la tendenza a criminalizzarla, Prevost ha detto che «l'obiezione di coscienza non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi» e che «in questo particolare momento storico, la libertà di coscienza sembra essere oggetto di un'accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quell -
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I PECCATI CHE PORTANO DI PIU' ALL'INFERNO SONO QUELLI CONTRO LA PUREZZA di Corrado Gnerre
Innanzitutto c'è da dire che già un solo peccato mortale (indipendentemente da quale sia) causa la dannazione eterna, altrimenti non si chiamerebbe "mortale". La diversa gravità dei peccati mortali entra in gioco dopo l'assoluzione, ovvero in considerazione delle pene da scontare in questa vita o nel purgatorio. Ogni tipo di peccato ha una sua pena: ci sono peccati mortali che comportano pene più pesanti, così come ci sono peccati mortali che comportano invece pene minori... Sempre che questi peccati mortali vengano assolti, altrimenti - come abbiamo già detto - un solo peccato mortale (indipendentemente da quale sia) è meritevole del castigo eterno.
Fatta questa premessa, va detto che i peccati mortali più gravi sono quelli che attengono al primo Comandamento. Ma va fatta anche una precisazione. Se è vero che i peccati più gravi sono quelli riguardanti il primo Comandamento, è pur vero che questi tipi di peccati, spesso, sono conseguenti ad altri. È difficile che si arrivi direttamente a non rispettare il primo Comandamento; è invece frequente che chi arriva a calpestare il primo Comandamento è perché già ha calpestato gli altri, in particolar modo il sesto e il nono.
SE NON SI VIVE COME SI PENSA, SI FINIRÀ A PENSARE COME SI VIVE
Ciò è dovuto al fatto che l'uomo realizza se stesso, conquistando la vera libertà, non con la conoscenza, ma con l'esercizio della virtù; e se è vero che per comportarsi bene bisogna prima conoscere cosa è il bene e cosa è il male, è altrettanto vero che "se non si vive come si pensa, si finirà inevitabilmente di pensare come si vive" (frase non nostra). Il senso del romanzo Il dottor Jekyll e mister Hyde sta proprio nel fatto che ci si illude di vivere in maniera sbagliata e poter conservare un buon pensiero. Il dottor Jekyll s'illude di poter sempre ritornare se stesso: ad un certo punto il "giocattolo" si rompe e non riesce più a non essere mister Hyde. I peccati contro la purezza e di intemperanza sono quelli che causano il disorientamento intellettuale. Perché? Perché l'antropologia (concezione dell'uomo) cristiana afferma che l'uomo è stato voluto da Dio come sintesi di spirito e di corpo. L'anima individuale è sostanzialmente legata al corpo, ma non ad un corpo qualsiasi, bensì a quel preciso corpo per cui è stata creata. Tale unione sostanziale fa sì che ci sia un'interazione tra l'anima e il corpo, nel senso che l'anima incide sul corpo e il corpo incide sull'anima.
Prima abbiamo detto: "Se non si vive come si pensa, si finirà col pensare come si vive". Ed è così: il disordine corporeo si traduce sempre in disordine mentale. Quando s'introduce volutamente il dominio dell'istinto nel proprio comportamento avviene una sorta di bestializzazione, che diviene anche accecamento dell'intelligenza: appunto come le bestie! Ecco perché i Santi, anche se non hanno cultura, riescono ad esprimere una sapienza che è superiore ad ogni altro. Ed ecco perché, si può aver letto anche biblioteche intere, ma se si vive nel peccato si diranno sempre cose insensate.
CON LA BESTIALIZZAZIONE SI CORROMPONO L'INTELLETTO E LA VOLONTÀ
L'uomo bestializzato perde il pensiero: non il pensiero in quanto tale, ma la capacità di cogliere il vero senso della vita. L'intelletto se funziona bene coglie la verità. La buona volontà fa sì che questa verità venga amata. Invece con la bestializzazione si corrompono l'intelletto e la volontà, per cui si arriva non solo a non poter conoscere la verità, ma perfino a non amarla, anzi ad odiarla. O meglio: si sceglie la menzogna e ci si lascia affascinare da essa.
Dio ha creato nell'uomo una gerarchia: gli istinti alla base, la ragione ad orientare gli istinti e la volontà a fare in modo che gli istinti possano conformarsi agli orientamenti della ragione. Però, quando la volontà fallisce, gli istinti crescono a dismisura arrivando a soffocare la ragione (è ciò che si chiama "accecamento dell'intelligenza") e il peccato diviene possibile.
Ecco perché il Cristianesimo fa una differenza tra sapienza ed intellettualismo. La prima è il raggiungimento della verità, il secondo è solo una ricca conoscenza che prescinde dall'adesione al vero. Quante persone, anche analfabete, raggiungono una grande sapienza; e quanti intellettuali, pur avendo letto biblioteche intere, si allontanano dalla verità distruggendo altri e se stessi? Ciò perché tutto dipende dall'esercizio della virtù... in particolar modo dall'esercizio della temperanza.
Il Beato Duns Scoto dice - e con lui tutta la Scuola francescana - che l'intelletto è inevitabilmente influenzato dalla volontà. Si possono avere tutti i talenti intellettivi di questo mondo, ma per conoscere bene, cioè per conoscere ciò che davvero conta nella vita, occorre la luce (che è la grazia!) e la grazia è data dall'esercizio della virtù. Ed ecco perché la Madonna disse a Santa Giacinta di Fatima che i peccati che fanno andare più all'inferno sono quelli della carne... perché sono i più facili a commettersi e da questi scaturiscono anche gli altri peccati. -
VIDEO: Adeste fideles cantato da Andrea Bocelli ➜ https://www.youtube.com/watch?v=okyzEnO7g3c&list=PLolpIV2TSebVH8I9Ay8AuB6ZwUgdiRb1T
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8396
ADESTE FIDELES, UN CANTO CHE ATTRAVERSA I SECOLI E CONVERTE I CUORI
di Roberto de Mattei
Ci sono melodie che accompagnano un istante e poi svaniscono, come un'eco lontana. E ce ne sono altre che sembrano attraversare i secoli come un fiume sotterraneo, riaffiorando nei momenti decisivi della vita degli uomini. Adeste fideles appartiene a questa seconda categoria: un canto natalizio dalla storia affascinante, capace di unire popoli e lingue diverse attorno al mistero della Natività.
Per lungo tempo l'inno fu attribuito a san Bonaventura o al re Giovanni IV di Portogallo, ma oggi gli studiosi concordano nell'indicare come suo autore Sir John Francis Wade, musicista cattolico inglese vissuto nel XVIII secolo. Wade era uno degli esuli che avevano lasciato le isole britanniche a causa delle persecuzioni contro i cattolici e si era stabilito a Douai, nel nord della Francia. Questa cittadina era allora un importante centro del cattolicesimo europeo: vi sorgeva infatti un celebre collegio cattolico, fondato da Filippo II di Spagna, che accoglieva studenti e chierici inglesi costretti all'esilio.
Secondo una tradizione accreditata, Wade avrebbe rinvenuto il testo e la melodia di Adeste fideles in alcuni manoscritti conservati in archivio tra il 1743 e il 1744. Egli ne trascrisse lo spartito e lo utilizzò per l'esecuzione liturgica con un coro cattolico a Douai. Nel 1751 decise poi di raccogliere e pubblicare a stampa le sue copie manoscritte in un volume intitolato Cantus Diversi pro Dominicis et Festis per annum. In questa raccolta comparve anche Adeste fideles: si tratta della prima fonte stampata conosciuta che documenta ufficialmente il canto.
Nei manoscritti di Wade, accuratamente miniati, Adeste fideles appare come un inno destinato alla liturgia natalizia, costruito con una struttura semplice e solenne. È un invito pressante - "Venite, fedeli" - che si apre progressivamente alla contemplazione del Bambino nato a Betlemme. La forza del canto risiede nella chiarezza teologica e nella capacità di coinvolgere l'assemblea, quasi trascinandola fisicamente verso la mangiatoia.
L'originale latino è molto più bello delle traduzioni in lingua volgare, ma voglio ricordare le parole di questo canto in italiano.
ADESTE FIDELES
Venite, fedeli, l'angelo ci invita,
venite, venite a Betlemme.
Nasce per noi Cristo Salvatore.
Venite, adoriamo, venite, adoriamo,
venite, adoriamo il Signore Gesù!
La luce del mondo brilla in una grotta:
la fede ci guida a Betlemme.
Nasce per noi Cristo Salvatore.
La notte risplende, tutto il mondo attende:
seguiamo i pastori a Betlemme.
Nasce per noi Cristo Salvatore.
"Sia gloria nei cieli, pace sulla terra",
un angelo annuncia a Betlemme.
Nasce per noi Cristo Salvatore.
Il Figlio di Dio, Re dell'universo,
si è fatto bambino a Betlemme.
Nasce per noi Cristo Salvatore.
UNA PROFESSIONE DI FEDE
Adeste fideles non è solo un canto da ascoltare: è una professione di fede che si ripete strofa dopo strofa. Nel corso del XVIII e XIX secolo questa melodia attraversò confini e culture. Dall'Inghilterra cattolica clandestina giunse in Francia, Germania, Italia. Con la diffusione della stampa musicale e dei nuovi repertori liturgici, Adeste fideles divenne uno dei canti natalizi più conosciuti dell'Occidente cristiano. Fu tradotto in numerose lingue: l'inglese O Come, All Ye Faithful, il francese Peuple fidèle, l'italiano Venite fedeli. Ogni traduzione conservava il nucleo originario: l'invito a lasciare tutto per andare incontro a Gesù Bambino nella capanna di Betlemme.
La sera di Natale del 1886, un giovane studente di diciotto anni che aveva abbandonato la pratica religiosa, di nome Paul Claudel, mentre vagava inquieto nelle vie di Parigi, entrò quasi per caso nella cattedrale di Notre-Dame, inondata dal suono dell'organo e del canto Adeste fideles.
Claudel ricorderà così quell'istante decisivo: «Io ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro rispetto all'ingresso del Coro, a destra, dalla parte della Sacrestia. In quel momento capitò l'evento che dominò tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla. Improvvisamente ebbi il sentimento lacerante dell'innocenza, dell'eterna infanzia di Dio: una rivelazione ineffabile! Cercando - come ho spesso fatto - di ricostruire i momenti che seguirono quell'istante straordinario, ritrovo gli elementi seguenti che, tuttavia, formavano un solo lampo, un'arma sola di cui si serviva la Provvidenza divina per giungere finalmente ad aprire il cuore di un povero figlio disperato: 'Come sono felici le persone che credono!' Ma era vero? Era proprio vero! Dio esiste, è qui. È qualcuno, un essere personale come me. Mi ama, mi chiama. Le lacrime e i singulti erano spuntati, mentre l'emozione era accresciuta ancor più dalla tenera melodia dell''Adeste, fideles' [...]».
DA INCREDULO A CONVERTITO
Entrato incredulo, Paul Claudel uscì dalla cattedrale convertito. Il canto, con il suo invito diretto e universale, lo aveva posto di fronte a una scelta personale. Nelle parole "Venite" il giovane riconobbe qualcosa che lo toccava intimamente. La bellezza musicale e la solennità liturgica non furono un fatto estetico, ma il veicolo di una verità che si impose alla sua mente con evidenza.
Claudel abbracciò pienamente la fede cattolica, che divenne il centro della sua vita e della sua opera. Poeta, drammaturgo, diplomatico, non smise mai di interrogare il mistero cristiano attraverso la parola. Ma tutto ebbe origine da quella notte, da quel canto.
Adeste fideles continua a risuonare ogni Natale nelle chiese del mondo, spesso senza che se ne conosca la storia. Eppure, in quelle dolci note, resta inscritta la testimonianza di una forza discreta ma reale: la capacità della musica sacra di aprire varchi nell'anima, di raggiungere la mente e il cuore dove le parole da sole non bastano.
Oggi come allora, questo canto accompagna la celebrazione della Natività. Cantato da cori imponenti o da piccole comunità di fedeli, conserva intatta la sua potenza originaria. La storia di Paul Claudel ci ricorda che la fede può nascere anche così: non da un trattato teologico, ma da una melodia; non da un discorso astratto, ma da un invito cantato.
Le note di un canto, quando sono vere, possono toccare il cuore di un uomo e trasformarne la vita. -
VIDEO: Nato a Betlemme ➜ https://www.youtube.com/watch?v=U4L3mkWsdSM
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8390
IL NATALE E' IL PARADISO ANTICIPATO NEL TEMPO
Se la nascita del Salvatore non ci orienta verso il destino eterno, allora il mistero cristiano è ridotto a emozione di Roberto de Mattei
I sacerdoti oggi parlano raramente dell'inferno e del Paradiso, quasi temendo che il richiamo ai novissimi possa apparire fuori tempo o inadatto alla sensibilità contemporanea. Eppure, proprio queste realtà ultime ricordano all'uomo il fine per cui è stato creato e il destino irrevocabile verso cui la sua anima è orientata.
Il silenzio su inferno e Paradiso non rende queste realtà ultime meno vere né meno decisive; al contrario, le rende pericolosamente dimenticate. Tacere sui novissimi, significa oscurare il senso stesso dell'esistenza umana, che non si esaurisce nel tempo ma è protesa verso l'eternità. Ma l'eternità non è soltanto una realtà futura: essa getta la sua ombra e la sua luce nel tempo presente, nella nostra quotidianità. San Gregorio Magno insegna che «la vita presente è come un seme: ciò che ora si semina, nell'eternità si raccoglie» (Moralia in Iob, XXV, 16). Ogni atto, ogni scelta, ogni orientamento del cuore prepara già ora il raccolto eterno. Come ricorda sant'Alfonso Maria de' Liguori, «l'eternità dipende da un momento, e quel momento è il presente» (Apparecchio alla morte, Considerazione I). Così nel momento presente, noi incontriamo l'eternità.
Il mondo in cui viviamo ci offre tempi, luoghi e immagini che prefigurano ciò che potranno essere l'inferno e il Paradiso e ci aiutano a comprendere, almeno per analogia, cosa significhi vivere lontani da Dio o vivere in unione con Lui.
Per avere un'idea dell'inferno non occorre sforzare l'immaginazione: basta leggere i giornali, seguire le cronache quotidiane, osservare con attenzione la realtà che ci circonda. La violenza diffusa, la menzogna sistematica, l'inganno elevato a norma, l'infelicità profonda che abita cuori apparentemente sazi, costituiscono la cifra drammatica della nostra epoca. L'inferno, potremmo dire, è attorno a noi. Non si tratta certo dell'inferno in senso proprio, ma di una sua inquietante anticipazione: un mondo in cui l'uomo, rifiutando la verità e l'amore di Dio, sperimenta già la solitudine, il vuoto e una sofferenza che si traduce spesso in disperazione, anche se mascherata.
IL PARADISO ANTICIPATO NEL TEMPO
Ma se il nostro tempo offre immagini così numerose che evocano le sofferenze dell'inferno, esso non è privo di segni e momenti che rimandano alle gioie del Paradiso. Uno di questi momenti simbolici è il Santo Natale, un mistero divino che ci offre una delle immagini più alte del Paradiso anticipato nel tempo. Contempliamo il Presepe. In una grotta povera, in un bambino deposto in una mangiatoia, il cielo si apre sulla terra. Lì dove tutto sembra fragile e insignificante, Dio si rende visibile e vicino. Il presepe ce lo ricorda con semplicità e profondità.
Gesù che viene al mondo è circondato dalla Madonna e da san Giuseppe e forma con loro la Sacra Famiglia, modello di tutte le famiglie della terra. Gli angeli cantano la gloria di Dio sopra la capanna di Betlemme; i pastori e i Re Magi adorano il Verbo fatto carne. Tutte le famiglie che, nella notte di Natale, si raccolgono attorno al Santo Presepe, che hanno la grazia di prepararlo e offrirlo al Signore, partecipano, anche se spesso in modo inconsapevole, a questa gioia che ha la sua sorgente nella vita soprannaturale irradiata dalla Sacra Famiglia.
Il Natale, con il calore e l'affetto che palpabilmente trasmette a chi lo vive con cuore semplice e sincero, ci ricorda che esiste un ambiente soprannaturale; che l'ambiente soprannaturale per eccellenza è il Cielo; che il Cielo è la nostra vera patria e il luogo di eterna felicità al quale ogni uomo è chiamato e, se corrisponde alla Grazia, è destinato ad arrivare. La pace e la gioia spirituale che il Natale accende nei cuori sono una prefigurazione della felicità eterna del Paradiso, dove l'anima sarà completamente immersa nel possesso e nel godimento di Dio.
UNA REALTÀ CHE SUPERA OGNI IMMAGINAZIONE
Il Paradiso è una realtà che supera ogni immaginazione: è la pienezza di tutti i beni desiderabili, l'estasi eterna della visione beatifica. I secoli si succederanno ai secoli senza diminuire la felicità degli eletti; anzi, la certezza di possedere eternamente il Bene supremo ne accrescerà senza fine la dolcezza. I beni spirituali sono inesauribili, come dimostrano le amicizie spirituali che nascono sulla terra. Quando queste amicizie durano nel tempo e rimangono sempre nuove, senza sazietà, è segno che sono di origine divina. E in Paradiso queste amicizie saranno riannodate, così come i legami familiari con i nostri cari, ritrovati alla luce di Dio, per non più separarci da loro. I Beati vivono nella gioia inesauribile di amare e di essere amati, in una vita che fiorisce continuamente senza conoscere noia né stanchezza.
Ma dopo la visione intuitiva di Dio, ciò che accrescerà maggiormente la gioia dei Beati sarà la contemplazione dell'Uomo-Dio, Gesù Cristo, Verbo Incarnato, e della sua Santissima Madre, la Beatissima Vergine Maria, Regina degli angeli, dei santi e del Paradiso stesso. Le melodie del Paradiso saranno quelle intonate dagli Angeli a Betlemme per cantare la gloria di Dio e la pace in terra agli uomini di buona volontà. Ma coloro che in terra furono uomini di buona volontà, perché amarono Dio, oggi ascolteranno con commozione queste melodie in Cielo.
Così, mentre il mondo mostra ogni giorno le ferite dell'inferno che l'uomo costruisce quando si allontana da Dio, il Natale ci ricorda che il paradiso comincia ogni volta che Dio viene accolto. Tra queste due anticipazioni - una di luce e una di tenebra - l'uomo è chiamato a scegliere. La scelta dell'eternità si gioca nel tempo, nelle decisioni quotidiane, nel modo in cui crediamo, adoriamo, speriamo ed amiamo, come la Madonna a Fatima ci ha invitato a fare.
Natale è l'anticipo storico di ciò che il Paradiso è in modo eterno: la comunione piena tra Dio e l'uomo. San Gregorio di Nissa insegna che l'anima è stata creata con un desiderio infinito, capace di essere colmato solo da Dio (De vita Moysis, II, 232-239). Il Natale accende nel cuore una pace fragile e ancora esposta alle ferite; il Paradiso è quella stessa pace portata a compimento, senza più dolori né separazioni.
San Tommaso d'Aquino afferma che la felicità suprema dell'uomo consiste nella visione di Dio (Summa Theologiae, I-II, q.3). A Natale, Dio si lascia vedere in un volto umano; in Paradiso l'uomo vedrà Dio senza veli. Il Natale è la prima visione di Dio concessa all'uomo; il Paradiso sarà l'ultima, definitiva ed eterna. -
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I VERI MOTIVI PER CUI I GIOVANI VANNO SEMPRE MENO A MESSA di Giuliano Guzzo
Ho letto con particolare interesse l'articolo di Paola Bignardi su Avvenire - intitolato Le ragioni dei giovani che vanno sempre meno a Messa - anche perché seguo l'argomento, su cui si arrovellano sacerdoti, educatori ed animatori, ormai da alcuni anni. In estrema sintesi, il servizio, accompagnato anche da diverse testimonianze di giovani intervistati, sostiene che «le nuove generazioni tendono a considerare le funzioni come noiose e distanti. Servono linguaggi, simboli e percorsi che aiutino a scoprire il senso del rito». Tra le voci raccolte non mancano neppure critiche ai contenuti stessi della Messa («Non è un tribunale per difendere i valori», ha dichiarato un giovane praticante saltuario), ma il succo del discorso è che le «funzioni» sarebbero «noiose e distanti» e che, quindi, bisogna fare qualcosa, se si vuole evitar l'esodo giovanile dalla Chiesa.
Ora, pur con il massimo rispetto in chi si conosce in questa lettura del fenomeno dell'abbandono dei giovani dalla Messa (e della Chiesa), devo dire che non sono affatto d'accordo. E non lo sono né da credente né da sociologo. Iniziando con la mia piccola esperienza personale, per il poco che vale, posso dire di essere testimone, ormai, neppure di anni bensì di decenni di tentativi di rendere le «funzioni» meno «noiose e distanti»: penso a canti innovativi con cori e chitarre (talvolta batterie), penso a "liturgie creative", penso a sacerdoti che danno un tocco, a volte, quasi cabarettistico alla celebrazione (battute, occhiolini, sorrisini, risate), penso ad omelie in cui si parla quasi solo di attualità e pochissimo di temi della fede e legati alla Parola di Dio. Risultato: dopo anni di cotanti esperimenti liturgici (non saprei come altrimenti chiamarli) i giovani a Messa continuano ad essere non solo pochi, ma sempre meno...
Siamo quindi proprio sicuri che il punto siano le «funzioni noiose e distanti»? Mi permetto di dubitarne. Anche perché, da sociologo, ho avuto modo di approfondire l'argomento, cui ho dedicato anche diverse pagine d'un mio libro, Grazie a Dio (Lindau), nelle quali ho passato in rassegna, al riguardo, molte ricerche internazionali. Che, in breve, smentiscono categoricamente il problema che l'abbandono della Messa da parte dei giovani - affrontato anche dal sondaggio fatto dalla nostra rivista (qui per abbonarsi) - sia una questione liturgica. Semmai, i fattori che la letteratura individua come concause di questo abbandono sono le seguenti: l'abbandono della Messa dei genitori di questi giovani (si parla tanto dei ragazzi, ma i primi a trascurare la fede sono padri e madri!); gli scarsi rapporti stabiliti tra questi giovani e i loro sacerdoti (padri spirituali cercasi) e la mancanza di una formazione religiosa ab origine (non è cioè che i giovani lascino la Chiesa a causa della dottrina troppo rigida, ma semmai troppo ignorata), assenza che non offre alcun motivo «per restare».
Di quanto fin qui riportato, tengo a precisarlo, esistono evidenze molto robuste. Ecco che allora è difficile non provare un filo di sconforto quando - certamente con la massima buona fede - si ripropone l'idea che i giovani vadano meno a Messa perché le «funzioni» sarebbero «noiose e distanti». Che è senza dubbio ciò che loro spesso dicono, beninteso. Solo che disponiamo ormai di una tale abbondanza di dati tale per cui dovremmo, forse, fare uno sforzo di lettura del fenomeno più ampia. E possibilmente senza neppure abbandonarsi sempre a letture pessimistiche dato che disponiamo di riscontri circa il fatto che in vari Paesi anche dell'Occidente sta tornando un interesse, tra i giovani, proprio per la fede. Il mio invito è quindi, se possibile, di concentrarsi su ciò che di positivo sta avvenendo, su questi segnali di riavvicinamento tra i giovani e la fede cristiana, senza auspicare «aggiornamenti liturgici» (o dottrinali) di sorta dato che, dopo decenni di esperimenti in tal senso, questa strada appare non risolutiva del problema; se non, anzi, essa stessa parte del problema. -
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IL SACRO CHIODO DI COLLE VAL D'ELSA di Don Stefano Bimbi
I Sacri Chiodi o Santi Chiodi sono quelli usati nella crocifissione di Gesù. Sono reliquie molto venerate dalla Cristianità, insieme alla Vera Croce e al Titulus Crucis.
Fu Sant'Elena, madre dell'imperatore Costantino, a ritrovare le reliquie della Passione durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa tra il 327 e il 328. Il primo riferimento scritto a queste reliquie risale al 395 in un'orazione pronunciata da Sant'Ambrogio che le menziona nel discorso funebre per l'imperatore Teodosio.
Nel VI secolo, a Costantinopoli, esistevano tracce della venerazione di più Sacri Chiodi. Tradizionalmente, i Sacri Chiodi sono ritenuti quattro, poiché si pensa che, durante la crocifissione, a ciascun piede fosse infisso un chiodo separato. Il metodo di crocifissione praticato al tempo di Gesù, infatti, seguiva l'uso riservato agli schiavi sia presso i Greci che presso i Romani fin dall'epoca precristiana. Tale tecnica prevedeva l'affiancamento dei piedi, anziché la loro sovrapposizione (come invece sembrerebbe suggerito dalla Sacra Sindone), rendendo necessario l'impiego di quattro chiodi in totale. Il commediografo latino T. Maccio Plauto, nel III sec., in Mostellaria, chiariva: «affinché siano inchiodati alla croce due volte i piedi, due volte le braccia». Anche san Cipriano nel Sermo de Passione Domini, sempre nel III secolo affermava: «con i chiodi che trapassarono i santi piedi».
Nonostante in Europa siano una trentina le reliquie venerate come Sacri Chiodi, i quattro principali sono considerati quello conservato nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, quello nella corona ferrea a Monza, quello sospeso sopra l'altare maggiore del Duomo di Milano e infine quello del duomo di Colle di Val d'Elsa in provincia di Siena. Questo vuol dire che gli altri sono falsi? Assolutamente no. Non deve sorprendere il fatto che i Sacri Chiodi venerati siano molteplici. In un'epoca di profonda fede come il Medioevo, si sentì la necessità di moltiplicare queste reliquie per rispondere al desiderio ardente dei cristiani di possedere un segno tangibile della Passione di Cristo. È documentato infatti che, utilizzando limature o frammenti dei Sacri Chiodi autentici, vennero forgiati altri chiodi per essere distribuiti alla devozione dei fedeli. Altro modo di moltiplicare le reliquie era per contatto. Bastava prendere un chiodo e metterlo a contatto con un Sacro Chiodo. Ad esempio San Carlo Borromeo donò parecchi chiodi che erano stati a contatto con il Sacro Chiodo di Milano. A Colle di Val d'Elsa l'uso di creare nuove reliquie per contatto si diffuse a tal punto che nel 1683 le autorità proibirono che qualunque oggetto toccasse il Sacro Chiodo. Va tenuto conto che si possono considerare comunque degni di venerazione sia queste reliquie "prodotte" a partire dai Sacri Chiodi originali, sia altri chiodi che, sebbene non abbiano sostenuto il corpo di Gesù, siano però serviti comunque per la crocifissione, ad esempio quelli con cui vennero connesse le parti della Croce o quello con cui fu affissa la tavoletta col Titulus Crucis.
COLLE DI VAL D'ELSA
Tornando ai quattro Sacri Chiodi principali, essi sono dunque conservati a Roma, Milano, Monza e Colle di Val d'Elsa. Visto che in quest'ultima città sono nato e che la mia famiglia vi abita almeno dal 1400, vorrei narrarne più approfonditamente la storia.
Colle di Val d'Elsa è il comune della Toscana sulla strada tra Firenze e Siena che ha dato i natali ad Arnolfo di Cambio, famoso scultore e architetto. Il Sacro Chiodo che vi si venera è un chiodo di ferro di circa ventidue centimetri di lunghezza, munito ad un'estremità della capocchia ed all'altra ancora appuntito, intaccato e piegato in prossimità della punta. Nelle descrizioni di questa reliquia riportate nei documenti ufficiali sempre si parla di Unus ex Clavis quo crucifixus est Dominus Noster Jesus Christus. Cosi nelle bolle dei papi Eugenio IV, Callisto III, Sisto V, Urbano VIII, Clemente X. Molto probabilmente si tratta del chiodo che trafisse il piede sinistro di Gesù.
La preziosa reliquia giunse in Val d'Elsa nel IX secolo grazie a un vescovo franco che la ricevette dalle mani di un pontefice negli anni successivi alla morte di Carlo Magno. Durante il viaggio di ritorno il vescovo morì a Viterbo affidando il prezioso chiodo a un sacerdote originario del contado colligiano. L'insigne reliquia ebbe subito un grande culto. Tra i devoti spicca l'arciprete Sant'Alberto da Chiatina che resse il clero di Colle dal 1177 al 1202, quando morì "crocifisso" da lunghe sofferenze corporali sopportate con esemplare pazienza tanto da essere definito il Giobbe della Valdelsa, il cui corpo si trova nel duomo dove è conservato il Sacro Chiodo. In alcuni documenti dell'epoca il Sacro Chiodo è stato detto "Chiodo del Beato Alberto".
La preziosa reliquia si trova ancora oggi custodita in un semplice bucciolo di canna, lo stesso che l'avvolgeva quel lontano giorno in cui il Sacro Chiodo passò dalle mani del vescovo franco a quelle del sacerdote colligiano. Sembra che questo contenitore fosse una parte della canna usata per porgere l'aceto a Gesù sulla croce. Quel che è certo è che quando i canonici provarono a mettere la reliquia in un contenitore diverso, cioè un reliquiario d'argento, il Sacro Chiodo fu ritrovato miracolosamente nel vecchio bucciolo di canna. Oggi la reliquia è conservata dentro di esso e posta all'interno di un pregevole forziere d'argento, raffinata opera di oreficeria fiorentina datata 1628. Al suo interno si trovano anche, perfettamente conservati, gli antichissimi guanti di lana indossati nel XII secolo da Sant'Alberto e utilizzati da tutti i suoi successori fino ad oggi per maneggiare la sacra reliquia. Il forziere è custodito in un apposito tabernacolo ed è protetto da cinque chiavi. In passato due di esse erano conservate dal Comune, una dal vescovo e le rimanenti dai canonici. Nel 1868 il Comune, in pieno clima risorgimentale, rinunciò a tale diritto in nome della separazione tra Stato e Chiesa e come segno di disprezzo della devozione popolare.
FATTI STRAORDINARI
Numerosi sono i fatti straordinari e le grazie attribuite nel corso dei secoli alla venerazione del Sacro Chiodo, molti dei quali documentati con cura. L'insigne reliquia veniva solennemente invocata nei momenti più drammatici della storia cittadina. Emblematico è l'episodio della peste che colpì Colle nel 1527. Ogni giorno si contavano tra i trenta e i quaranta morti. La gente era stremata e impaurita, ma in quel momento venne presa una decisione coraggiosa e carica di fede: portare in processione per tutta la città la sacra reliquia. C'erano tutti: uomini, donne, l'intero clero. E tutti camminavano scalzi, in segno di penitenza e devozione profonda. Non c'erano a quell'epoca autorità sanitarie e decreti governativi a bloccare il popolo che si riuniva per pregare. Ogni passo era un atto di speranza lanciato contro la malattia che mieteva vittime senza sosta. E il miracolo avvenne, la peste si fermò. Non un altro morto. Non un nuovo contagio. Testimoni oculari lasciarono racconti scritti a futura memoria.
Con questa stessa devozione furono affrontate guerre come durante l'assedio degli Aragonesi nel 1479, la carestia del 1540 ed ogni sorta di calamità naturali come siccità o, al contrario, piogge troppo abbondanti. Si contano inoltre tante e frequenti guarigioni, incluse liberazioni dalle insidie dei demòni che innanzi al Sacro Chiodo si contorcono e fuggono poiché, secondo l'affermazione di S. Ambrogio tale è la «virtù infusa da Dio in tutti i Chiodi della Crocifissione».
Un episodio singolare accadde durante l'episcopato di monsignor Niccolò Sciarelli. Il vescovo, di chiare idee gianseniste, si mostrava contrario non solo al culto del Sacro Chiodo, ma in generale a quello di tutte le reliquie. Per questo disprezzava la festa del Sacro Chiodo, così amata dal popolo. Accadde però che nel 1796 proprio durante la celebrazione liturgica della solennità dell'Esaltazione della Santa Croce, in cui tradizionalmente si venerava il Sacro Chiodo, fu colpito da paralisi e fu costretto ad abbandonare il governo della diocesi.
LA TRADIZIONE
Ancora oggi a Colle di Val d'Elsa la seconda (o la terza) domenica di settembre si celebra la festa del Sacro Chiodo che inizia con un triduo di preparazione con Messe e catechesi appropriate. La domenica c'è poi la festa vera e propria con i vespri presso la concattedrale di Colle di Val d'Elsa a cui segue la Santa Messa solenne concelebrata dai sacerdoti del paese e presieduta da un vescovo o un cardinale. Segue la processione organizzata dalla Centuria del Sacro Chiodo fondata nel 1645. Sovrastata da un baldacchino, in mano al celebrante, la sacra reliquia viene portata per le vie della città. Arrivati al baluardo che sovrasta il resto dell'abitato si procede con la benedizione dei quattro angoli della città con il Sacro Chiodo. Poi si torna in duomo e il popolo canta l'inno sacro che inizia così: "Su, cantiamo, cantiamo fratelli, l'inno sacro all'amata Reliquia". Mentre il ritornello invoca: "O dolcissimo pegno d'amor, rendi a Colle propizio il Signor". Nel mentre il Sacro Chiodo viene inserito in un reliquiario di vetro e i fedeli si accostano con devozione baciando la sacra reliquia in segno di venerazione. Ai soli sacerdoti è concesso il privilegio di baciare direttamente il Sacro Chiodo senza il reliquiario di vetro.
La Festa del Sacro Chiodo è un'opportunità per i devoti di immergersi in un'atmosfera di contemplazione, mentre si onora una reliquia sac -
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8357
ANGLICANI A PEZZI, IN NIGERIA RESPINTA LA ''PAPESSA'' DI CANTERBURY di Federica Di Vito
La Comunione anglicana di Nigeria ha criticato la nomina del vescovo Sarah Mullally come arcivescovo di Canterbury. In una dichiarazione rilasciata lunedì e firmata dall'arcivescovo, metropolita e primate della chiesa della Nigeria, il reverendo Henry C. Ndukuba, l'elezione viene descritta come «devastante» e in contrasto con le convinzioni della maggioranza degli anglicani a livello globale.
L'annuncio è arrivato il 3 ottobre: per la prima volta una donna viene nominata arcivescovo di Canterbury, la massima autorità spirituale della Comunione anglicana e primate d'Inghilterra. Nella pratica, sarebbe la "papessa" anglicana, sebbene la sua figura non ha nulla a che fare con il ruolo del Successore di Pietro. Si tratta della 63enne Sarah Mullally, sposata e madre di due figli, ex infermiera (dal 2004 si è dedicata al ministero) con ruoli di un certo livello nel Sistema sanitario inglese come direttore non esecutivo del Consiglio inglese di infermeria, ostetricia e assistenza sanitaria domestica. È diventata "presbitero" della chiesa anglicana nel 2006 e poi "vescovo" di Londra nel 2019. È succeduta a Justin Welby, che si è dimesso all'inizio di quest'anno a causa di accuse di pedofilia. Considerata riformista, nel suo primo sermone da vescovo di Londra disse di se stessa in quanto donna: «Sono naturalmente sovversiva». Negli ultimi anni poi è stata promotrice del programma "Vivere nell'Amore e nella Fede" volto anche a «includere e sopportare maggiormente le persone Lgbtqi+».
«Si tratta di un doppio rischio», si legge nella dichiarazione della comunità anglicana nigeriana, «in primo luogo, per la sua insensibilità nei confronti della convinzione della maggioranza degli anglicani che non riescono ad accettare la leadership femminile nell'episcopato e, in secondo luogo, cosa ancora più preoccupante, perché il vescovo Sarah Mullally è una forte sostenitrice del matrimonio tra persone dello stesso sesso». La Comunione anglicana della Nigeria ha ricordato i commenti del vescovo Mullally dopo il voto del 2023 della Chiesa d'Inghilterra che andò ad approvare le benedizioni per le coppie dello stesso sesso: «Un momento di speranza», furono le sue parole.
«Resta da vedere come speri di ricomporre il tessuto già lacerato della Comunione anglicana a causa della controversa questione del matrimonio tra persone dello stesso sesso, che ha causato un'enorme crisi in tutta la Comunione per oltre due decenni», prosegue ancora la dichiarazione dei nigeriani. Rifiutando ufficialmente la leadership dell'arcivescovo di Canterbury, la Comunione di Nigeria ha affermato il suo allineamento con la Global Anglican Future Conference (GAFCON): «La Chiesa della Nigeria afferma la posizione GAFCON senza riserve e ribadisce la nostra precedente posizione di difendere l'autorità delle Scritture, i nostri credi storici, l'evangelizzazione e la vita cristiana santa, indipendentemente dall'attuale agenda revisionista». La Nigeria, che vede i suoi cristiani letteralmente sotto attacco e provati dal martirio, difficilmente infatti si appiattisce su scelte mondane che al massimo possono attirare la nostra Europa secolarizzata.
La Comunione anglicana nigeriana ha inoltre invitato gli anglicani conservatori in Inghilterra e altrove a resistere a quelli che ha definito «insegnamenti empi» e a difendere la verità biblica: «Incoraggiamo tutti i fedeli fratelli e sorelle della Chiesa d'Inghilterra che hanno costantemente rifiutato l'aberrazione chiamata matrimonio omosessuale e altri insegnamenti empi, lottando per la fede che è stata trasmessa agli eletti».
In realtà, nonostante il rumor generale, la nomina di Sarah Mullally non è una sorpresa. Men che meno una «rivoluzione» che «bussa alle porte del pontificato di papa Leone XIV», come vorrebbe Il Fatto quotidiano. Si tratta bensì della naturale conseguenza della scelta che compì la chiesa anglicana nel 1992, quando aprì la possibilità alle donne di accedere al sacerdozio, in netto contrasto con la Chiesa cattolica all'epoca guidata da Giovanni Paolo II. Ci vollero altri vent'anni per aprire anche all'episcopato. Ecco perché non dovevamo di certo aspettare il 2025 per immaginare che prima o poi anche una donna avrebbe aspirato a diventare "papessa".
Questa frattura nella comunità anglicana - che, lo facciamo notare, in Nigeria non è marginale visto che sono stimati 20 milioni di anglicani di fronte ai 25 stimati in Gran Bretagna - continua a non sorprenderci se consideriamo anche il percorso di vita del prossimo dottore della Chiesa cattolica san John Henry Newman. Fu lui a concludere attraverso lo studio dei Padri della Chiesa che la verità non è una questione di compromesso o equilibri e che la progressiva deriva protestante della comunità anglicana era dietro l'angolo. Il predominio della libertà di spirito l'avrebbe condotta inesorabilmente a scelte mondane guidate dallo spirito del tempo. Speriamo che l'insegnamento del futuro dottore della Chiesa sia tenuto in buon conto anche in casa cattolica. -
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RIPARARE I PECCATI, AL VIA LA PREGHIERA ALLA MADONNA DI FATIMA di Ermes Dovico
Continuano a sorgere nuove iniziative nella Chiesa cattolica in vista dell'ormai imminente centenario dell'apparizione di Pontevedra (Spagna), avvenuta il 10 dicembre 1925. Quel giorno, Gesù Bambino e Maria Santissima apparvero alla venerabile Lucia dos Santos (1907-2005), la più grande dei tre veggenti di Fatima, per spiegarle per la prima volta in cosa consiste la Comunione riparatrice nei primi sabati del mese. Una devozione a cui la Madonna aveva solo accennato otto anni prima alla Cova da Iria, nell'apparizione del 13 luglio 1917 (giorno della rivelazione delle tre parti del segreto di Fatima), quando promise che sarebbe tornata a chiedere sia la Comunione riparatrice sia la consacrazione della Russia al proprio Cuore Immacolato. Quella del 10 dicembre 1925 a Pontevedra, dove Lucia si trovava come postulante presso le Dorotee, fu appunto la prima tappa di un nuovo ciclo di apparizioni, per portare a compimento il disegno celeste.
In occasione della ricorrenza, il cardinale Raymond Leo Burke ha lanciato la proposta di una speciale preghiera alla Madonna di Fatima, da iniziare mercoledì 8 ottobre e proseguire fino al giorno del centenario - mercoledì 10 dicembre - per un totale dunque di nove settimane. Si tratta di recitare una preghiera giornaliera scritta dallo stesso porporato statunitense, con la quale ci si impegna a praticare la devozione dei primi sabati [La preghiera è alla fine dell'articolo, N.d.BB]. È stata creata anche una pagina Internet dove è possibile scaricare il testo della preghiera in più lingue e anche la lettera con cui il cardinale Burke presenta la sua proposta, ripercorrendo i passaggi principali di come si arrivò alla Grande Promessa del Cuore Immacolato di Maria.
Qui ci limitiamo a ricordare il culmine dell'apparizione di Pontevedra, dove la Madre celeste mostrò a Lucia il proprio Cuore addolorato e chiese di essere consolata, spiegando i tratti essenziali della devozione dei primi sabati: «Guarda, figlia mia, il mio Cuore coronato di spine che gli uomini ingrati a ogni momento mi conficcano, con bestemmie e ingratitudini. Tu, almeno, cerca di consolarmi, e di' che tutti quelli che per cinque mesi, nel primo sabato, si confesseranno ricevendo poi la santa Comunione, diranno un Rosario e mi faranno 15 minuti di compagnia meditando sui 15 misteri del Rosario, con l'intenzione di darmi sollievo, io prometto di assisterli, nell'ora della morte, con tutte le grazie necessarie alla salvezza di queste anime».
In rivelazioni successive, venendo incontro alle necessità pratiche di molti fedeli, Gesù spiegò a suor Lucia che per l'adempimento della devozione avrebbe considerato valida anche la Confessione di otto giorni o più («purché, quando Mi ricevono, siano in grazia e abbiano l'intenzione di riparare il Cuore Immacolato di Maria»; 15 febbraio 1926); inoltre disse che la devozione può essere praticata, in via eccezionale, la domenica che segue il primo sabato del mese, ma solo «per giusti motivi, che sta ai sacerdoti giudicare» (29-30 maggio 1930).
Al netto di quest'ultima eccezione, ricapitoliamo le condizioni generali:
1) Confessarsi il primo sabato del mese o entro otto giorni (o più) prima o anche dopo, purché si riceva l'Eucaristia in grazia. Al confessore va comunicata l'intenzione di riparare le offese al Cuore Immacolato di Maria: se ci si dimentica di esplicitare questa intenzione, si può recuperare alla Confessione seguente;
2) comunicarsi ogni primo sabato, per cinque mesi consecutivi;
3) recitare il Rosario;
4) dopo la preghiera, fare compagnia alla Madonna per un altro quarto d'ora, meditando su uno o più misteri del Rosario (suor Lucia era solita meditarne uno per volta. Ci si può aiutare leggendo un brano della Bibbia o uno scritto spirituale sul mistero che si intende contemplare).
Il fine della devozione dei primi sabati è evidentemente la salvezza delle anime, come detto dalla Madonna stessa. Al contempo, la Santa Vergine ha spiegato come questa devozione sia necessaria per la pace in terra: lo era nel 1917, al tempo della Prima Guerra Mondiale e della rivoluzione bolscevica, capace di spargere «i suoi errori per il mondo» (perciò Maria aveva anche chiesto la consacrazione della Russia, adempiuta con grave ritardo); continua ad esserlo oggi, quando rischiamo un conflitto nucleare; e continuerà ad esserlo fino alla seconda e definitiva venuta di Cristo.
Ieri come oggi, infatti, rimane necessario riparare i peccati, un concetto fondamentale ricordato più volte dal cardinale Burke nella sua lettera. I peccati che offendono i Sacri Cuori di Gesù e Maria richiedono riparazione sia ai fini dell'eternità (la nostra salvezza) che della nostra vita quaggiù. «Siamo profondamente consapevoli - scrive Burke - di come quegli stessi peccati sconvolgano l'ordine della vita nella società, risultando in conflitti civili all'interno delle nazioni e in guerre tra le nazioni, e in attacchi violenti contro la vita umana, il matrimonio e la famiglia, e contro la libertà di praticare la religione in molte nazioni. Gli agenti di quell'ideologia totalmente malvagia che è l'ateismo comunista continuano a diffondere le sue menzogne velenose assieme al loro frutto: la distruzione e la morte».
Contro questi frutti cattivi, c'è una sola risorsa: la nostra conversione a Dio. E un mezzo privilegiato per questa conversione è proprio la pratica dei primi sabati, preludio al trionfo del Cuore Immacolato di Maria.
PREGHIERA QUOTIDIANA
Preghiera quotidiana in preparazione al Centenario dell'Apparizione di Gesù Bambino e della Sua Madre Vergine alla Venerabile Serva di Dio Lucia dos Santos 8 ottobre al 10 dicembre 2025
O Vergine Madre di Dio e mia diletta Madre, Nostra Signora di Fatima e del Sacratissimo Rosario, io contemplo il Tuo Cuore Addolorato e Immacolato trafitto con così tante spine dall'ingratitudine e dai terribili peccati dei tuoi figli. Io sono profondamente e perennemente dispiaciuto di come i miei peccati hanno offeso il Tuo Divin Figlio e Te, Sua Madre Innocente. Con cuore umile e contrito, desidero riparare le offese - grandi e piccole - inferte al Tuo Cuore dai peccati dei Tuoi figli.
Nel Tuo amore materno, Tu mi hai insegnato, attraverso la Tua figlia, la Venerabile Serva di Dio Lucia dos Santos, il modo per riparare i peccati mediante la Devozione dei Primi Sabati. In occasione del 100° anniversario della Tua apparizione, assieme al Bambin Gesù, alla Venerabile Serva di Dio, il 10 dicembre del 1925, io mi impegno ad osservare il Primo Sabato del mese in sincera riparazione dei peccati attraverso la confessione sacramentale dei miei peccati, la degna ricezione della Santa Comunione, la preghiera di cinque decine del Santo Rosario e tenendoTi compagnia per quindici minuti meditando i misteri del Rosario. Ti prego, intercedi per me, affinché la mia pratica della Devozione dei Primi Sabati possa contribuire alla salvezza di tante anime e alla pace nel mondo.
Aiutami anche a portare ad altri il Tuo messaggio della Devozione dei Primi Sabati per la Riparazione. In obbedienza al Tuo consiglio materno, possa la Chiesa, in tutto il mondo, offrirTi questo atto d'amore di cuori umili e contriti in sincera riparazione per i peccati commessi.
Io dono totalmente il mio cuore al Tuo Cuore Addolorato e Immacolato e, con Te, faccio riposare per sempre il mio cuore nel Sacratissimo Cuore di Gesù. Con tutto il mio cuore, io offro questa preghiera a Lui che, solo, è la nostra salvezza. Amen.
Raymond Leo Cardinal BURKE
8 settembre 2025
Festa della Natività della Beata Vergine Maria -
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RIVOLUZIONE SESSUALE, IL VIRUS CHE HA INFETTATO L'OCCIDENTE
L'Ungheria di Orbán prova a guarire, Bruxelles preferisce la malattia e grida al fascismo
di Francesca Romana Poleggi
L'immagine in evidenza mostra una croce disegnata in cielo dall'aeronautica sul Parlamento di Budapest, in occasione della festa nazionale del 20 agosto scorso, che esprime l'orgoglio dell'Ungheria di essere una nazione cristiana, grazie a Santo Stefano, dall'anno 1000.
Viktor Orbàn, Primo Ministro ungherese, è uno dei più odiati dai media e dalle élite globaliste e progressiste europee e internazionali: un recente articolo di Jonathon Van Maren (un giornalista canadese che scrive per europeanconservative.com) ci fa capire perché.
Da almeno dieci anni Orbàn - che è di religione Calvinista - promuove nel suo Paese la "democrazia cristiana" (niente a che vedere con il noto partito scudocrociato italiano).
Sa bene che nessun governo può rendere cristiano il popolo. La sua "democrazia cristiana" non si occupa di difendere gli articoli di fede o la religione. "Democrazia cristiana" significa proteggere lo stile di vita che scaturisce dalla cultura cristiana e in particolare la dignità umana, la famiglia e la nazione - perché il cristianesimo non cerca l'universalità attraverso l'abolizione delle nazioni, ma attraverso la loro conservazione.
Questi i cinque principi fondamentali della democrazia cristiana di Orbàn:
1) difendere la cultura cristiana e riservarsi il diritto di rifiutare le ideologie multiculturali,
2) difendere la famiglia naturale e il diritto di ogni bambino a una madre e un padre,
3) difendere i settori economici e i mercati strategici nazionali,
4) difendere i propri confini e riservarsi il diritto di respingere l'immigrazione,
5) insistere sul principio che a ogni nazione spetti un voto sulle questioni più importanti discusse in sede di Unione Europea.
La visione di Orbán è stata facilmente bollata come "nazionalista" (o "sovranista" e con altri epiteti considerati più o meno offensivi e dispregiativi) e molto criticata dall'élite di un'Europa che ha rinnegato le sue radici cristiane e promuove una "società aperta" senza confini, fluida in tutto e per tutto. Un'Europa che sta perdendo le identità, le tradizioni dei popoli a favore delle culture degli immigrati (islamici) che devono essere accolti senza se e senza ma, un'Europa in cui "famiglia" è ormai qualsiasi forma di convivenza facoltativa e fluida.
L'AGENDA CONSERVATRICE DI ORBÁN HA POSTO L'UNGHERIA SU UNA STRADA DIVERSA
La Costituzione ungherese del 2011 afferma che lo Stato "protegge l'istituzione del matrimonio come unione di un uomo e una donna stabilita per decisione volontaria, e la famiglia come base della sopravvivenza della nazione". Inoltre, afferma che "I legami familiari si basano sul matrimonio o sul rapporto tra genitori e figli", e sottolinea che "l'Ungheria sostiene l'impegno ad avere figli", e che: "la dignità umana è inviolabile. Ogni essere umano ha diritto alla vita e alla dignità umana; la vita del feto è protetta fin dal momento del concepimento".
Una serie di politiche a favore del matrimonio e dell'infanzia ha implementato effettivamente questi principi costituzionali. Il tasso di matrimoni è raddoppiato tra il 2010 e il 2021; i divorzi si sono dimezzati. Sebbene l'aborto sia ancora legale in Ungheria fino a 12 settimane - il governo riconosce che un divieto, pur essendo costituzionalmente valido, non gode ancora di sufficiente sostegno pubblico - gli aborti si si sono dimezzati, e anche tra le adolescenti tasso di abortività è in diminuzione.
La politica di promozione della famiglia ha comportato logicamente e coerentemente una fiera battaglia alla rivoluzione sessuale. Una legge vieta la propaganda sessuale LGBT tra i minori dal 2021 e le manifestazioni oscene ai gaypride.
Un emendamento costituzionale approvato ad aprile ha affermato l'esistenza di solo due sessi. Il cambio di genere è stato dichiarato illegale nel 2020.
I critici insistono sul fatto che si tratti di un attacco alla democrazia, ma gli Ungheresi sostengono massicciamemte le politiche del governo.
Il progetto di Orbán appare illiberale alle élite globaliste perché, a partire dagli anni '60, le società occidentali sono state letteralmente sconvolte dalla rivoluzione sessuale. La secolarizzazione e la scristianizzazione dell'Europa dipendono certamente dalla filosofia illuminista, dallo scientismo darwiniano, dal consumismo e anche dagli orrori sanguinosi del XX secolo, spiega Van Maren. Ma non solo.
Come osserva Mary Eberstadt ("How the West Really Lost God: A New Theory of Secularization"), la Seconda Guerra Mondiale fu seguita da un boom religioso fino all'inizio degli anni '60 in tutto il mondo occidentale, anche in società che ora sono totalmente scristianizzate, come la Nuova Zelanda, l'Australia, il Canada.
La perdita della fede è stata successiva, collettiva e drammatica, accelerata senz'altro negli anni '60: la rivoluzione sessuale ha infettato le famiglie e queste hanno smesso di frequentare le chiese.
I DANNI DELLA RIVOLUZIONE SESSUALE
Ciò che si suppone comunemente è che le persone religiose abbiano maggiori probabilità di avere una famiglia (numerosa). Eberstadt, invece, sostiene che è la vita di famiglia con la condivisione di nascita, morte, sacrificio di sé che spinge le persone ad andare in chiesa. La vita familiare incoraggia la vita religiosa perché madri e padri cercano sostegno nella comunità e nella fede, e cercano un quadro trascendente che dia un senso alla stessa vita familiare con tutte le sue vicissitudini (e difficoltà).
Come ci si può aspettare che i giovani di oggi abbraccino il cristianesimo quando, a causa di famiglie sempre più assenti e insignificanti, non hanno mai tenuto in braccio un bambino, accudito un anziano, partecipato a un funerale?
Wilhelm Reich, che coniò l'espressione "rivoluzione sessuale", predisse tutto questo. Credeva che tutte le libertà derivassero dalla libertà sessuale e pronosticò che con la completa liberazione sessuale la famiglia e la religione sarebbero presto scomparse.
Allora, le politiche di Orbàn che incoraggiano, incentivano e proteggono la famiglia naturale costruiscono una nazione di famiglie con figli, una nazione che, umanamente parlando, è un terreno fertile per il ritorno del cristianesimo.
Nessun governo può tentare una "cristianizzazione" del proprio Paese, ma può onorare la propria eredità cristiana e orientare le proprie politiche in tal senso.
Negli ultimi quindici anni, l'Ungheria è stata impegnata in politiche pro-vita e pro-famiglia da un lato, e in una ferma resistenza alla colonizzazione della rivoluzione sessuale (anche quella con la bandiera arcobaleno) dall'altro. I risultati che questo esperimento ha prodotto finora sono incoraggianti.
Se questi risultati persistono, la visione di Orbán per una "democrazia cristiana" potrebbe essere un modello per i politici conservatori di tutto il continente, conclude Van Maren.
Può darsi che abbia ragione.
Ma noi cittadini abbiamo il sacrosanto dovere di far sentire i nostri politici, che finora si sono mostrati piuttosto esitanti e timorosi, sostenuti da una maggioranza solida e non più silenziosa. -
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8300
AVVENIRE SI ALLINEA AL CORO DEI NEGATORI DELLA SINDONE di Emanuela Marinelli
Da un po' di tempo stiamo assistendo a un attacco continuo contro la Sindone. Dopo il clamore mediatico del presunto bassorilievo che sarebbe all'origine della Sindone, è stata diffusa con grande enfasi la scoperta di un documento trecentesco che dichiara falsa la Sindone. Ne parla il ricercatore Nicolas Sarzeaud in un suo articolo apparso sul Journal of Medieval History che riporta una frase tratta dall'opera Problemata del vescovo Nicola d'Oresme, testo scritto probabilmente verso il 1370: «Non ho bisogno di credere a chi dice: "ll tale ha compiuto per me questo o quel miracolo", perché in questo modo molti ecclesiastici ingannano gli altri inducendoli a portare offerte alle loro chiese. Questo è chiaro dal senso della chiesa in Champagne, dove si diceva che fosse la Sindone del Signore Gesù Cristo, e dal numero apparentemente infinito di altri che hanno inventato questo o quello».
In base a questa frase si può affermare che la Sindone sia falsa? Ovviamente no. Si può solo dedurre che quel vescovo la riteneva falsa, come farà pochi anni dopo un altro vescovo, Pierre d'Arcis, in un testo del 1389 indirizzato all'antipapa Clemente VII. In questo memoriale, d'Arcis affermava che la prima ostensione della Sindone a Lirey, che egli diceva fosse avvenuta intorno al 1355, era stata fatta senza l'autorizzazione di Henri de Poitiers, suo predecessore come vescovo di Troyes. Questi aveva, perciò, provveduto a condurre un'indagine. Esperti teologi e uomini di fiducia gli avevano assicurato che la Sindone di Lirey non poteva essere autentica, perché se sul lenzuolo funebre di Cristo fosse stata visibile un'impronta, i Vangeli ne avrebbero senz'altro parlato. Inoltre, che essa fosse falsa lo aveva avvalorato la dichiarazione del pittore stesso che l'aveva dipinta. Ma d'Arcis non portava documenti e prove per le sue affermazioni.
LA SINDONE HA CERTAMENTE AVVOLTO UN VERO CADAVERE
La pretesa che i Vangeli dovessero parlare dell'immagine presente sulla Sindone è priva di senso, in quanto Pietro e Giovanni osservarono il lenzuolo dal lato esterno, non dal lato che era verso il corpo, dove è visibile l'immagine. Nel XIV secolo, comunque, non c'erano gli strumenti di indagine che hanno permesso di escludere qualsiasi fabbricazione ad arte della Sindone. Solo con le ricerche condotte nel 1978 dallo Shroud of Turin Research Project sappiamo che la Sindone ha certamente avvolto un vero cadavere. I risultati di quelle analisi, condotte direttamente sulla reliquia, sono pubblicati su riviste scientifiche referenziate.
Ritenere falsa la Sindone perché così credevano due vescovi del XIV secolo sarebbe come affermare ancora oggi che il sole gira intorno alla terra perché allora si pensava fosse così. Eppure i negatori danno tanto risalto a quei testi medievali e i mass media amplificano le loro affermazioni, ignorando le ricerche condotte direttamente sulla reliquia. Se il lenzuolo non esistesse più e avessimo solo quei testi, sarebbe legittimo attribuire un valore a quelle affermazioni; ma l'oggetto c'è, è stato esaminato e non corrisponde a quanto sostenuto dai due vescovi, quindi quei documenti non hanno alcun valore ai fini dell'autenticità della Sindone.
IL CORO DEI NEGATORI IN MALA FEDE
Eppure i negatori giungono perfino a sbizzarrirsi in ipotesi contrastanti: convinti della fabbricazione ad arte della Sindone, non c'è solo chi pensa all'inganno a fini di lucro, ma chi piuttosto vede un nobile scopo nella realizzazione dell'artefatto. Fra questi ultimi si distingue lo storico Antonio Musarra che propone questa idea sulle pagine di Avvenire. Musarra è un negatore soft: sembra non prendere posizione sull'autenticità. Infatti dichiara: «Ovviamente, questo discorso presuppone che l'oggetto risalga al XIV secolo. Non prende in considerazione l'ipotesi dell'autenticità; e ciò, nonostante il dibattito contemporaneo si sia cristallizzato attorno a questa alternativa. Non entro nel merito».
Non entra nel merito, ma non spende una parola per ricordare che tutti gli studi scientifici escludono l'opera artistica. Al contrario, da quello che scrive si capisce che ritiene la Sindone un oggetto ottenuto manualmente: «Eppure, il fatto che la Sindone fosse mostrata come l'autentico sudario del Cristo (...) ci autorizza a ritenere che tale fosse l'intento di chi la commissionò? Credo che ciò sia limitativo, e che si possa valutare l'ipotesi - si badi: non suffragata, per il momento, da alcuna fonte - ch'essa sia stata fabbricata per altri scopi. Non tanto un "falso", dunque, ma un oggetto creato per commemorare - rendere presente - le sofferenze del Cristo».
Insomma, fabbricata per ingannare o per commuovere, sempre falsa la Sindone deve essere. E persino Avvenire si allinea con il coro dei negatori, che parlano con evidente malafede, non citando mai tutte le ragioni preponderanti a favore dell'autenticità. Una situazione davvero triste, non c'è che dire. - Visa fler