Spelade

  • Salvatore Riina, detto Totò (Corleone, 16 novembre 1930 – Parma, 17 novembre 2017), è stato un mafioso italiano, boss di Cosa Nostra e considerato il capo dell'organizzazione dal 1982 fino al suo arresto, avvenuto il 15 gennaio 1993.

    Secondo molti, fu il mafioso più potente, pericoloso e sanguinario di tutta Cosa Nostra in quegli anni, talvolta menzionato come "Il capo dei capi". Veniva indicato anche con i soprannomi: û curtu, per via della sua bassa statura e La Belva, per indicare la sua brutalità sanguinaria.

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  • Impariamo ad ascoltare il nostro corpo, e ad eliminare la contrattura del perineo, che causa dolore durante i rapporti sessuali e rende infelice la nostra vita intima.

  • Il 5 agosto 1989 Antonino Agostino, poliziotto e agente segreto italiano, specializzato nella cattura dei latitanti, era a Villagrazia di Carini con la moglie Ida Castelluccio, sposata appena un mese prima ed incinta di due mesi. Mentre entravano nella villa di famiglia per festeggiare il compleanno della sorella di lui, un gruppo di sicari in motocicletta arrivò all'improvviso e cominciò a sparare sui due. Agostino venne colpito da vari proiettili, mentre la Castelluccio venne raggiunta da un solo colpo e cominciò a strisciare per terra per avvicinarsi al marito morente. I genitori di Agostino, uditi gli spari, andarono a soccorrere il figlio e la nuora ma non c'era più niente da fare: erano entrambi già morti. Quel giorno, Agostino non portava armi addosso. La squadra mobile di Palermo seguì inutilmente per mesi un'improbabile "pista passionale"...

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  • La strage di Gioia Tauro venne causata dal deragliamento del treno direttissimo Palermo-Torino del 22 luglio del 1970, avvenuto a poche centinaia di metri dalla stazione di Gioia Tauro. La sentenza della corte di Assise di Palmi n 3/96 del 27/2/2001 individua come responsabili tre esponenti di Avanguardia Nazionale: Vito Silverini, Vincenzo Caracciolo e Giuseppe Scarcella. Le cause non vennero mai accertate, ma nelle conclusioni della relazione del giudice istruttore del tribunale di Palmi si legge che l'attentato dinamitardo sia l'ipotesi più probabile. Con una direttiva del 22 aprile 2014, tutti i fascicoli relativi a questa strage non sono più coperti dal segreto di Stato e sono perciò liberamente consultabili.

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  • Parliamo di Voicen con la sua fondatrice, Alessandra. Voicen è un supporto concreto perché non dobbiamo più tenerci dentro la rabbia di aver subito un commento non richiesto, una molestia, un episodio di catcalling.

  • Il 9 marzo 1997, in un’abitazione di Cori, in provincia di Latina, vennero ritrovati intorno alle 23:30 i cadaveri dell'operaio ventitreenne Patrizio Bovi, appassionato di musica leggera e con piccoli precedenti per spaccio di droga, e della sua fidanzata, la studentessa diciassettenne Elisa Marafini. A scoprire i cadaveri furono il fratello quindicenne e il padre di lei, Angelo Marafini, maresciallo dei carabinieri in pensione, e Massimiliano Placidi, amico degli assassinati.

    Le vittime furono uccise tramite un accoltellamento impressionante: 51 coltellate furono sferrate su Patrizio Bovi e 124 su Elisa Marafini. Come arma del delitto fu usato un coltello da cucina che i carabinieri trovarono qualche giorno dopo in quella casa ripulito dalle impronte. Secondo la testimonianza dei vicini di casa, durante il delitto, tra le 20:30 e le 21:00, l'assassino aveva alzato la musica dello stereo a tutto volume per non far sentire le grida delle vittime.

    Le forze dell'ordine che indagavano sul delitto, escludendo l'ipotesi dell'omicidio-suicidio per mano di Patrizio Bovi, si concentrarono su due piste: lo spaccio di droga e il delitto passionale. Alcuni giorni prima al Bovi erano stati venduti 200 grammi di cocaina che venduta al dettaglio, avrebbe fruttato 40 milioni di lire.

    Ad un amico della coppia uccisa, il trentenne Marco Canale, operaio di Cisterna, che mesi prima aveva abitato nello stesso appartamento del delitto, all'indomani dell’omicidio furono sequestrati i pantaloni, sui quali vennero trovate tracce ematiche compatibili con quelle delle due vittime: il 26 aprile 1997 venne arrestato.

    A sorpresa durante il processo l’imputato Marco Canale dichiarò di essere stato due volte nell'appartamento di Via della Fortuna a metà pomeriggio di quel 9 marzo: la prima volta non entrò, più tardi, trovando aperta la porta, lo fece e vide Patrizio Bovi ed Elisa Marafini già morti, poi scappò via senza avvisare nessuno, ma ben 7 testimoni lo smentirono, dichiarando di aver visto le due vittime camminare in Piazza Signina a Cori Monte verso le 19:30. Più di qualche testimone dichiarò inoltre di aver visto un uomo dell'altezza di Marco Canale gettare un sacco dei rifiuti in un cassonetto vicino Via della Fortuna il pomeriggio del 9 marzo intorno alle ore 18:20, cioè quando l'imputato sosteneva di essere a Cisterna.

    A causa delle prove schiaccianti (le macchie di sangue sui pantaloni e le testimonianze) Marco Canale venne condannato in Primo Grado di giudizio a 30 anni di reclusione nel dicembre 1998 con risarcimento di 250 milioni di lire alla parte civile, rappresentata dalla famiglia di Elisa Marafini. La pena venne confermata dalla Corte d’Appello e da quella di Cassazione.

    Nel 2019, dopo oltre 22 anni di reclusione, Marco Canale esce dal carcere definitivamente, grazie ad uno sconto di pena per l'indulto e per buona condotta.

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  • La strage di via Caravaggio è stato un triplice omicidio avvenuto a Napoli nel 1975 e rimasto irrisolto. Secondo la ricostruzione la strage avvenne nella notte tra giovedì 30 e venerdì 31 ottobre 1975 (ma il fatto venne scoperto solo il successivo 8 novembre), all'incirca tra le ore 23:00-23:30 e le 5 del mattino, al quarto piano del n. 78 di via Michelangelo da Caravaggio, nella parte alta del quartiere Fuorigrotta nell'abitazione delle vittime.

    Furono uccisi, prima colpiti alla testa con un oggetto contundente mai identificato e, successivamente, feriti alla gola con un coltello da cucina, Domenico Santangelo, 54 anni, rappresentante di vendita, ex capitano di lungo corso ed ex amministratore condominiale, la sua seconda moglie Gemma Cenname, 50 anni, ostetrica ed ex insegnante, e la figlia di lui, Angela Santangelo, 19 anni, impiegata dell'INAM, nonché il loro cane Yorkshire terrier, di nome Dick, soffocato con una coperta.

    I corpi di Domenico Santangelo e di Gemma Cenname furono depositati, assieme al cagnolino Dick, nella vasca del bagno padronale; il corpo di Angela fu avvolto in un lenzuolo e adagiato sul letto matrimoniale. L'assassino rubò denaro dalla borsetta della Cenname e portò via anche la pistola di Santangelo, mai ritrovata.

    Nell'appartamento, oltre a impronte di scarpa (numero 41-42) impresse nel sangue sui pavimenti di alcune stanze e del corridoio, furono rinvenute impronte digitali su una bottiglia di whisky e una di brandy poggiate su un mobile-radio dello studio di Domenico Santangelo. Era impossibile per la polizia scientifica dell'epoca rilevare, ricostruire e identificare tracce biologiche lasciate dall'assassino sui reperti della scena del delitto.

    Le impronte di scarpa e le impronte digitali risultarono incompatibili con quelle del principale indiziato, Domenico Zarrelli, figlio di un giudice presidente di corte d'appello deceduto e fratello dell'avvocato Mario Zarrelli (che scoprì i corpi), nonché nipote di Gemma Cenname; venne comunque arrestato il 25 marzo 1976 e poi condannato all'ergastolo in primo grado il 9 maggio 1978 per l'accusa d'aver compiuto la strage perché in preda a un raptus dopo essersi visto rifiutare la richiesta di un prestito di denaro dalla zia Gemma. In carcere studiò giurisprudenza e divenne egli stesso avvocato penalista.

    Zarrelli, che aveva dichiarato di non essere mai stato quel giorno a casa della zia, venne successivamente assolto in appello dopo aver passato cinque anni di prigione nel 1981 (per insufficienza di prove). Dopo l'annullamento della sentenza da parte della corte di cassazione, fu nuovamente assolto, con formula piena, dalla Corte di Assise di Appello, sentenza confermata dalla Cassazione il 18 marzo 1985, nonché nel 2006 risarcito dallo Stato per danni morali e materiali con un milione e quattrocentomila euro.

    Tuttora il coltello da cucina usato nel delitto e la coperta utilizzata per soffocare il cane della famiglia sono custoditi nell'Ufficio Reperti del Tribunale di Napoli dell'ex Tribunale di Castel Capuano e nel 2013 sono stati esposti per la prima volta al pubblico nell'esposizione temporanea, allestita all'interno del Tribunale, "Corpi di reato", divenendo così inutilizzabili per successive indagini scientifiche.

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  • Sabato 11 aprile 1953, vigilia di Pasqua: il corpo senza vita di Wilma Montesi, una giovane ragazza romana di 21 anni, viene trovato sulla spiaggia di Torvajanica, in località Capocotta, una zona balneare non distante da Roma.

    Il corpo non presenta segni di violenza ed è completamente vestito (se non fosse per la mancanza di un reggicalze, delle calze e delle scarpe). Le cause della morte non sono chiare: l’autopsia parla, genericamente di una sincope dovuta ad un pediluvio. Il ritrovamento pare quindi essere destinato ad una rapida archiviazione: un semplice malore, un incidente, forse un suicidio. Ma se già l’ipotesi dell’incidente l’incidente appare poco credibile, anche il suicidio è da escludere: di famiglia modesta, ma tranquilla, Wilma Montesi era fidanzata e stava preparandosi al matrimonio.

    Trascorrono alcuni mesi, la vicenda è quasi dimenticata quando un piccolo settimanale scandalistico asserisce l’ipotesi che Wilma Montesi sarebbe morta, forse per overdose di droga, forse per un semplice malore, durante un’orgia, in una villa del marchese Ugo Montagna, alla quale avrebbe preso parte il musicista Piero Piccioni, figlio di un importante notabile democristiano, il già ministro degli Esteri Attilio Piccioni, destinato ad ereditare da Alcide De Gasperi la leadership della Democrazia Cristiana, il più importante partito di governo.

    Da questo momento il caso Montesi non è più un caso giudiziario, ma diventa un affare politico: dietro la morte della ragazza si scatena la più grande faida mediatico-politica per la conquista del potere interno alla DC. Gli sviluppi della vicenda sono quanto mai intricati, anche perché sulla scena, a sostegno delle tesi accusatorie di Muto, spunta una donna: è Anna Maria Moneta Caglio, detta (per il suo lungo collo) Il “Cigno Nero”, ex amante, delusa, del marchese Montagna. La donna conferma: nella villa di Capocotta, che è vicina a luogo dove il corpo della Montesi è stato ritrovato, si svolgevano festini. Montagna e Piccioni, spaventati dal malore della giovane donna, si sono disfatti del corpo di Wilma, abbandonandolo, forse ancora vivo, sulla spiaggia di Torvajanica.

    Lo scandalo assume dimensioni gigantesche e anche il questore di Roma, Saverio Polito, viene accusato di aver cercato di insabbiare tutto, per questioni, ovviamente, politiche. Il processo si trascinerà per oltre quattro anni. Fino al 27 maggio 1957, quando il Tribunale di Venezia manderà assolti con formula piena Piccioni, Montagna, Polito e altri nove imputati minori, rinviati a giudizio nel giugno 1955.
    Ancora oggi la morte di Wilma Montesi resta un mistero.

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  • La Sacra Corona Unita è un'organizzazione criminale italiana di connotazione mafiosa che ha il suo centro in Puglia, prevalentemente attiva nel Salento e che ha trovato degli accordi criminali con organizzazioni criminali dell'est europeo. Per la sua specificità emerge e si distacca dalle altre mafie italiane.

    Ha raggiunto il suo apice tra la fine degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta del XX secolo. Successivamente all'intervento dello Stato, e a un gran numero di arresti, è stata indebolita e marginalizzata, per poi perseguire a partire agli anni dieci del XXI secolo, una strategia di mimetizzazione e di infiltrazione nel tessuto imprenditoriale, alla ricerca del massimo consenso in tutti gli strati della società, come denunciato più volte da Cataldo Motta, procuratore capo della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Lecce.

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  • Mogadiscio, 20 marzo 1994. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, giornalista e fotoreporter del TG3 vengono trovati assassinati. Ha inizio così una serie infinita di depistaggi e di misteri che coinvolgono il traffico internazionale di rifiuti tossici, la CIA ed i servizi segreti italiani. Una storia forse legata alla tragedia del Moby Prince.

    Alpi e Hrovatin furono uccisi in prossimità dell'ambasciata italiana a Mogadiscio, a pochi metri dall'hotel Hamana, nel quartiere Shibis; in particolare, in corrispondenza dell'incrocio tra via Alto Giuba e corso Somalia (nota anche come strada Jamhuriyada, corso Repubblica). La giornalista e il suo operatore erano di ritorno da Bosaso, città del nord della Somalia: qui Ilaria Alpi aveva avuto modo di intervistare il cosiddetto sultano di Bosaso, Abdullahi Moussa Bogor, che riferì di stretti rapporti intrattenuti da alcuni funzionari italiani con il governo di Siad Barre, verso la fine degli anni ottanta. La giornalista salì poi a bordo di alcuni pescherecci, ormeggiati presso la banchina del porto di Bosaso, sospettati di essere al centro di traffici illeciti di rifiuti e di armi: si trattava di navi che inizialmente facevano capo ad una società di diritto pubblico somalo e che, dopo la caduta di Barre, erano illegittimamente divenute di proprietà personale di un imprenditore italo-somalo. Tornati a Mogadiscio, Alpi e Hrovatin non trovarono il loro autista personale, mentre si presentò Ali Abdi, che li accompagnò all'hotel Sahafi, vicino all'aeroporto, e poi all'hotel Hamana, nelle vicinanze del quale avvenne il duplice delitto. A bordo del mezzo si trovava altresì Nur Aden, con funzioni di scorta armata.

    Sulla scena del crimine arrivarono subito dopo gli unici altri due giornalisti italiani presenti a Mogadiscio, Giovanni Porzio e Gabriella Simoni. Una troupe americana (un freelance che lavorava per un network americano) arrivò mentre i colleghi italiani spostavano i corpi dall'auto in cui erano stati uccisi a quella di un imprenditore italiano con cui successivamente vennero portati al Porto vecchio. Una troupe della Svizzera italiana si trovava invece all'Hotel Sahafi (dall'altra parte della linea verde) e filmò su richiesta di Gabriella Simoni - perché ci fosse un documento video - le stanze di Miran e Ilaria e gli oggetti che vennero raccolti.

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  • La 'Ndrangheta è un'organizzazione criminale italiana di connotazione mafiosa originaria della Calabria, inserita esplicitamente dal 30 marzo 2010 nell'articolo 416-bis del codice penale e riconosciuta come organizzazione criminale unitaria e con un vertice collegiale nel processo Crimine dalla corte di cassazione il 18 giugno 2016. È l'unica mafia presente in tutti i cinque continenti del mondo e secondo una indagine di Demoskopika del 2013, ha a livello globale un giro d'affari di 53 miliardi di euro. In Calabria vi sarebbero 166 cosche con almeno 4000 affiliati. Secondo altre stime invece la 'ndrangheta sarebbe attiva in 30 nazioni con 400 cosche e 60 000 affiliati di cui la maggior parte in Calabria. In Calabria svolge un profondo condizionamento sociale fondato sia sulla forza delle armi che sul ruolo economico raggiunto attraverso il riciclaggio del denaro, quest'attività permise così di controllare ampi settori dell'economia dall'impresa al commercio e all'agricoltura, spesso con una forte connivenza di aree della pubblica amministrazione a livello locale e regionale di tutti gli schieramenti politici. La relazione della Commissione parlamentare antimafia del 20 febbraio 2008 afferma che la 'ndrangheta «ha una struttura tentacolare priva di direzione strategica ma caratterizzata da una sorta di intelligenza organica» e la paragona alla struttura del movimento terroristico islamico al-Qaida. Dal 2013, la 'ndrangheta è considerata tra le più pericolose organizzazioni criminali del mondo con un fatturato che si aggira intorno ai 53 miliardi di euro, con numerose ramificazioni all'estero (dal Canada all'Australia e nei paesi europei meta dell'emigrazione calabrese).

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  • Paolo Borsellino è stato un magistrato italiano, vittima di Cosa Nostra nella strage di via D'Amelio assieme ai cinque agenti della sua scorta.

    Assieme al collega e amico Giovanni Falcone, Paolo Borsellino è considerato una delle personalità più importanti e prestigiose nella lotta alla mafia in Italia e a livello internazionale.

    Pochi giorni prima di essere ucciso, durante un incontro organizzato dalla rivista MicroMega, così come in un'intervista televisiva con Lamberto Sposini, Borsellino aveva parlato della sua condizione di "condannato a morte".

    Sapeva di essere nel mirino di Cosa Nostra e sapeva che difficilmente la mafia si lascia scappare le sue vittime designate...

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  • Il professor Roberto Klinger venne ucciso il 18 febbraio 1992 da tre colpi di pistola mentre andava al lavoro. L'unico indiziato viene scarcerato. Solo dopo l'archiviazione un anonimo scrive: "So chi è l'assassino".

    Nove faldoni impolverati racchiudono il mistero di via Muratori. Raccontano, senza riuscire a spiegare, la morte di un uomo amato e stimato. Aprono squarci inquietanti sulla vita dell'unico indagato per quei tre colpi di arma da fuoco sparati un martedì mattina di diciotto anni fa, a distanza ravvicinata, contro un medico di 67 anni, appena uscito di casa per andare a lavoro. Nessuna ombra nell'esistenza di Roberto Klinger: diabetologo, medico famoso della clinica Pio X, consulente di società sportive e vip, ma pronto a curare gratis i bisognosi. Patriarca, a suo modo, di una famiglia molto unita. Quella mattina, è il 18 febbraio del 1992, quando si diffonde la notizia della sua morte nessuno riesce a crederci. Sarà stata una rapina, o un errore, pensano tutti.

    Senza testimoni, senza un indizio preciso, senza una direzione da imboccare nelle prime 48 ore, la soluzione di un delitto diventa molto difficile. Questo spiegano gli investigatori, questo è quello che dimostra il caso del medico ucciso. Un percorso che trova nuovi, definitivi ostacoli quando entra in gioco l'uomo che farà di tutto per confondere le acque, sovrapporre opacità a falsi alibi. Per ora, nella stessa mattina in cui i giornali danno notizia dell'arresto di Mario Chiesa, gli agenti della Omicidi si trovano di fronte a una Panda celeste, parcheggiata sul marciapiede. La portiera del lato guidatore è aperta, spunta un piede poggiato per terra.

    Roberto Klinger era uscito di casa come ogni mattina alle 7 con il suo cane. Dopo un quarto d'ora era rientrato, per riuscire poco dopo per andare in clinica. Il tempo appena di entrare in auto, poi quei colpi in rapida sequenza, nessuna possibilità di difendersi. Tre proiettili calibro 7,65  -  il dubbio irrisolto è che siano partiti da una Molgora, una pistola a salve modificata  - sparati a distanza ravvicinata. L'assassino ha puntato al volto, uno dei proiettili ha raggiunto il midollo spinale, Klinger è morto subito.

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  • L'omicidio di Antonio Ammaturo, un poliziotto italiano, venne commesso a Napoli il 15 luglio 1982. Fu ucciso dalle Brigate Rosse sotto casa sua, in piazza Nicola Amore, insieme all'agente Pasquale Paola.

    Quel giorno era appena uscito dalla propria abitazione per recarsi in questura con l’auto di servizio guidata dall’agente scelto Pasquale Paola quando due uomini, scesi da una vettura, aprirono il fuoco contro l’auto, assassinandone gli occupanti.

    Gli autori del fatto risultarono appartenere alle Brigate Rosse. I membri del commando ed esecutori dell'omicidio furono i brigatisti Vincenzo Stoccoro, Emilio Manna, Stefano Scarabello, Vittorio Bolognesi e Marina Sarnelli, i quali verranno poi condannati all'ergastolo.

    Dietro il suo omicidio si cela una storia di intrighi legati al rapimento e al rilascio misterioso del politico Ciro Cirillo, rapito dalle Brigate Rosse, un rilascio che vide la partecipazione di Raffaele Cutolo, dei servizi segreti e di personaggi politici.

    I mandanti dell'omicidio invece non sono mai stati identificati con chiarezza.

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  • Leonarda Cianciulli è stata una serial killer italiana, passata alla storia come "la saponificatrice di Correggio" per aver ucciso, tra il 1939 e il 1940, tre donne e averne occultato i cadaveri facendole a pezzi e sciogliendole nella soda caustica.

    Leonarda Cianciulli nasce a Montella, nella provincia campana di Avellino, il 14 aprile 1894. Le cronache di allora la raccontano come una donna socievole che aveva avuto una vita difficile: l’infanzia povera in un paese dell’Irpinia, qualche piccola truffa per sopravvivere, tre aborti, dieci figli morti in fasce e una madre che aveva osteggiato il suo matrimonio ed in punto di morte aveva maledetto lei e tutta la sua prole. 

    Il 23 luglio del 1930 un violento terremoto colpisce l’Irpinia e Leonarda Cianciulli si trasferisce con il marito Raffaele Pansardi a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, dove si guadagna un discreto benessere e una certa fama commerciando in abiti e mobili usati, leggendo le carte e preparando amuleti e pozioni per donne del paese che frequentano numerose la sua casa.

    A far scattare la follia omicida è, come scrive lei stessa nel suo lungo memoriale, la defunta madre Emilia che le appare in sogno minacciosa e terribile; per Leonarda Cianciulli è un segnale evidente: uno dei suoi figli sta per perdere la vita. Nella sua mente malata si fa strada un’unica soluzione possibile: compiere sacrifici umani per placare il demone della madre.

    Rinchiusa in carcere in attesa del processo, scrive le sue memorie in cui racconta minuziosamente i delitti, di come aveva sezionato i corpi, la bollitura nella cucina di casa per fare sparire ogni traccia, e ripete che la sua unica intenzione era di fare sacrifici umani propiziatori per salvare i figli dalla maledizione della madre.

    Con la fine della guerra, il caso della Saponificatrice di Correggio occupa le prime pagine dei giornali nazionali e internazionali, il fatto è clamoroso e il 12 giugno 1946, in un clima di grande attesa, molte persone affollano l’aula della Corte d’Assise di Reggio Emilia per il processo dell’anno. La donna, con un colpo di teatro, si addossa tutta la responsabilità degli omicidi e chiede l’allontanamento del figlio Giuseppe dalla gabbia degli imputati.

    L’accusa insiste con l’omicidio a scopo di rapina ma si oppone la difesa che chiede l’infermità mentale. La Cianciulli per tutti gli interrogatori non smetterà mai di affermare che lei non ha ucciso per interesse ma per allontanare l’incubo della morte dai suoi figli. Il dibattimento del caso Cianciulli dura una decina di udienze e si conclude il 20 luglio 1946: 30 anni per la saponificatrice con il beneficio della semi-infermità mentale, e assoluzione per Giuseppe Pansardi, per insufficienza di prove. Sentenza confermata poi in Cassazione.

    Leonarda Cianciulli passerà il resto della la sua vita nei manicomi criminali di Aversa, Perugia e Pozzuoli, dove farà sempre di tutto per rimanere. Continuerà a cucinare dolci prelibati che nessuno assaggerà, a leggere le carte e a predire il futuro alle detenute come aveva fatto nella sua casa di Correggio e a scrivere lunghe lettere agli amatissimi figli.

    A 76 anni, il 15 ottobre del 1970, Leonarda Cianciulli muore per un’emorragia cerebrale ed il suo cadavere viene sepolto in una fossa comune del cimitero di Pozzuoli.

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  • Federico I Hohenstaufen (Waiblingen, 1122 circa – Saleph, 10 giugno 1190) – noto come il Barbarossa in Italia – è stato imperatore del Sacro Romano Impero e re d’Italia. Salì al trono di Germania il 4 marzo 1152, succedendo allo zio Corrado III, e fu incoronato imperatore nella primavera del 18 giugno 1155 a Pavia. Due anni dopo, il termine sacrum (“santo”) apparve per la prima volta in un documento in relazione al suo impero. Successivamente fu formalmente incoronato re di Borgogna, ad Arles, il 30 giugno 1178. Fu chiamato Barbarossa dalle città dell’Italia settentrionale che tentò di governare; in tedesco, era conosciuto come Kaiser Rotbart, che ha lo stesso significato.

    Il Professore Paolo Grillo racconta per Storiainpodcast come attraverso uno scontro con i Comuni dell’Italia settentrionale cercò di ripristinare l’Impero ottoniano. Un conflitto lungo, la cui fine venne stabilita dalla pace di Costanza del 1183, la quale concesse alle realtà comunali autonomia e primi segnali di libertà, al prezzo del riconoscimento della supremazia imperiale. Si disgregava così la centralità del potere dell’Impero e si facevano strada i Comuni come strutture territoriali organizzate. Paolo Grillo è Professore Ordinario di Storia Medievale presso l’Università degli Studi di Milano la Statale, redattore della rivista “Società e Storia” e autore di diverse opere, tra cui “Milano guelfa” e “Le guerre di Barbarossa. I comuni contro l’Imperatore”.

    - Federico I Hohenstaufen e l’Italia dei Comuni (Prima parte).
    - Le prime tre discese del Barbarossa in Italia (Seconda parte).
    - Quarta discesa in Italia e Lega Lombarda (Terza parte).
    - Gli anni in Germania, quinta discesa e pace di Costanza (Quarta parte).
    - La terza crociata e la morte di Federico Barbarossa (Quinta parte).

    https://storiainpodcast.focus.it - Canale La storia della Storia
    A cura di Deborah Natale. Montaggio di Silvio Farina.
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  • La storia controversa dei rapporti segreti fra Italia e Stati Uniti viene raccontata a partire da tre episodi apparentemente slegati fra loro: il 4 luglio 1978, giorno in cui il commissario capo Graziano Gori muore vittima di un incidente frontale; il 15 febbraio 1975, giorno in cui Ronald Stark (sotto lo pseudonimo Terence Abbot), trovato in possesso di una valigetta contenente valuta straniera, stupefacenti, documenti e chiavi di una cassetta di sicurezza di Roma, viene arrestato a Bologna; il 3 febbraio 1998, giorno del tragico incidente della funivia del Cermis, in Val di Fiemme, in cui un aereo militare statunitense tranciò il cavo della funivia uccidendone i 20 passeggeri.

    Ho recentemente rilasciato la mia prima intervista in esclusiva su Twitch. Puoi recuperarla qui (il mio intervento inizia dopo un’ora e 5 minuti di video): https://www.twitch.tv/videos/851996665

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  • Il rapporto tra la mafia e il mondo politico si concretizzò all'indomani del secondo conflitto mondiale, con l'infiltrazione di rappresentanti delle cosche mafiose nel potere locale e in seguito anche nazionale. In quegli anni la mafia visse un'ulteriore trasformazione, diventando un'organizzazione ramificata ed efficiente: oltre a controllare un ampio serbatoio elettorale, utilizzato per ottenere dai politici locali e nazionali attenzioni e favori, estese la propria sfera d'influenza ad altre attività, come appalti e concessioni edilizie, usura, mercato di manodopera, consorzi, dopo che in tempo di guerra aveva monopolizzato il contrabbando e la gestione delle forniture militari.

    Ci sono tanti nomi che tornano in questo lungo percorso: uno è quello del giudice Carnevale: assolto in primo grado, condannato in appello, scagionato dalle Sezioni Unite della Cassazione, era accusato di aver “aggiustato” le sentenze di condanna dei mafiosi. Un altro è quello di Giulio Andreotti, prescritto e non assolto dall’accusa di aver avuto rapporti con la mafia fino al 1980. E, ancora, c’è il nome di Marcello Dell’Utri, senatore di Forza Italia, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, uscito dal carcere da qualche mese perché ha finito di scontare la pena. Uno stralcio di sentenza spiega quello che sarebbe successo tra il 1993 e il 1994: “In concomitanza con la nascita del partito politico di Forza Italia, voluto da Silvio Berlusconi e creato con il determinante contributo organizzativo di Marcello Dell’Utri, all’interno di Cosa nostra maturò la decisione di votare per la nuova formazione, così come confermato da tutti i collaboratori di giustizia esaminati al riguardo”.

    C’è un prima e un dopo nella storia della lotta alla mafia in Italia. Il punto di cesura è il 1992, l’anno del “duplice attacco al cuore della democrazia”, dell’omicidio di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino e delle loro scorte; fu chiaro fin da subito (in un caso e nell’altro) che la ferocia criminale rispondeva anche a un disegno politico di Cosa Nostra. Disegno che trovò ancora più evidente realizzazione con le stragi che seguirono nel 1993 a Firenze, Milano e Roma.

    Quello che successe subito dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino è storia: la rabbia dell’opinione pubblica, la risposta dello Stato, l’applicazione del 41 bis ai mafiosi e, ancora, l’arresto di Totò Riina, l’aumento dei collaboratori di giustizia, uomini che accettavano di allontanarsi dalla mafia e di raccontarne i segreti allo Stato. Ma per i magistrati non fu tutto in discesa. Al contrario: Caselli e Lo Forte raccontano bene gli anni dei tentativi, plateali, di legittimazione dei magistrati antimafia. Operazioni, anche mediatiche, che hanno reso più difficile il loro lavoro.

    A quasi 30 anni dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio, la mafia è mutata, ha cambiato volto. È diventata “liquida”: salvo che in poche zone d’Italia, ha rinunciato alla violenza, ha imbracciato l’arma della finanza, del business, dei traffici illeciti e su larga scala. C’è una frase intercettata in uno scambio tra due malavitosi che rende l’idea di quella che sia la mafia dei giorni nostri: “Non mi interessano quelli che fanno bambam per le strade, ma quelli che fanno pin pin sulla tastiera”. L’anatomia della mafia 3.0 è tutta qui. E da questa consapevolezza bisogna partire partire per combatterla. A tutti i livelli. Non solo in Italia.

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