Avsnitt
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ep. 74 st. 1
Il ruolo di iniziatore delle pratiche poetiche dei siculo-toscani spetta a Bonagiunta Orbicciani; poi possiamo trovare tanti altri nomi di poeti a noi pervenuti che si sono distinti, ognuno a proprio modo, chi più chi meno, nella Toscana dell'epoca.
Chiaro Davanzati, Andrea Monte, Inghilfredi, Mino Mocato, Folcacchiero dei Folcacchieri, Meo Abbracciavacca, Panuccio dal Bagno, Tiberto Galinziani, Galletto, Pucciandone Martelli, ecc... La puntata si chiude con un degno commento alla prima poetessa in lingua volgare italiana: Compiuta Donzella. -
ep. 73 st. 1
Questo componimento è un chiaro esempio dell'impegno morale e civile di Guittore, il quale incarne un nuovo tipo di intellettuale, un intellettuale comunale, cittadino. Già qui si nota la differenza con la poesia provenzale e siciliana.
Siamo di fronte al primo esempio di poesia civile della nostra letteratura!
Ahi lasso, or è stagion de doler tanto
a ciascun om che ben ama Ragione,
ch’eo meraviglio u’ trova guerigione,
ca morto no l’ha già corrotto e pianto,
vedendo l’alta Fior sempre granata
e l’onorato antico uso romano
ch’a certo pèr, crudel forte villano,
s’avaccio ella no è ricoverata:
ché l’onorata sua ricca grandezza
e ’l pregio quasi è già tutto perito
e lo valor e ’l poder si desvia.
Oh lasso, or quale dia
fu mai tanto crudel dannaggio audito?
Deo, com’hailo sofrito,
deritto pèra e torto entri ’n altezza?
Altezza tanta êlla sfiorata Fiore
fo, mentre ver’ se stessa era leale,
che ritenea modo imperïale,
acquistando per suo alto valore
provinci’ e terre, press’o lunge, mante;
e sembrava che far volesse impero
sì como Roma già fece, e leggero
li era, c’alcun no i potea star avante.
E ciò li stava ben certo a ragione,
ché non se ne penava per pro tanto,
como per ritener giustizi’ e poso;
e poi folli amoroso
de fare ciò, si trasse avante tanto,
ch’al mondo no ha canto
u’ non sonasse il pregio del Leone.
Leone, lasso, or no è, ch’eo li veo
tratto l’onghie e li denti e lo valore,
e ’l gran lignaggio suo mort’a dolore,
ed en crudel pregio[n] mis’ a gran reo.
E ciò li ha fatto chi? Quelli che sono
de la schiatta gentil sua stratti e nati,
che fun per lui cresciuti e avanzati
sovra tutti altri, e collocati a bono;
e per la grande altezza ove li mise
ennantir sì, che ’l piagãr quasi a morte;
ma Deo di guerigion feceli dono,
ed el fe’ lor perdono;
e anche el refedier poi, ma fu forte
e perdonò lor morte:
or hanno lui e soie membre conquise.
Conquis’è l’alto Comun fiorentino,
e col senese in tal modo ha cangiato,
che tutta l’onta e ’l danno che dato
li ha sempre, como sa ciascun latino,
li rende, e i tolle il pro e l’onor tutto:
ché Montalcino av’abattuto a forza,
Montepulciano miso en sua forza,
e de Maremma ha la cervia e ’l frutto;
Sangimignan, Pog[g]iboniz’ e Colle
e Volterra e ’l paiese a suo tene;
e la campana, le ’nsegne e li arnesi
e li onor tutti presi
ave con ciò che seco avea di bene.
E tutto ciò li avene
per quella schiatta che più ch’altra è folle.
Foll’è chi fugge il suo prode e cher danno,
e l’onor suo fa che vergogna i torna,
e di bona libertà, ove soggiorna
a gran piacer, s’aduce a suo gran danno
sotto signoria fella e malvagia,
e suo signor fa suo grand’ enemico.
A voi che siete ora in Fiorenza dico,
che ciò ch’è divenuto, par, v’adagia;
e poi che li Alamanni in casa avete,
servite i bene, e faitevo mostrare
le spade lor, con che v’han fesso i visi,
padri e figliuoli aucisi;
e piacemi che lor dobiate dare,
perch’ebber en ciò fare
fatica assai, de vostre gran monete.
Monete mante e gran gioi’ presentate
ai Conti e a li Uberti e alli altri tutti
ch’a tanto grande onor v’hano condutti,
che miso v’hano Sena in podestate;
Pistoia e Colle e Volterra fanno ora
guardar vostre castella a loro spese;
e ’l Conte Rosso ha Maremma e ’l paiese,
Montalcin sta sigur senza le mura;
de Ripafratta temor ha ’l pisano,
e ’l perogin che ’l lago no i tolliate,
e Roma vol con voi far compagnia.
Onor e segnoria
adunque par e che ben tutto abbiate:
ciò che desïavate
potete far, cioè re del toscano.
Baron lombardi e romani e pugliesi
e toschi e romagnuoli e marchigiani,
Fiorenza, fior che sempre rinovella,
a sua corte v’apella,
che fare vol de sé rei dei Toscani,
dapoi che li Alamani
ave conquisi per forza e i Senesi. -
Saknas det avsnitt?
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ep. 72 st. 1
Guittone d'Arezzo va oltre la concezione della poesia come puro fatto lirico e la intende più concretamente e attivamente come uno strumento per l'argomentazione logica.
Lettura da un estratto dell'opera "Lirici del Duecento" di Carlo Salinari, UTET, Torino 1951. -
ep. 71 st. 1
Guittone d'Arezzo è il più importante autore del gruppo dei siculo-toscani; tanto da avere per molto tempo a seguire numerosi imitatori del suo stile, i cosiddetti "guittoniani".
La canzone politica e la forma-libro del proprio canzoniere sono il lascito più importante di questo autore per noi ormai dimenticato, a causa del suo estremo rigore formale e manieristico. Dobbiamo però risconoscergli un seme fondamentale per il germoglio di un'espressione lirica nuova e moderna. -
ep. 70 st. 1
Siamo sicuri che la poesia della Scuola Siciliana avesse trovato una vasta eco in Toscana e in Emilia-Romagna. Numerose sono infatti le testimonianze che attestano rapporti frequenti tra i funzionari della Magna Curia con i Comuni dell'Italia centrale e centro-settentrionale.
Dopo la caduta degli Svevi, ci fu una totale esportazione, per quanto possibile, della produzione letteraria e culturale siciliana, la quale venne recuperata, ripresa e poi trasformata per dare vita alla nuova tradizione ribattezzata "siculo-toscana. -
ep. 69 st. 1
Viene proposta in questa puntata una riflessione sul valroe della Scuola Siciliana. Si fa riferimento a due brani interessanti:
La posizione di Dante Alighieri sulla Scuola Siciliana, tratta dal "De Vulgari Eloquentiae";Alcuni passi scelti tratti dal saggio di R. Antonelli dal titolo "Introduzione a Giacomo da Lentini", contenutoin "I poeti della Scuola Siciliana", vol I, Mondadori, I Meridiani, Milano 2008. -
ep. 68 st. 1
Michele da Alcamo è un autore riconducibile alla Scuola Siciliana di cui sappiamo molto poco. Si ipotizza perfino che fosse un giullare; certo è che non era privo di cultura. Conosceva così bene le forma della poesia provenzale al punto da riuscire a farne una parodia.
Rosa fresca aulentissima è un contrasto, cioè la messa in scena di un dissidio verbale fra due parti; nel caso specifico, tra il poeta e una dama che egli vuole convincere a giacere con lui... -
ep. 67 st. 1
Tra le opere più celebri di Stefano Protonotaro vi è il componimento "Pir meu cori alligrari", che ha il pregio di essere giunto fino a noi in siciliano originale; è sopravvissuto infatti alla toscanizzazione; i copisti toscani tradussero infatti i testi adattandoli al loro dialetto.
Protonotaro è quindi particolarmente importante per comprendere il volgare siciliano del XIII secolo.
In "Pir meu cori alligrari", Protonotaro esplora temi tipici della poesia cortese, come l'amore idealizzato e la bellezza della donna amata, con un linguaggio elegante e melodico.
Canzone di 5 strofe di 12 versi, endecasillabi e settenari.
Pir meu cori allegrari,
chi multu longiamenti
senza alligranza e joi d'amuri è statu,
mi ritornu in cantari,
ca forsi levimenti
da dimuranza turniria in usatu
di lu troppu taciri;
e quandu l'omu à rasuni di diri,
ben di' cantari e mustrari alligranza,
ca senza dimustranza
joi siria sempri di pocu valuri;
dunca ben di' cantari onni amaduri.
E si per ben amari
cantau juiusamenti
homo chi avissi in alcun tempu amatu,
ben lu diviria fari
plui dilittusamenti
eu, chi su di tal donna inamuratu,
dundi è dulci placiri,
preiu e valenza e juiusu pariri
e di billizi cuta[n]t' abondanza,
chi illu m'è pir simblanza
quandu eu la guardu, sintir la dulzuri
chi fa la tigra in illu miraturi;
chi si vidi livari
multu crudilimenti
sua nuritura, chi illa à nutricatu,
e si bonu li pari
mirarsi dulcimenti
dintru unu speclu chi li esti amustratu,
chi l'ublia siguiri.
Cusì m'è dulci mia donna vidiri:
chi 'n lei guardandu met[t]u in ublianza
tutta'altra mia intindanza,
sì chi instanti mi feri sou amuri
d'un culpu chi inavanza tutisuri.
Di chi eu putia sanar;
multu legeramenti,
sulu chi fussi a la mia donna a gratu
meu sirviri e pinari
m'eu duitu fortimenti
chi quandu si rimembra di sou statu
nu lli dia displaciri.
Ma si quistu putissi adiviniri,
ch'Amori la ferissi de la lanza
chi mi fer' e mi lanza,
ben crederia guarir de mei doluri,
ca sintiramu equalimenti arduri.
Purriami laudari
d'Amori bonamenti,
com'omu da lui beni ammiritatu;
ma beni è da blasmari
Amur virasementi,
quandu illu dà favur da l'unu latu,
chi si l'amanti nun sa suffiriri,
disia d'amari e perdi sua speranza.
Ma eu suf[f]ru in usanza,
chi ò vistu adessa bon sufrituri
vinciri prova et aquistari hunuri.
E si pir suffiriri,
ni per amar lialmenti e timiri,
homo aquistau d'Amur gran beninanza,
digu avir confurtanza
eu, chi amu e timu e servi[i] a tutt'uri
cilatamenti plu chi altru amaduri. -
Questo è un sonetto particolare perché il poeta unisce, in un unico tratto ideologico, due tradizioni, quella provenzale dell'omaggio alla donna e quella religiosa del servizio di Dio.
Io m’ag[g]io posto in core a Dio servire,
com’io potesse gire in paradiso,
al santo loco, c’ag[g]io audito dire,
o’ si mantien sollazo, gioco e riso.
Sanza mia donna non vi voria gire,
quella c’à blonda testa e claro viso,
che sanza lei non poteria gaudere,
estando da la mia donna diviso.
Ma non lo dico a tale intendimento,
perch’io pecato ci volesse fare;
se non veder lo suo bel portamento,
e lo bel viso e ’l morbido sguardare:
che·l mi teria in gran consolamento,
veggendo la mia donna in ghiora stare. -
Il sonetto fa parte di una tenzone poetica con Pier delle Vigne e Jacopo Mostacci sulla natura dell'amore... Giacomo da Lentini si oppone ad un amore mentale e distante, come quello dell'amor de lonh proposto dai trobadorici. Il vero amore, per generarsi, ha bisogno di una sollecitazione concreta: la vista della dama in tutta la sua bellezza.
Amore è uno desi[o] che ven da’ core
per abondanza di gran piacimento;
e li occhi in prima genera[n] l’amore
e lo core li dà nutricamento.
Ben è alcuna fiata om amatore
senza vedere so ’namoramento,
ma quell’amor che stringe con furore
da la vista de li occhi ha nas[ci]mento:
ché li occhi rapresenta[n] a lo core
d’onni cosa che veden bono e rio
com’è formata natural[e]mente;
e lo cor, che di zo è concepitore,
imagina, e [li] piace quel desio:
e questo amore regna fra la gente. -
Commento al testo più popolare di Jacopo Notaro.
Meravigliosamente
un amor mi distringe
e mi tene ad ogn’ora.
Com’om che pone mente
in altro exemplo pinge
la simile pintura,
così, bella, facc’eo,
che ’nfra lo core meo
porto la tua figura.
In cor par ch’eo vi porti,
pinta como parete,
e non pare di fore.
O deo, co’ mi par forte.
Non so se lo sapete,
con’ v’amo di bon core:
ch’eo son sì vergognoso
ca pur vi guardo ascoso
e non vi mostro amore.
Avendo gran disio,
dipinsi una pintura,
bella, voi simigliante,
e quando voi non vio,
guardo ’n quella figura,
e par ch’eo v’aggia avante:
come quello che crede
salvarsi per sua fede,
ancor non veggia inante.
Al cor m’arde una doglia,
com’om che ten lo foco
a lo suo seno ascoso,
e quando più lo ’nvoglia
allora arde più loco
e non pò stare incluso:
similemente eo ardo
quando pass’e non guardo
a voi, vis’amoroso.
S’eo guardo, quando passo,
inver’ voi, no mi giro,
bella, per risguardare.
Andando, ad ogni passo
getto uno gran sospiro
che facemi ancosciare;
e certo bene ancoscio,
c’a pena mi conoscio,
tanto bella mi pare.
Assai v’aggio laudato,
madonna, in tutte le parti
di bellezze ch’avete.
Non so se v’è contato
ch’eo lo faccia per arti,
che voi pur v’ascondete.
Sacciatelo per singa,
zo ch’eo no dico a linga,
quando voi mi vedrite.
Canzonetta novella,
va’ canta nova cosa;
lèvati da maitino
davanti a la più bella,
fiore d’ogni amorosa,
bionda più c’auro fino:
«Lo vostro amor, ch’è caro,
donatelo al Notaro
ch’è nato da Lentino.» -
Giacomo da Lentini, noto anche come Jacopo Notaro, è una figura centrale della Scuola Siciliana, un movimento letterario del XIII secolo che ha gettato le basi della poesia lirica italiana. Operando sotto la corte di Federico II di Svevia, Giacomo ha contribuito in modo significativo allo sviluppo del sonetto, una forma poetica che avrebbe avuto un impatto duraturo sulla letteratura europea. I suoi versi, spesso caratterizzati da un raffinato uso del volgare siciliano, esplorano temi di amore cortese con una sensibilità che unisce l'eredità trobadorica alla nascente cultura italiana. La sua maestria nel bilanciare innovazione formale e profondità emotiva ha reso la sua poesia un modello per i successivi poeti italiani, tra cui Dante Alighieri e Petrarca. Giacomo da Lentini viene celebrato non solo come un abile artigiano del verso, ma anche come un pioniere che ha contribuito a elevare il volgare come lingua letteraria di prestigio.
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Quello dei poeti della Magna Curia è un volgare illustre ed è interregionale. Un primo strato linguistico, di base, è costituito dal volgare siciliano, ma su di esso agiscono e si sedimentano gli influssi e i contributi di altre lingue: il latino, il provenzale e i dialetti italiani che i giuristi portano con sé per i più svariati motivi [...]
Spiegazione della toscanizzazione della lingua della Scuola siciliana ed elenco dei poeti degni di nota. -
Caratteri e peculiarità della Scuola siciliana. La poesia siciliana è tutta dedicata all'anima e allo spirito amoroso; la fenomenologia dell'innamoramento è il perno attorno al quale ruotano le nuove composizioni dei poeti-giuristi.
Rinnovamento della forma canzone, invenzione del sonetto e abbandono dell'accompagnamento musicale. -
Nella prima metà del Duecento si forma e si sviluppa un fenomeno assai unico ed importante. Ne è protagonista il regno di Sicilia, alla cui guida vi è Federico II di Svevia [...]
Formazione e nascita della Scuola siciliana. -
"Perché sia accaduto che ad una lingua unitaria, il latino, si siano sostituite più lingue neolatine è problema molto controverso e tutt'altro che facile da risolvere".
Condivisione di brani scelti dal saggio Origini romanze di Alberto Varvaro, contenuto in Storia della letteratura italiana diretta da Enrico Malato, Volume I, Salerno editrice, Roma 1995. -
L'impero doveva fare i conti con una figura che dominava la scena feudale: il re.
Il re è il cardine attorno al quale tutto ruota... anche i cavalieri, nostri eroi; nessuno escluso. Rolando, Lancillo e Parceval bastano come esempio.
Il re è l'apice e l'erede di quella stirpe che ha permesso alla comunità di aggregarsi al sicuro dai pericoli, di stabilizzarsi e di divenire poi un regno.
E' presente una lettura tratta da Il Basso Medioevo di J. Le Goff, trad. di E. Vaccari Spagnol, Feltrinelli, Milano 1967. -
Come si esce dalla terribile condizione di degrado nella quale l'intero mondo altomedievale era inevitabilmente caduto? Ripartendo da zero, dalla terra e dalla guerra.
Chi ha poi dato stabilità allo status delle cose, chi ha mantenuto l'equlibrio sociale, chi ha difeso la comunità che nel frattempo si stabilizzava e progrediva? E' stato il cavaliere. Non tanto il cavaliere in senso stretto, ma il guerriero in senso lato...
Lettura di un brano tratto da Lynn White Jr., Tecnica e società nel Medioevo, Il Saggiatore, Milano 1967. -
Secondo approfondimento per comprendere meglio tutto quello che è stato illustrato fino a questa 56esima puntata.
Rodolfo il Glabro racconta le terribili realtà sulla carestia del 1033 in Borgogna.
Lettura tratta da Cronache dell'anno Mille [Storie], a cura di G. Cavallo e G. orlandi, Fondazione Lorenzo Valla - Mondadori, Milano 1989. -
Approfondimento di alcuni aspetti della società e della cultura medievale, utili per comprendere meglio tutto quello che è stato illustrato finora.
"La società feudale" di M. Bloch, Einaudi, Torino 1949. - Visa fler