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  • Cosa cambia concretamente nella nostra vita quando siamo disposti a credere?
    Cosa vuol dire credere? Che significa avere fede, fiducia e capacità di affidamento?

    Credere non vuol dire per forza avere una fede religiosa. Ha un significato più ampio e profondo.

    Credere è una parola che racchiude dentro di sé un mondo. Possiamo utilizzare questo termine con diversi significati e a diversi livelli.

    Ci sono le cose in cui crediamo, i contenuti della fede; c’è, poi, la fede che è il credere in Dio, che non riguarda più solo i contenuti della fede, ma la relazione di fiducia, riguarda quel sentirsi amati, il sentire che non siamo soli, che c’è qualcuno al di sopra di noi, o al nostro fianco, o dentro di noi che fa parte della nostra vita; poi c’è un credere ancora più aperto, che può essere considerato il guardare verso il futuro, cioè il credere per provare, che è un credere in qualcosa che ancora non è alla nostra portata, che è ciò che ci permette di fare un’esperienza, grazie alla capacità di proiettarci in qualche cosa in cui crediamo o che crediamo si possa realizzare, alla capacità di immaginare un futuro per avere qualcosa verso cui tendere, con una motivazione che ci spinge e ci trascina verso il raggiungimento di ciò che desideriamo.

    La fiducia, la fede, la capacità di credere in questo senso aumenta la speranza e il benessere.
    Per stare bene, il primo passo fondamentale, è l’accettazione di se stessi. Imparare a stare bene con se stessi. Anche questo implica fede, perché molto spesso siamo stati delusi da noi stessi, da ciò che abbiamo patito, dal modo in cui abbiamo reagito, delusi dai nostri difetti, vizi e recuperare la fede, credere che noi siamo fondamentalmente vita, vita che vuole fiorire, che vuole essere espressa, ci consente di esprimere quello che noi siamo. E quando esprimiamo noi stessi riusciamo a dare il nostro contributo positivo e questo ci da energia e motivazione.

    Si tratta di trovare il senso, il significato che diamo a ciò che viviamo.
    Se non accettiamo noi stessi, se ci giudichiamo, tenderemo a proiettare il giudizio sugli altri. Quando impariamo a non avere giudizio verso noi stessi, iniziamo ad avere relazioni appaganti.
    Questo può essere fatto attraverso l’unità di corpo, mente e spirito.
    Ed è proprio grazie ad un atto di fede, di fiducia che ci si può aprire all’ esperienza.

  • Quante volte ti è capitato di chiederti: che ruolo ha, o ha avuto, questa persona nella mia vita?

    Ognuno di noi attribuisce dei significati specifici alle proprie relazioni, investe di particolari compiti le persone più significative che incontra sul proprio cammino di vita e si relaziona ad esse secondo questi significati e compiti.

    Della nostra vita fanno parte tante persone, ma molto spesso, non sappiamo come orientarci tra i ruoli che affidiamo loro. Spesso non abbiamo una mappatura di questi ruoli. Tra tutti i ruoli, per me, quattro sono particolarmente significativi: l’insegnante, il mentore, il maestro e i compagni di viaggio.

    L’ insegnante è colui che può trasferirci delle informazioni, ha delle conoscenze, delle nozioni e le passa all’altro. Avere queste persone nella nostra vita è fondamentale. Il ruolo diventa distorto se l’insegnante diventa colui che ne sa di più e quindi vuole mettersi in una posizione di potere/dominio sull’altro.

    Il mentore è colui che ha una relazione con te, una relazione profonda; può essere rappresentato o da qualcuno che ti conosce bene e che quindi contribuisce alla tua evoluzione, oppure da una persona che non per forza è presente nella tua vita, di cui ammiri le qualità, per cui vorresti farle tue. Il mentore incarna ciò che tu ancora senti di non aver raggiunto; è una persona che ti ispira, ti fa vedere oltre i tuoi limitati confini.

    Chi è il maestro? Il maestro è colui che fa esperienza e, acquisendo la conoscenza che non è più teorica, astratta, cognitiva, ma è incarnata, te la trasferisce, dandoti sempre la libertà; un maestro vero ha a cuore la tua libertà e ama il confronto e il dialogo e la conoscenza. Ama fare esperienze. Si confronta con il proprio ego, per conoscersi meglio ed evolvere.

    I compagni di viaggio: questa categoria è una delle più importanti. I compagni di viaggio sono quelli che non vogliono insegnarti la vita, non si danno il ruolo di mentori, sono coloro che sono consapevoli di fare un viaggio insieme a te e sanno mantenere questo tipo di relazione. Una relazione sempre dinamica in cui nessuno cerca il potere sull’altro. Sono relazioni di sostegno, condivisione, di compagnia attiva nel cammino. il compagno di viaggio è l’Amico. È lo stare con…

    Nella relazione con queste persone è fondamentale comprendere qual è il livello della nostra responsabilità.
    Per le prime tre figure tendiamo a dare la responsabilità all’altro; si tratta di responsabilità esterna. La nostra richiesta, più o meno esplicita, è ‘risolvi tu la mia vita’; in questo modo stiamo rinunciando alla nostra libertà, al nostro viaggio, al nostro libero arbitrio. Questo genera in noi sfiducia e il risultato sarà la debolezza e la mancanza di energia.
    La responsabilità interna, invece, è la responsabilità della parte adulta. Ho fiducia in me e negli altri, costruisco la mia forza personale, accresco il mio potere personale, inteso come possibilità.

    In ogni relazione noi svolgiamo un ruolo in maniera attiva, che ne siamo consapevoli o meno.

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  • Ricominciare è un processo complesso, formato da molti elementi. Se impariamo a conoscere la complessità del sistema, diventa semplice capire e iniziare a fare il necessario per ricominciare.

    Quali sono i passi per ricominciare?

    1) Fare: finchè non agiamo, siamo nel pensare, nel mondo della mente che ci inganna, nel valutare per decidere, per capire se ne vale la pena o meno. Ricorda: l’azione fuga i dubbi che la mente crea!

    2) Unificare: unire pensiero, emozioni, azioni, intenti, obiettivi e obiettivi. Come facciamo ad unificare? Focalizzando il nostro perché. Chiediti: qual è il mio perché? Se conosco il perché faccio le cose, allora inizio a farle. I perché razionali spesso sono lontani dalla vera spinta per cui facciamo le cose. Spesso noi non lo sappiamo.

    3) Tempificare: molti dei nostri progetti restano astratti perché procrastiniamo. Dobbiamo darci una scadenza in cui prevediamo di iniziare e raggiungere i nostri obiettivi.

    4) Ricordare gli apprendimenti del passato. Tendiamo a ripetere gli stessi errori, ci rimettiamo nelle stesse situazioni, facendo le stesse cose sperando che producano risultati diversi.

    Ricordare il passato e apprendere ci consente realmente di ricominciare. Escludendo le cose già fatte. Se vogliamo ottenere qualcosa di nuovo, dobbiamo inserire qualcosa che non abbiamo fatto finora.

    5) Organizzare: se abbiamo tante cose che vogliamo fare, e non siamo organizzati, non riusciamo a farle. Organizzare significa strutturare il nostro fare in modo che porti una novità nella nostra vita senza sconvolgerla.

    6) Rinunciare: finchè non sei disposto a rinunciare a qualcosa non potrai ottenere qualcos’altro; è la base della scelta. Rinunciare a cosa? Per prima cosa alle abitudini; vuol dire iniziare a fare qualcosa di nuovo; rinunciare all’idea che abbiamo di noi. Dobbiamo metterci in gioco. Quanto sei disposto a scoprire cose nuove di te stesso?

  • Nella società attuale siamo abituati al tutto e subito e vorremmo il benessere immediato ed istantaneo. Non esiste, però, la pozione magica per risolvere i problemi, avere benessere e stare bene.
    Arrivare al benessere è un processo: non è istantaneo, non è per sempre, poiché ogni cosa è impermanente, ed è tangibile e reale, a patto che venga coltivato.

    Ma come si può coltivare benessere? Ecco 5 passi:
    - Primo passo: prepara il terreno. Cosa rende il terreno incoltivabile? La rigidità. Tutto ciò che è rigido ci impedisce di fiorire. Ci sono tanti comportamenti, atteggiamenti che accrescono le nostre rigidità; ciò che possiamo chiederci è: perché non fiorisce la vita dentro di me? Cosa impedisce la vita dentro di me? Trova le tue rigidità! Rendere il terreno pronto vuol dire imparare ad essere recettivi e flessibili.
    - Passo due: scegli cosa piantare. Spesso noi non pratichiamo questo verbo: il verbo scegliere. È la prima responsabilità che la vita ci mette davanti; noi giudichiamo e pensiamo di scegliere, ma giudicare non è piantare. Per poter scegliere è necessario impegnarci e mettere energia nel discernimento, vedere le cose per come sono. Da dove si parte? Dal chiedersi: che cosa mi fa bene? Spesso questo non coincide con quello che ci piace.
    - Terzo passo: impara come coltivare il seme scelto. Abbiamo bisogno di conoscere cosa uccide il seme e cosa lo nutre e imparare a discernere.
    - Quarto passo: cura terreno e seme. Curare vuol dire essere attenti ai nostri nemici interni ed esterni: pensieri intrusivi, le svalutazioni, la convinzioni limitanti, etc… Bisogna saperle tenere d’occhio. E per farlo possiamo chiederci: che cosa è che mina il mio progetto di benessere? Prendersi cura vuol dire anche saper mettere e mantenere i confini.
    - Quinto passo: goditi la pianta e i frutti. Molto spesso abbiamo incapacità a godere del nostro benessere e non sappiamo provare piacere. Appena raggiungiamo un risultato, appena stiamo bene, la mente ci proietta in un prossimo obiettivo e temiamo lo stare nel piacere quasi come quanto lo stare nel dolore. Anche il benessere non ce lo sappiamo godere. Quali sono i frutti del benessere? Più sto bene e più ho possibilità relazionali con me e con gli altri. Quando il benessere fiorisce i frutti sono maggiori possibilità di scegliere, di donare, di prendere, di vivere pienamente la vita che siamo.

  • Come possiamo andare oltre il complesso di inferiorità?
    Il senso di inferiorità è una sensazione molto forte, che, appunto, ci sentiamo addosso. Ci sono degli elementi da considerare che caratterizzano il complesso di inferiorità:

    • Omologazione: è quel concetto secondo cui tutti dobbiamo essere uguali. Se c’è un modello condiviso da seguire, quando ci discostiamo dal modello di riferimento, ci sentiamo diversi e quella diversità la valutiamo come inferiorità. Spesso l’omologazione è anche su fattori interni.
    • Standard idealizzati (falsi): abbiamo elevati termini di paragone; i social hanno contribuito a creare standard irraggiungibili perché inesistenti. Viviamo nella società dell’immagine che rimanda ciò che non è reale.
    • Generalizzazioni: nascono dal desiderio di piacere a tutti. Se non piacciamo a qualcuno ci sentiamo inferiori. Nessuno può piacere a tutti, ma sembra che non ce ne rendiamo conto. E spesso quando non sappiamo fare qualcosa, la facciamo diventare chi siamo.
    • Convinzioni di amabilità: sono quelle convinzioni nucleari e sono non consapevoli. Sono nel nostro inconscio. Riguardano tutte quelle condizioni che mettiamo al nostro essere amabili: sono amabile solo se…non valgo se…
    • Perfezionismo: se abbiamo standard idealizzati, ci fissiamo obiettivi che sono sempre superiori e irraggiungibili, non li raggiungeremo mai e ci sentiremo inadeguati.
    Molto spesso il senso di inferiorità genera il bisogno di dimostrare agli altri chi siamo, che valiamo. Quanto più ci sentiamo inferiori, tanto più sentiamo il bisogno di dimostrare.
    Sentirsi inferiore è un frutto della mente, dei nostri condizionamenti.
    Cosa fare per iniziare a superare il senso di inferiorità?
    Il punto di partenza è l’amore di sé, che comprende alcune caratteristiche:
    • Unicità: devo riconoscere quando la mia mente fa paragoni con l’altro e iniziare a comprendere che ognuno di noi è unico. E che è necessario curare la nostra unicità.
    • Standard realistici: dobbiamo darci degli standard realistici e realizzabili.
    • Differenze di capacità: occorre riconoscere che, quando ci paragoniamo all’altro, è più sano farlo evidenziando quali sono le nostre capacità e non sminuendoci.
    • Accettazione: sono amabile come sono; accettare come siamo. Guardarsi con occhio amorevole, equo, che distingue e non giudica.
    • Amare la mia perfetta umana imperfezione: sono imperfetto come essere umano e questo mi rende unico e perfetto proprio perché sono imperfetto. Se lo accetto mi accorgo che non ho nessuna immagine da difendere e posso sciogliere le rigidità e mostrarmi per come sono.

  • Cosa è una maschera?

    Molto spesso abbiamo un’ idea della maschera errata: crediamo che la maschera sia la parte che volontariamente mente, la parte che finge. La maschera in realtà si manifesta ogni volta che ci identifichiamo con una nostra parte.

    Sostanzialmente, abbiamo 3 parti principali. Utilizzando il linguaggio di Eva Pierrakos, ( qui la lezione del Sentiero https://www.bibliotecadelsentiero.org/lez-14-se-superiore-se-inferiore-e-maschera.html) le suddividiamo in:
    • Sé superiore: è la parte più pura, evoluta e connessa al tutto e agli altri, è la nostra parte elevata, che aspira all’amore e ha in sè le qualità umane più alte;
    • Sé inferiore: è l’ ego, quella parte condizionata, impaurita e traumatizzata, che desidera difendersi e avere potere sugli altri. L’ego sente che, se non ha potere, muore.
    • Il sé maschera: il sé inferiore e il sé superiore entrano in conflitto, poiché da bambini capiamo che il nostro ego non è ben visto dagli altri e se ne seguiamo le tendenze resteremo soli. Presto impariamo che abbiamo delle tendenze egoiche ma dobbiamo ben nasconderle per stare con gli altri. Piuttosto che affrontarle le nascondiamo. Per nasconderle agli altri, le nascondiamo anche a noi stessi. Ciò che è inaccettabile per noi, lo mandiamo giù nell’inconscio, non lo vediamo e lo subiamo.
    Creare una maschera vuol dire non confrontarsi con il proprio ego, con il proprio sé inferiore. Creiamo, in questo modo, una spaccatura tra ciò che sentiamo e ciò che facciamo.

    La consapevolezza è la via di uscita. Nella consapevolezza, pensieri, emozioni e comportamenti tendono tutti dalla stessa parte. Sentiamo le nostre parti, le riconosciamo e non le neghiamo. E ci confrontiamo con esse.

    Il vero test per comprendere se siamo nella maschera sono i sentimenti e le emozioni. È quello che proviamo, senza ingannarci. Capiamo che siamo nella maschera, nella falsità, quando non esprimiamo ciò che sentiamo, quando le emozioni sono diverse da quelle che esprime un gesto sincero. Il test è quello che sentiamo, non quello che pensiamo.
    Non bisogna uccidere l’ego, ma integrarlo, vederlo e portarlo a coscienza. Vedere le nostre parti ci permette di conoscerle e di conoscerci.
    Quando iniziamo a conoscere le nostre maschere, non possiamo più ignorarle, ma ci possiamo lavorare per accrescere la nostra consapevolezza. Le scopriamo per conoscerle, e così ci liberiamo da quelle maschere, iniziamo a darci permessi e ci assumiamo la responsabilità delle nostre azioni.

    Seguite le emozioni negative e scoverete l’ego. Trovato l’ego, confrontatevi con esso e le maschere cadranno.

  • Il cambiamento ha alcune caratteristiche fondamentali che lo contraddistinguono:

    • il cambiamento è inevitabile e continuo: la vita è cambiamento; se cristallizziamo il tempo, ci opponiamo alla vita. L’impermanenza è una delle leggi fondamentali della vita.
    • Il cambiamento attiva resistenze: una parte di noi non è mai soddisfatta e vuole cambiare oppure vuole che le cose restino così come sono; quindi queste parti entreranno in conflitto, attivando delle resistenze al cambiamento.
    • Il cambiamento è desiderato e temuto allo stesso momento.
    • Il cambiamento attiva significati e convinzioni profonde: ci rapportiamo al cambiamento in modo razionale, ma in realtà ci sono in gioco molti significati e convinzioni inconsce e profonde: non scegliamo razionalmente.

    In realtà il cambiamento avviene sempre, che noi ne siamo consapevoli o meno.
    La paura del cambiamento è uno degli ostacoli più grandi al cambiamento.

    Spesso ci opponiamo al cambiamento perché non abbiamo le idee chiare su cosa vogliamo e perché.
    Quindi è necessario porsi delle domande per poter dare una direzione al cambiamento:
    • Cosa vogliamo davvero?
    • Perché lo vogliamo? Cosa ci spinge, qual è la motivazione?
    • Quali effetti speriamo di ottenere?
    • Cosa ci fa stare bene e cosa no?

    Bisogna scrivere le risposte a queste domande, perché è scrivendo che emergono i conflitti interni e le incoerenze che abbiamo.

  • Come si fa a cambiare?

    Quante volte ci siamo posti questa domanda!
    Il cambiamento in noi avviene continuamente, che ne siamo consapevoli o meno.

    Cosa vuol dire cambiare? Non si può dare una definizione univoca del cambiamento perché assume un significato specifico a seconda delle persone, un significato che cambia anche in base alle convinzioni di ognuno.
    Prima di approfondire 4 passaggi perché si possa cambiare davvero, è necessario vedere alcune caratteristiche principali del cambiamento:
    • il cambiamento è inevitabile e continuo: tutto ciò che è vivo, cambia costantemente;
    • Ogni cambiamento attiva delle resistenze: non esiste cambiamento privo di resistenze;
    • Il cambiamento è desiderato e temuto allo stesso tempo: anche quando lo desideriamo fortemente, c’è qualcosa del cambiamento che ci spaventa;
    • Il cambiamento attiva significati e convinzioni profondi: si tratta di significati e convinzioni inconsci ed è proprio per questo che anche quando vogliamo cambiare, restiamo bloccati e non ci riusciamo.

    Molto spesso commettiamo due errori con il cambiamento:
    1) Il primo errore è spingere il cambiamento, forzarlo, costringerci al cambiamento, sulla spinta del dovere e della morale;
    2) Il secondo errore è quello di attendere passivamente il cambiamento, aspettare che le cose cambino da sole.
    Ma il cambiamento possiamo produrlo solo noi, gettando i semi perché accada e aspettando che fiorisca.

    Ciò che possiamo fare è rimuovere gli ostacoli che impediscono il cambiamento. E possiamo iniziare partendo da una pratica: scrivendo su un foglio, completiamo le frasi seguendo i passaggi indicati nel video
    • io non sono in grado di…
    • io non so ancora….
    • io posso imparare a…
    • io voglio imparare a…
    Questi passaggi sono necessari al cambiamento poiché ci consentono di passare dal vincolo e dal blocco che sentiamo e che ci impedisce il cambiamento alla possibilità che il cambiamento accada davvero.

    In quale di questi passaggi hai trovato maggiore difficoltà?

  • Come si esce dalla dipendenza emotiva?

    La dipendenza emotiva rappresenta un grande ostacolo alla felicità, poiché ci impedisce di costruire delle relazioni intime, autentiche e adulte.
    Quando siamo nella dipendenza emotiva la paura e la convinzione di non meritare la felicità
    ci bloccano e siamo sempre più spaventati, confusi e dipendenti.

    La dipendenza emotiva nasce da un bisogno di approvazione.
    Si tratta di un bisogno di approvazione che si è creato nell’infanzia e che la nostra parte bambina porta avanti fino all’ età adulta. Cerchiamo, per soddisfare il bisogno, una fonte esterna sbagliata, credendo che l’altro possa risolvere i nostri bisogni. Però, nessuna fonte esterna può soddisfare il nostro bisogno. Proprio per questo iniziamo a forzare la nostra relazione. La relazione naturalmente avrebbe il suo corso, ma la persona dipendente vuole forzare la relazione. Quando forziamo la relazione non lasciamo andare la relazione come dovrebbe andare ma iniziamo a pretendere che deve andare come vogliamo noi. E tutto questo si traduce nell’espressione: tu mi devi amare. E lo pretendiamo in tanti modi diversi. Ma più forziamo, più l’altro se ne va. Siamo condizionati dall’immagine che ci siamo costruiti della relazione….il nostro inconscio si aspetta che sia l’altro a renderci felici.

    Ma nessuno ci può rendere felici…solo noi possiamo occuparcene.
    Il primo passo è riconoscere la nostra dipendenza e dare spazio alla parte bambina e ai suoi bisogni.
    La dipendenza emotiva può metterci in contatto con noi stessi, mostra le carenze e le pretese del nostro bambino. Ogni dipendenza indica che c’è una ferita, un area di miglioramento, da cui possiamo partire per lavorare su noi stessi.
    E man mano che ci avviciniamo a noi stessi, non abbiamo bisogno di dipendere da nessun altro.

  • Cosa vuol dire dipendenza emotiva?
    In che modo ostacola la nostra felicità?

    La dipendenza emotiva ci procura una grande sofferenza.
    Per poter capire la dipendenza bisogna partire da un punto: la dipendenza emotiva nasce da un conflitto interno, da due forze che tirano in due direzioni opposte. Queste forze appartengono entrambe a noi, ma noi non siamo uno, con un'unica volontà, un'unica direzione, ma siamo fatti di diverse parti.
    Abbiamo, innanzitutto, una parte bambina e una adulta. La parte bambina è dipendente, impotente e centrata sul voglio: il bambino dipende dai genitori, da chi si occupa di lui, per il cibo, la protezione, per il piacere e per la sopravvivenza in generale. Ha bisogno di ricevere, più che di dare.
    L’adulto, invece, è interdipendente, responsabile e ha un equilibrio tra il dare e il ricevere, riesce a comunicare in modo assertivo; siamo tanto più adulti quanto più in una relazione abbiamo equilibrio, riusciamo a stabilire e mantenere confini, siamo in grado di scambiare e sappiamo cedere, essere flessibili, quando necessario.
    Quando siamo nella parte bambina abbiamo una serie di convinzioni, alcune delle quali sono limitanti. Una delle convinzioni più forti che la parte bambina sostiene è “io non posso da solo”. Se questa convinzione è fondata per il bambino, poiché dipende davvero dall’altro, non lo è per l’adulto.

    Questa potentissima convinzione dà vita al meccanismo della dipendenza emotiva. Vediamone i passaggi fondamentali.

    *Se non posso da solo, allora cerco una fonte esterna (sbagliata) che mi dia quello che non riesco a procurarmi da solo, ma la fonte esterna non può soddisfare il mio bisogno.
    *Per questo motivo sperimenterò un bisogno insoddisfatto e questo diventerà sempre più urgente: avrò la necessità sempre più impellente di risolvere e soddisfare il mio bisogno, quindi inizierò ad utilizzare la compiacenza per raggiungere il mio scopo.
    *Inizio a perdere di vista me stesso, inizio a dire sempre si, tradisco me stesso e confermo la convinzione che da solo non posso e non riesco a farcela. La parte bambina è disperata e cerca speranza nel fatto che sia l’altro a soddisfare i bisogni e cresce la compiacenza.
    *Questo significa che inizio a forzare la relazione. Ci sono diversi modi per forzare la relazione; ognuno trova un modo per poterlo fare: resistenza passiva (sto là, resisto ma non mi arrabbio), dispetti, mi raffreddo, intimidazione, rifiuto di cooperare, aggressione….sono tutte modalità di comunicazione violenta. Tutte queste modalità hanno un unico obiettivo: l’altro deve darmi ciò di cui io ho bisogno.
    *Ma se io forzo, l’altro scappa.
    *Se l’altro scappa io provo rabbia verso l’altro che non soddisfa il mio bisogno e nasce in me un desiderio di vendetta: il conflitto diventa sempre più grande e io comincio ad entrare in un meccanismo di odio-amore; ti odio perché non soddisfi i miei bisogni, ma non riesco a fare a meno della tua approvazione.
    *Quindi mi sento in colpa perché provo sentimenti negativi e mi sto svalutando, e sento confusione perché non so più se ho diritto all’amore, al piacere, non so se merito di ricevere ciò che desidero.
    *Quindi aumenta il dubbio e la confusione dentro di noi, ma più aumenta il dubbio, più sentiamo di aver bisogno di conferme esterne, che ricerchiamo nella fonte sbagliata. E questo ci toglie tanta energia e ci provoca enorme sofferenza.

    Che fare per uscirne?
    Innanzitutto occorre aprire gli occhi, accorgerci della dipendenza emotiva. Quindi renderci conto del fatto che la fonte giusta per soddisfare i nostri bisogni è dentro noi stessi. Questo non vuol dire non stare in relazione. Ma solo se ci curiamo di noi, se ci occupiamo anche delle nostre parti bambine, riusciamo ad avere relazioni adulte e sane.

  • Ognuno di noi in qualche misura ha le proprie dipendenze.
    E' fondamentale imparare a gestirle per poter modificare i nostri comportamenti dipendenti.

    Cosa possiamo fare per gestire le dipendenze?

    Per poter gestire le dipendenze è necessario imparare a conoscere alcune caratteristiche fondamentali.
    La prima di queste caratteristiche è che la dipendenza ci porta a mentire a noi stessi e agli altri: cerchiamo tante scuse diverse per non riconoscere che siamo in una trappola e cerchiamo scuse per giustificare noi stessi e la nostra dipendenza. Se destrutturiamo queste menzogne, possiamo cercare altre soluzioni per poter uscire dalla dipendenza.
    La dipendenza inoltre ha un’altra caratteristica importante da tenere in considerazione: promette di risolvere il problema che essa stessa crea. Prima di essere dipendenti vivevamo senza la dipendenza e la trappola della dipendenza ci fa credere proprio il contrario, ovvero risolvere il problema/malessere che crea. La via d’uscita non è assolutamente continuare con quella esperienza, ma vedere la trappola.
    Come si vince l’astinenza?
    1) Uno degli strumenti che spesso usiamo è la forza di volontà: ma con la forza di volontà si regge fino ad un certo punto e poi si regredisce. Non se ne esce con la forza di volontà proprio perché è una dipendenza.
    2) Una via d’uscita potrebbe essere il non concentrarsi e non far concentrare sugli effetti negativi. Se proviamo a guardare ed esasperare gli effetti negativi, si alzano le difese, sminuendo i reali pericoli e minimizzando.
    Il nucleo sta proprio nel comprendere come funziona la trappola, riconoscendola e vedendo che non ci sono effetti positivi nella dipendenza. Lo sappiamo che ci fa male, c’è il conflitto dentro di noi e lo sentiamo e viviamo. Il craving sarà gestibile se gli diamo il volto che ha: vediamo chiaramente che questa dipendenza ci sta rovinando la vita, non ci da effetti positivi, così da non desiderare più quella cosa, abbandonando l’ illusione che ci sia un lato positivo che crea la sensazione di mancanza. Per superarle si deve affrontare il craving.
    Quando vediamo la trappola, possiamo lavorarci per poter uscire dalle dipendenze. I passaggi sono sostanzialmente i seguenti:
    *acquisire la consapevolezza di trovarsi in una dipendenza
    *decidere di uscirne
    *Allenarsi a tornare presenti ( non stare nel turbinio della mente-osservare i pensieri)
    *Estrarre le convinzioni limitanti senza giudizio.

  • Come uscire dalle dipendenze? Come si può allenare la presenza per superare una dipendenza?

    Allenare la presenza è necessario per poter gestire al meglio il craving, ovvero il desiderio, che si crea rispetto all’oggetto della dipendenza. Riuscire ad essere presente non significa non avere più desiderio, ma vuol dire non reagire al craving.

    Come facciamo ad essere presenti nel craving?
    Innanzitutto occorre comprendere che le nostre emozioni, i nostri stati mentali, sono impermanenti e impersonali per loro natura: questo significa che sono passeggeri, che hanno un inizio e una fine. Se non ne siamo consapevoli, però, se non siamo allenati alla presenza, non vediamo l’inizio e la fine di questi stati mentali e ci identifichiamo con essi e con la storia che la mente ci racconta rispetto a questi nostri stati mentali. Se non siamo consapevoli della loro impermanenza, questa storia diventa onnipresente e provocherà in noi emozioni spiacevoli, che avranno effetto sul corpo e che continueranno ad alimentare la storia e si crea un circolo vizioso di pensieri ed emozioni.
    Per poter essere presenti è necessario dunque allenare la consapevolezza. In questo modo possiamo iniziare ad agire invece di reagire.

    Ognuno di noi ha le proprie dipendenze. Alla base della dipendenza c’è la brama, il desiderio. Nel momento in cui c’è desiderio e ignoranza rispetto agli effetti che questo produce, ecco che proviamo sofferenza.
    Cosa fare? Non bisogna distruggere il desiderio, ma vedere come si comporta la mente quando è posta difronte ad una cosa da cui è attratta. E Imparare a decidere. Poiché più cerchiamo di bloccare qualcosa più gli diamo forza. Se quando succede ne siamo consapevoli, non ne siamo più schiavi, perché siamo in ascolto di quello che succede. Non possiamo bloccare la brama. Ma se riusciamo a vederla possiamo scegliere. Lo vediamo e agiamo di conseguenza. Con la consapevolezza e la concentrazione cominciamo a vedere la vera natura delle cose e nell’esperire le cose cominciamo ad avere la saggezza.
    Altre due qualità che è necessario sviluppare sono la pazienza e la compassione verso noi stessi: non dobbiamo giudicarci e pretendere di risolvere la nostra dipendenza o le nostre sofferenze in breve tempo.

    E tu, come gestisci la tua dipendenza?

  • Ognuno di noi ha le proprie piccole dipendenze. Ma perché è così importante lavorarci su?
    Poiché cambiando la comprensione che abbiamo dei nostri fenomeni interni, di come funzionano alcuni meccanismi interni, possiamo cambiare i nostri comportamenti.

    Liberarsi dalle dipendenze vuol dire liberarsi da qualcosa che ci ruba la vita. Vuol dire iniziare a lavorare sul come ci procuriamo il nostro malessere. La dipendenza è una struttura di pensiero che si basa sul sistema della gratificazione.
    Il sistema della gratificazione regola il piacere e permette al nostro cervello di apprendere nello specifico qualcosa di evolutivo per poterlo ripetere. Provando piacere, non fine a se stesso, ma finalizzato a registrare ciò che ci porta all’esperienza, c’è un apprendimento che motiva a ripetere l’esperienza.

    Quando c’è una dipendenza questo sistema viene alterato in maniera artificiale. Quando il sistema è naturale, lo schema è provo piacere - lo voglio; quando il sistema è dipendente, lo voglio, ma non c’è piacere, che viene sostituito dal craving, dal desiderio smodato. A forza di provare quel tipo di piacere, si crea tolleranza e quindi avrò bisogno di più per avere lo stesso piacere. E allo stesso tempo proviamo meno piacere nelle attività che facciamo normalmente. Nella dipendenza l’oggetto da cui siamo dipendenti diventa l’unica fonte di piacere.

    L’obiettivo è riequilibrare la chimica del cervello. Come possiamo ritornare all’equilibrio?
    Per riequilibrarsi innanzitutto ci vuole il riconoscimento di quello che sta succedendo. È un processo, un percorso. Poi bisogna decidere di uscirne e ci vuole la volontà di farlo; il passo successivo è allenarsi al presente e a staccarsi dai propri pensieri; il passo seguente è trovare ed estrarre le proprie convinzioni; infine indagare le proprie convinzioni. Uno degli aspetti fondamentali per poter uscire dalle dipendenze è avere una rete sociale: la condivisione è fondamentale.

    Qual è la tua dipendenza?

  • Ognuno di noi ha le proprie dipendenze. Ma come funziona la dipendenza?

    La dipendenza ha una struttura ben precisa ed è legata al circuito della gratificazione: abbiamo una parte del nostro cervello che gestisce la gratificazione, la ricompensa, per certi comportamenti in modo da promuoverli. Questa parte dà un rinforzo al piacere. La finalità più intrinseca è la conservazione della specie. Abbiamo però anche un’altra parte del cervello, la corteccia prefrontale, più evoluta, che è preposta alla valutazione e previsione delle conseguenze, una specie di supervisore.
    Il terzo elemento della struttura psichica della dipendenza a cui prestare attenzione è il craving, ovvero il desiderio smodato irresistibile di una esperienza, che leghiamo ad una sostanza, ad un comportamento, ad una persona. Il craving si gestisce imparando a riattivare la coscienza.

    In particolare, quando parliamo di dipendenze si attiva in modo più forte il circuito della gratificazione/piacere e si abbassa l’attivazione della valutazione: so che qualcosa che mi farà male ma non riesco a non farla e non riesco a valutare correttamente se ci sono eventuali rischi nel farlo, né a gestire il craving.

    Ma come fa il piacere a superare il controllo del supervisore? Lo fa attraverso delle convinzioni che diventano inconsce e bypassano il livello della coscienza.

    Come possiamo uscire da una dipendenza? Ecco alcuni passi che ci possono aiutare ad uscire dalla dipendenza:
    • Decisione: non si esce da una dipendenza se non si vuole farlo. Se non c’è la volontà di farlo, un preciso atto di volontà, non si può uscire dalla dipendenza.
    • Allenarsi al presente: creare una nuova abitudine che ci riporti nel presente.
    • Estrarre le convinzioni (senza giudizio): trovare il pensiero che c’è dietro l’azione che abbiamo compiuto spinti dal piacere/gratificazione. Non si può fare se sprechiamo la nostra energia nel giudizio. È necessario scrivere le nostre convinzioni per poterci lavorare.
    • Indagare le convinzioni: una volta estratte le convinzioni, possiamo farci questa domanda: questa convinzione, questo pensiero, è vero? Bisogna, sempre sospendendo il giudizio, semplicemente indagare le nostre convinzioni per potare a coscienza le cose inconsce e poterci finalmente lavorare consapevolmente.

  • Cosa ruba la nostra energia? (seconda parte)

    Continuiamo a parlare di cosa ci toglie energia.

    Cosa è che ci toglie maggiormente energia nella relazioni con gli altri?

    La prima cosa che ci toglie energia è la lamentela. La lamentela è uno stile di pensiero pericoloso e fortemente distruttivo. Infatti, il circuito della lamentela indebolisce noi e l’altro, creando conflitto. Finché non impariamo a gestire la lamentela, rischiamo di restarne schiacciati. La lamentela è spesso un chiedere, in modo indiretto, senza prendersi la responsabilità di ciò di cui abbiamo bisogno. Chi si lamenta, esprime che qualcosa va male, vuole una soluzione, ma non si attiva per cercarla e boccia tutte le soluzioni proposte dall’altro. Il vantaggio più grande che ne ricava è proprio la deresponsabilizzazione. Però nella lamentela tutte le persone coinvolte si sentono totalmente impotenti, perché non c’è la soluzione al problema.
    Cosa possiamo fare concretamente quando siamo davanti alla lamentela? Possiamo abbandonare la relazione in quel momento, o allontanandoci dal lamentoso, oppure entrando in un dialogo interno per non dare corda alla lamentela. Possiamo, inoltre, chiedere in che modo aiutare l’altro in quello specifico bisogno. In questo modo spezziamo la lamentela e la persona si renderà conto che non ci sta facendo una richiesta concreta.
    A differenza dello sfogo, che ha un fine-quello di condividere per stare meglio- e ha una fine-termina nel momento in cui finisce la condivisione-, la lamentela non ha né un fine, né una fine, poiché dietro la lamentela c’è un’incapacità di esprimere il proprio bisogno.

    Oltre la lamentela, vi sono altri due virus che ci tolgono energia: la pretesa e l’accusa. Insieme alla lamentela, questi due comportamenti contribuiscono a scaricare esclusivamente sull’altro la responsabilità della relazione.

    Un altro comportamento che ci toglie energia nella relazione con l’altro è l’incapacità a mettere confini. Non riuscendo a mettere confini ci sentiremo invasi e sentiremo di doverci difendere e ci allontaneremo dall’amore.

    Cosa fare quindi?
    Riconoscere le proprie lamentele, pretese e accuse e allargare la lista delle possibilità di azione in ogni situazione.

  • Per comprendere cosa ci ruba energia è essenziale partire dal considerare quanta energia abbiamo e capire cosa c’è che non va. Qual è il nostro livello di energia? E cosa è che ci ruba energia?

    La causa principale è da rintracciare nelle nostre relazioni “sbagliate”, cioè quelle relazioni che non funzionano. In particolare, nelle tre relazioni fondamentali per ognuno di noi: la relazione con se stessi, con l’altro e con il tempo. In questa diretta approfondiamo le prime due relazioni.

    Qual è la dinamica che c’è dietro ad una bassa energia? Noi prendiamo la nostra energia dalla vita. La vita è movimento. La vita scorre ed è un susseguirsi di eventi; al contrario, ciò che è fermo, è morte. Se non seguiamo il flusso della vita, ma ci creiamo una pozza nevrotica, in cui incontriamo sabbie mobili, dei veri e propri blocchi che ci trascinano giù, noi siamo usciti dal flusso e quindi la nostra energia si abbassa. La nostra energia, che dovrebbe andare verso l’alto, viene, tramite dei buchi energetici, persa.
    Cosa crea questo? Lo stallo e la stagnazione, il blocco. In tutte le relazioni.

    Cosa è che ci toglie energia nella relazione con noi stessi?
    • Innanzitutto le cattive abitudini, sia personali che relazionali
    • Quindi la mancanza di riposo
    • Lo stress legato al fare compulsivo senza un fine o al pensare in continuazione
    • Non saper gestire le emozioni “negative”, che significa non saperle vedere, conoscere, riconoscere e starci dentro, attraversarle e saperne uscire.
    • Il dialogo interno e il giudice interno che non sappiamo gestire: il costante giudizio su noi stessi ci spegne. Questo genera sentimenti ostili verso se stessi, che ci tolgono energia vitale.
    • La mancata voglia o capacità di accettare le cose, la non accettazione.

    Cosa ci toglie energia nella relazione con il tempo?
    • Innanzitutto il rimunginare, ovvero avere pensieri continui, ossessivi sul passato. Non riusciamo a comprendere che il passato è passato. Lo facciamo spesso con giudizio verso ciò che è successo ed è frutto della nostra non accettazione.
    • Non saper chiudere i sospesi, qualcosa che è passato, perché c’è qualcosa di aperto, eventi passati che restano aperti. Chiudere i cerchi significa riacquisire energia.
    • Non avere obiettivi chiari. È necessario trovare l’equilibrio nella scelta degli obiettivi e l’accettazione di quello che la vita offre nel suo scorrere. Non avere obiettivi ti toglie energia e ti lascia senza una direzione.
    • Anche procrastinare ci toglie energia. Per smettere di rimandare possiamo scomporre le grandi cose in piccole attività concrete e prendere l’impegno di portarle a termine.

    Hai trovato cosa ti toglie energia?

  • Cosa è lo stato di coscienza?
    Quando parliamo di stato di coscienza dobbiamo tener conto di due variabili: la vigilanza, cioè lo stato di veglia, e la coscienza, ovvero la consapevolezza dell’ambiente esterno e di noi stessi.

    Noi uomini viviamo nella consapevolezza dell’ambiente, degli altri e di noi stessi: abbiamo cioè l’autocoscienza. Oltre a pensare, siamo consapevoli del fatto che pensiamo, siamo gli unici a poter indagare i nostri pensieri.
    Il problema è che noi non utilizziamo l’autocoscienza e diamo al nostro pensiero il senso di verità, di realtà.
    Qual è il punto interessante dello stato di coscienza? È che noi, con la nostra mente, possiamo cambiare il nostro punto di vista. Come?
    Per cambiare realmente punto di vista non dobbiamo usare il dialogo interno o il ragionamento, ma la visualizzazione (capacità di vedere le cose nella nostra mente). Ogni volta che noi percepiamo un evento, abbiamo emozioni, viviamo l’esperienza, la viviamo da un punto di vista preciso: noi viviamo la realtà vista e percepita da un punto di vista. Se impariamo a modificare i nostri punti di vista possiamo cambiare il nostro stato di coscienza. Si tratta di confrontarsi con una visione ampia e allargata della vita.
    Come possiamo modificare il punto di vista?
    1) Innanzitutto possiamo visualizzare le situazioni in cui siamo coinvolti dall’alto attraverso l’osservazione esterna. In questo modo diveniamo consapevoli anche di noi stessi.
    2) Per cambiare il nostro punto di vista, e quindi stato di coscienza, possiamo inoltre chiederci: chi dentro di noi sta vivendo questa situazione/problema? Il bambino, l’ adulto, la parte ansiosa? Chi sta vedendo dentro di noi? Quale parte? La parte che vede ci indica il nostro punto di vista. A seconda della parte, l’attenzione sarà rivolta ad un preciso punto.
    3) infine per cambiare lo stato di coscienza occorre sapersi centrare. Che vuol dire? Invece di sfuggire alle proprie sensazioni, ci focalizziamo sulle nostre emozioni, ascoltando il corpo. Senza rifiutare le nostre emozioni, ma accogliendole.

    Quando impariamo a guardare da più punti di vista, viviamo una realtà più ricca. Una vita più piena. E senza dubbio più soddisfacente.

    E tu, da che punto di vista guardi la tua vita?

  • Trovare la pace: come si fa?
    Ognuno di noi cerca la felicità. E la felicità passa attraverso la pace.
    Ci sono però degli ostacoli che ci impediscono di raggiungerla, primo tra tutti la paura.

    La pace è un elemento centrale per l’umanità e per il percorso individuale di ognuno di noi. Quando parliamo di pace non possiamo prescindere dall’aspetto spirituale.
    La pace è uno stato profondo che non arriva dalla mente. La mente, infatti, è conflittuale, funziona sul dualismo. Mentre la pace è equilibrio e armonia.

    Cosa ostacola la pace? Ciò che ostacola la pace è il cuore turbato dalla guerra della mente e dalla paura che questo produce. La nostra mente è conflittuale e il continuo lavoro di pensieri e rimuginii ci allontana dalla pace. La pace è oltre la mente.

    Ognuno di noi involontariamente genera conflitto, innanzitutto al proprio interno. Ed è questo a contribuire poi ai conflitti più grandi. Se non cominciamo a imparare a gestire i piccoli conflitti avremo paura e non sapremo gestire quelli più grossi.
    Quanta guerra portiamo noi nelle nostre relazioni? E quanta guerra portiamo in noi stessi?
    Lo sguardo va rivolto all’interno. La pace deve discendere dall’anima e pervadere la personalità: è necessario guardare i conflitti e fare pace con se stessi. Se non risolviamo i conflitti interni, all’esterno porteremo paura e rabbia. Ed è per questo che il lavoro interno da fare, concreto e quotidiano, per poter raggiungere la pace è imparare a conoscere noi stessi, che vuol dire avere padronanza di sé, che diventa capacità di rimanere in pace.

    Che cosa possiamo fare concretamente per trovare pace? Concederci del tempo per cercare la pace che è dentro di noi (non c’è da costruire, è già dentro di noi) e ascoltarsi, stare sul respiro, ascoltare le tensioni e starci sopra. Possiamo inoltre costruire dentro di noi un posto di pace, che non sia esterno, su cui spostare la nostra attenzione e poi dimorare in questo luogo di pace, per respirare, vivere, fare esperienza, sentire, percepire la pace.

    Antonio

  • Quali modalità utilizziamo per manipolare?
    Uno dei principali strumenti che viene utilizzato nella manipolazione è la comunicazione. Ci sono diverse tecniche di comunicazione utilizzate nella manipolazione.

    La tecnica principale della manipolazione utilizzata a livello di comunicazione è lo spostamento. Lo spostamento consiste nello spostare, appunto, la comunicazione dal fatto, da ciò che è accaduto realmente, a qualcos’altro. Non si parla mai del fatto, del problema o di ciò che non va, ma il manipolatore sposta la comunicazione evitando i fatti e iniziando ad accusare l’altro, sul quale viene riversata tutta la responsabilità della relazione.
    L’incapacità del manipolatore di prendersi la responsabilità della relazione, o anche semplicemente della comunicazione che utilizza, si manifesta anche in forme di comunicazione che utilizzano l’umorismo, il dire e non dire, il “rimangiarsi” quello che si è detto, negare o accusare l’altro di aver capito male. Sono tutte forme di manipolazione.
    Un’altra forma di manipolazione comunicativa è l’utilizzo di una comunicazione paradossale basata su una relazione di doppio legame. Si tratta di una comunicazione incoerente, per cui, in casi estremi si arriva anche alla schizofrenia, ad una vera e propria dissociazione dalla realtà. La comunicazione che usa il doppio legame consiste nel mandare due messaggi contrastanti utilizzando due canali comunicativi diversi: dico una cosa e ne faccio un’altra; dico e nego la stessa cosa. L’altro si sente paralizzato, perché non vede via d’uscita e sente che qualsiasi cosa fa è sbagliato.

    Quindi è necessario prestare molta attenzione alla comunicazione nelle relazioni.
    Come si può imparare a gestire la manipolazione? Innanzitutto occorre lavorare sui propri bisogni, occorre imparare a gestire le proprie emozioni ed è necessario imparare a mettere dei confini ben definiti nelle proprie relazioni.

  • Manipolazione psicologica: come funziona?

    La manipolazione e la comunicazione manipolativa sono un tema centrale nelle relazioni. In tutti i tipi di relazione, sia quella con noi stessi sia in quella con gli altri.
    Il passaggio fondamentale dal quale partire per comprendere come funziona la manipolazione è che tutti manipoliamo e tutti siamo manipolati.

    La manipolazione è una forma di comunicazione finalizzata ad ottenere un tornaconto per chi manipola, spacciandolo per un comportamento spontaneo dell’altro. La manipolazione è portare l’altro a fare quello che noi vogliamo, senza fare richieste chiare e esplicite. Attraverso la manipolazione noi agganciamo emotivamente l’altro e proviamo ad indurlo a fare qualcosa che volgiamo noi, spesso facendolo sentire in colpa o in debito con noi.
    La manipolazione spesso viene utilizzata attraverso l’adulazione: l’altro viene messo sul piedistallo, viene adulato appunto per ottenere qualcosa in cambio. Si fa sentire unico e speciale, per poi ricevere il proprio tornaconto.
    Un altro tipo di manipolazione è la svalutazione: se non fai non vali. Si fa all’altro la richiesta implicita: dimostrami di valere e se non lo fai sarò costretto ad allontanarmi da te. E sarà stata solo colpa tua.
    Questi due modi molto spesso si alternano tra loro. L’obiettivo è sempre ottenere qualcosa in cambio, in particolare ottenere il controllo sull’altra persona, che non sarà più libero di scegliere. Lo scopo della manipolazione è infatti il controllo emotivo dell’altro.
    Perché, quindi, si manipola? Per avere e mantenere il controllo sull’altro. Facendo questo non siamo in una posizione adulta, non esponiamo i nostri bisogni e non ci esponiamo al rischio del rifiuto. Sostanzialmente non ci prendiamo la responsabilità della relazione.
    Spesso tendiamo a vedere la manipolazione dell’altro, ma difficilmente siamo consapevoli di quella che mettiamo in campo noi. E come possiamo liberarci dalla manipolazione? In realtà serve un percorso, perché solo nel momento in cui impariamo a gestire le nostre emozioni, a conoscere ed esprimere i nostri bisogni e ad utilizzare una comunicazione non violenta, possiamo imparare anche a gestire la manipolazione nella nostra vita.